L'ADDIO

"Secolo d'Italia", mercoledì 1 novembre 1989

La scomparsa di Niccolai
Una lunga, generosa battaglia per la
pacificazione nazionale

Gennaro Malgieri


Neppure l'aggravarsi, della malattia, la scorsa settimana, che alla fine d'agosto l'aveva improvvisamente colpito, ci aveva fatto disperare di rivedere Beppe Niccolai guarito tra di noi. La vita, spesso, si nutre d'illusione. La morte ristabilisce dolorosamente lo stato delle cose e pure le illusioni fa naufragare nell'immenso mare della condizione umana. Cosi Beppe Niccolai non s'è più ripreso; se n'è andato senza salutarci, senza lasciarci alcun messaggio se non quello della sua intera esemplare esistenza.
«Leggendo» dentro la vita di Beppe, come ci abitueremo a fare ora che non c'è più, s'incontra un mondo. Quello dei «vinti», essenzialmente, ricco di tutti gli umori, gli ardori, le angosce, i tormenti, la generosità di chi lo ha nutrito d'una passione dirompente come quella che animava Niccolai, una passione italiana e fascista. Ma l'essere dalla «parte sbagliata» per lui non volle mai dire rancore, faziosità, spirito di vendetta. È stato un pacificatore, Niccolai, e la sua Italia voleva che somigliasse quanto più possibile a quella vagheggiata da Mussolini e da Berto Ricci, un'Italia «barbara» dotata di una propria fisionomia culturale, civile, politica, proiettata con il suo destino nel gioco delle grandi nazioni per esercitarvi il suo ruolo.

Le lunghe pedalate
Il nazionalismo di Niccolai, tuttavia, non è mai stato sciovinismo. Egli, da intellettuale e da politico, non ha mai messo i paraocchi, non ha mai assunto l'atteggiamento tipico dei piccoli nazionalisti con il tic della xenofobia: è stato un uomo aperto, profondamente consapevole di essere italiano, ma non per questo chiuso al mondo, a tutte le esperienze ed a tutte le curiosità che gli derivavano dall'essere strettamele a contatto con la mutevole realtà contemporanea. Piaceva ai giovani anche per questo suo formidabile vitalismo che sul piano strettamente personale estrinsecava in un'attività sportiva davvero rimarchevole per la sua età.
In gioventù aveva praticato il calcio con qualche successo giocando perfino nella prima squadra del Pisa; abbandonato il football, aveva continuato a praticare, si può dire fino all'ultimo, il ciclismo ed il motociclismo. Nel luglio scorso fu proprio una brutta caduta dalla motocicletta che gli fece cominciare a salire il calvario che solo alle otto di ieri mattina ha avuto termine.
Scoprii Niccolai sportivo all'inizio degli anni Settanta a Pisa. Non lo conoscevo di persona, ma lo ammiravo come tenace oppositore al conformismo social-comunista che imperava nelle sue contrade. Un giorno lo vidi sfrecciare sulla via Celcesana aggomitolato sulla sua bicicletta da corsa, mentre io arrancavo con la mia. Un amico che pedalava accanto a me disse: «Quello è Niccolai, pensa si diverte a cronometrarsi». Aveva infatti uno strumento al collo che somigliava ad una sveglia. Da allora lo vidi su tutte le strade più impervie del Pisano e della Luccchesia; mai, per rispetto, provai ad affiancarmi a lui, oltretutto temendo di non reggere il suo «passo». Quando anni dopo gli confessai questa mia debolezza, rise di cuore e, con l'arguzia tipica del toscano, mi domandò se non l'avessi fatto anche per non essere battuto da chi all'epoca gli era lontano quanto a riferimenti ideologici e concezione politica pur nell'ambito di uno stesso mondo.
Scrivere di Beppe Niccolai è come annodare i fili di un ideale romanzo nel quale i ricordi personali s'intrecciano alla sua vita pubblica, un grande libro nel quale trovano posto piccoli frammenti d'umanità e grandi fatti politici e morali. Non è facile mettere ordine, vale comunque la pena provarci.
Niccolai nacque a Pisa il 26 novembre 1920 e respirò fin da bambino nel clima umanistico di casa sua, grazie soprattutto al padre, preside di liceo e provveditore agli studi. Nella grande biblioteca paterna si formò una coscienza politica e divenne fascista. Laureato in giurisprudenza, militante nelle organizzazioni giovanili fasciste, Niccolai con grande coerenza sposò il pensiero e l'azione e fu volontario di guerra in Africa Settentrionale dove si distinse per coraggio e valore.

Prigioniero di guerra
Prigioniero «non collaboratore» in Africa e negli Stati Uniti, nel «fascist criminal camp» di Hereford, rientrò in Italia nel febbraio 1946.
L'impatto con la Patria devastata fu traumatico, ma indusse il giovane reduce a raccogliere l'orgoglio della sua fede e della sua disperazione, al pari di tanti altri vinti, schierarsi, accanto ai camerati scampati alle forche partigiane, ai tribunali popolari, alle vendette dei neo- democratici, alle galere antifasciste, all'esilio e all'epurazione, nel nuovo partito della rinascita nazionale, nel MSI di Romualdi, Michelini ed Almirante,
In Toscana Niccolai divenne uno dei principali punti di riferimento del MSI, che animò con grande sprezzo del pericolo, incurante del linciaggio morale al quale veniva sistematicamente sottoposto, fiero della sua scelta e partecipe di un processo di pacificazione tra gli italiani che nel terroristico clima dell'epoca gli procurò tanti nemici ma pure tantissimi estimatori tra gli avversari in buona fede.
Convinto che la buona battaglia dovesse appoggiarsi ad un foglio, ad un giornale, Niccolai fondò negli anni Cinquanta il quindicinale “Il Machiavelli” al dichiarato scopo di fare opera di moralizzazione politica nella sua Pisa e di contribuire al rafforzamento di quel fronte degli Italiani ostili alla partitocrazia, all'uso spregiudicato della cosa pubblica da parte dei centri di potere, all'imbastardimento culturale proveniente dai nuovi colonialisti d'Oltreoceano. In una regione difficile, nella quale chiunque si proclamava fascista era costretto a sopportare prevaricazioni d'ogni genere, Niccolai s'impose all'ammirazione di tutti e nel 1968 la stima dei suoi conterranei lo portò a Montecitorio dove restò anche la successiva legislatura segnalandosi in mille battaglie che sarebbe impossibile riportare qui, sia pure in sintesi. Come membro delle commissioni Lavori pubblici e Difesa e come relatore di minoranza alla Commissione antimafia, Niccolai si segnalò al più vasto mondo politico italiano, giacché quello di partito ormai lo conosceva assai bene, per onestà, intelligenza, lungimiranza e cultura. Le stesse doti che come dirigente ebbe modo di far emergere nel Movimento Sociale Italiano dove per lunghi anni fu collaboratore apprezzato e fidato di Giorgio Almirante.
Verso la fine degli anni Settanta qualcosa tra Niccolai ed il leader missino si ruppe politicamente. Il primo passò all'opposizione. Nel XIV Congresso espose quasi solitariamente il proprio punto di vista sul rinnovamento del Partito ed al XV incarnò l'anima della componente capeggiata dall'on. Domenico Mennitti.

A viso aperto
Niccolai ha combattuto la sua battaglia sempre a viso aperto e mai per sostenere posizioni di potere personali. È stato trasgressivo in ogni occasione, proiettato nella comprensione delle nuove dinamiche politiche e sociali che si muovevano nella società civile. Ma ha pure in ogni occasione sostenuto una quasi personale campagna moralizzatrice contro il malcostume diffuso nella società politica: ne sono esempi i numerosi interventi sul nostro giornale, da «Rosso e nero» a «Duello al sole».
Anche attraverso gli interventi giornalistici, Niccolai non ha avuto altra ambizione che quella di contribuire ad un'impresa estremamente ardua ed affascinante: ricomporre l'unità morale e politica degli italiani. In un'intervista che gli feci nel novembre del 1984 in merito alla riscoperta del suo e nostro caro Berto Ricci, mi disse che riproporre la figura del grande fiorentino ha un solo significato «che la rivoluzione italiana (di caratteri e di volontà) sarà tale solo se riuscirà a costruire un nuovo tipo di italiano». Ricci era per Niccolai l'esempio da proporre soprattutto alle nuove generazioni e non senza ragione. Concludendo un discorso sulla sua figura, cinque anni fa, Niccolai disse: «A Berto Ricci, uomo nuovo di Mussolini, in questa Italia vecchia, senza respiro storico, senza speranza, rendiamo omaggio noi, soffrendo per non essere stati pari al suo insegnamento di vita, al suo messaggio».

Prima di tutto la verità
Berto Ricci, ma anche Mussolini. L'altro punto di riferimento della vita politica -e non solo politica- di Niccolai. In uno dei suoi discorsi per il centenario mussoliniano osservò: «Certo è che qualsiasi seria interpretazione dei futuri destini d'Italia, della sua dignità, se nazione vorremmo essere e non gente, dovrà prendere le mosse, avrà il suo punto d'appoggio, nella sua opera, nell'opera dell'antico socialista di Predappio. È lui che, per primo nel mondo, innalza la bandiera antibolscevica, anticipando di sessantanni quello che oggi tutti dicono dei socialismi reali».
«E lo hanno appeso ai ganci di Piazzale Loreto per questo, per ciò che è il suo merito: avere anticipato la crisi del mondo moderno, e averne dettato le possibili soluzioni. Tanto che l'abbandonata bandiera antibolscevica è stata risollevata oggi, nel mondo, dall'impero degli Stati Uniti d'America».
«Si, -concludeva con forza e convinzione- l'Italia riprenderà il suo cammino il giorno in cui tutti gli italiani avranno, fino in fondo, nel bene e nel male, capito Benito Mussolini, e sentiranno l'orgoglio di rivendicare, davanti al mondo, la sua opera».
Beppe Niccolai ha compiuto la sua opera attraversando questo tempo con grande dignità. Lo ricorderanno in molti, giovani ed anziani, amici, camerati ed avversari, fascisti ed antifascisti. II suo cammino di uomo e di politico resterà d'esempio; la sua virtù è stata soprattutto una: aver detto sempre la verità.


Gennaro Malgieri

Ringraziamo il ricercatore Andrea Biscàro - http://www.ricercando.info - per averci procurato il materiale

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