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"L’Eco della Versilia", n° 8 Anno XVII 31 Ottobre 1988

Da Sofri con amarezza

Caro Direttore,

su "Il Giornale" di oggi, 29 settembre, la mia protesta contro il divieto di partecipare al funerale di Mauro Rostagno è riferita ampiamente, ma accompagnata da un certo ironico (sono stato autorizzato «solo» -dice l'articolo- a una visita privata alla salma: dunque, forse sono io che non mi contento, e magari me la prendo comoda).

La rassicuro sulle mie intenzioni: questa è una lettera del tutto privata che non si aspetta se non di smentire un sospetto odioso. So del resto di poter contare sulla sua antipatia abbastanza perché lei stia almeno a sentire le mie ragioni. Avevo chiesto di andare al funerale di Mauro Rostagno, davvero a me carissimo; e avevo chiesto di risparmiarmi la scorta, non perché sia schizzinoso, ma perché non è facile invadere una casa e una comunità in un momento così doloroso con il peso e il rumore di una scorta militare. Nel pomeriggio del 27 settembre il giudice che mi ha in cura comunicò di avermi autorizzato a partecipare ai funerali, sia pure con la scorta.

Alle 11 di sera feci il mio bagaglio e venni accompagnato dai miei carabinieri di paese al comando fiorentino. Solo lì, a mezzanotte, mi fu comunicata l'ordinanza del giudice in cui mi si vietava la partecipazione al funerale (con la sfortunata motivazione che presumibilmente vi avrei incontrato molte persone); mi si consentiva una visita privata alla salma sotto scorta. Il viaggio sarebbe stato compiuto in furgone blindato, e la scorta mi avrebbe accompagnato dovunque in divisa. La discrezione iniziale nei confronti di un'intrusione scortata aveva dunque ragioni molto maggiori; inoltre, il divieto al funerale mi veniva notificato dopo che mi era stato assicurato il contrario, e a viaggio praticamente iniziato. Perciò, molto a malincuore -è un eufemismo- rinunciai e mi feci riportare a casa. Il giorno dopo, a completamento, ebbi la beffa di leggere con risalto su tutti i giornali che ero stato autorizzato a recarmi al funerale: notizia falsa, e fornita dallo stesso giudice.

Lei cosa avrebbe fatto nei miei panni? So che i miei panni non le stanno, e viceversa. Ma mi premeva che, su un tale argomento, almeno i fatti -il fatterello- fossero stabiliti.

 

Adriano Sofri

 

Caro Sofri,

anche se lei non me lo chiede, pubblico volentieri (scusandomi per il ritardo dovuto unicamente alle patrie poste) questa lettera che giustifica in pieno sia la sua richiesta di partecipazione ai funerali del povero Rostagno che il suo rifiuto di sottostare a quelle condizioni. Non ho nessun bisogno di mettermi nei suoi panni -che, come lei dice, non mi stanno- per riconoscere la validità delle sue ragioni. Ma vorrei sapere da cosa lei desume la mia antipatia nei suoi riguardi. Non sarà mica un po' la sua cattiva coscienza nei riguardi miei, dovuta al ricordo degli anni in cui lei mi considerava e mi additava come una delle poche ultime voci da soffocare nella strozza? Non lo dico, glielo assicuro, con malanimo. So benissimo che il Sofri modello '68 è defunto da un pezzo, e che al suo posto c'è una persona che, senza arruolarsi nell'ambigua categoria dei «pentiti», ha saputo disfarsi del suo passato e che ora sa portare con grande compostezza la tremenda accusa che grava sulle sue spalle, e di cui io sono -per strano che possa sembrare- il primo ad augurarmi che risulti infondata. Comunque, al suo posto (visto che i panni non ce li possiamo scambiare), io mi fiderei più di certi vecchi nemici che di certi vecchi amici.

 

Indro Montanelli
"Il Giornale", 7 Ottobre 1988

 

 

 

 

Le spoglie di Mauro Rostagno, assassinato dalla Mafia a Trapani, meritavano la tua presenza

Beppe Niccolai

 

Qualcuno sorriderà di sufficienza agli argomenti e al tono di questa lettera. Troverà, senz'altro, impossibile e impraticabile la tesi di quel mancato viaggio di Fini in Sicilia. Può essere. Ma la vita politica di un partito, che è da inventare giorno per giorno, esige una fervida fantasia che, per realizzarsi, deve stare continuamente, all'erta. Vigile, pronta a scattare all'occasione propizia.

Altrimenti che cosa resta?

La routine parlamentare? Le visite alle Sezioni? Le «Feste Tricolori»? Troppo poco per essere e diventare immagine fra gli Italiani. Intendiamo: immagine forte, quella che resta. E costruisce politica.

 

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Caro Segretario.

La polemica non serve a convincere l’altro alla propria tesi, serve a chiarire meglio i propri punti di vista. Con questo intento, polemizzo. E me ne dà l'occasione, e la voglia, Indro Montanelli con il pezzo che trovi pubblicato.

«Il caso Sofri». Tu hai posto il veto ad una mia lettera indirizzata a "Il Secolo". Non ne conosco le motivazioni e, credimi, mi sono sforzato di capirle, senza rendermene ragione. Anche perché, pubblicata quella lettera tu avevi a disposizione tutte le pagine del «Secolo» per replicare. Hai preferito la via del taglio netto: no, non si pubblica. In periodo fascista si usava dire: «silenziare». Mi hai silenziato.

 

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Ma perché, caro Segretario? Come vedi il reazionario e anticomunista viscerale Indro Montanelli è molto più aperto di tutti noi sull'argomento.

Tu hai tutto l'interesse a far discutere il partito. A farlo appassionare. Anche, direi soprattutto, sulle dispute le più delicate, diciamo più drammatiche, perché solo così il partito, confrontandosi, serenamente e duramente (non è una contraddizione), può maturare, può portare le questioni a livelli più alti, opera una selezione fra chi ha idee e chi invece non le ha. Tu stesso devi farti provocatore di queste discussioni, animandole, non solo con lo scritto, ma soprattutto con i comportamenti.

 

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Ci stai dicendo che questo è il tempo in cui l'immagine decide, è quasi tutto. Hai ragione. Ma allora perché sei così restio dal dar vita all'immagine?

Le occasioni non mancano. Non mi dirai che il «caso Sicilia» sia un fatto secondario nella vita politica italiana. Io sono del parere che, proprio sul terreno della mafia, ormai cardine della vita politica, la democrazia italiana gioca i suoi destini; e che su questo terreno, noi, possiamo costruire un pezzo di identità nei confronti del Palazzo.

Ebbene, la Sicilia avrebbe preteso la tua immagine, visto che là, localmente, non riusciamo più ad esprimerci. Balbettiamo.

Non a Palermo, intendiamoci. Non a Catania, dove pure si celebravano delle «esequie». La tua presenza là si sarebbe confusa con le altre, senza alcuna significanza. Si sarebbe persa nella comune dissolvenza. Sarebbe stata cosa consueta. E di consueto l'Italia ne ha noia e nausea.

Parlo invece di Trapani. Là, la morte singolare di un «giovane», già militante di «Lotta Continua», poi passato a condurre una Comunità di ex-drogati, esigeva la tua presenza. Soprattutto perché quel giovane era di sinistra, aveva alle spalle esperienze di quell'estremismo che, ahimè, ha insanguinato anche noi. Eppure quel giovane, da tempo, in ordine a comuni, dure esperienze passate, colloquiava con noi, aveva dato perfino a noi interviste scritte. Non, per carità, che fosse divenuto missino. Sarebbe una bestemmia. Era rimasto di sinistra, ma aveva capito, il dramma generazionale, i tormenti, i sogni non realizzati dell'altro. Non demonizzava, dialogava. Anche lui, per capire.

 

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Le spoglie di Mauro Rostagno meritavano a Trapani la tua presenza. Ve ne erano tutte le condizioni: umane prima che politiche.

Perché lasciare a Martelli, a questo «signorino» freddo, a questo calcolatore della politica, quel complesso di sentimenti che, intorno alla morte di questo giovane altro era sorto, senza distinzioni di parte, un giovane la cui vita, prima di essere stroncata dal piombo mafioso, si sostanziava nel combattere la mafia a viso aperto, e nel lenire la disperazione dei drogati, e ne pagava lo scotto? Perché?

Arrivare a Trapani non è impresa difficile. Tu ti muovi molto per ragioni di partito. Le tue faticose deambulazioni, lasciatelo dire, hanno spesso il sapore di accontentare amici di area che bisticciano con i propri simili (se ci sei tu, non ci sono io), ma appunto per questo i tuoi pellegrinaggi, alla fine, non determinano nulla e, alla tua dipartita, in molti casi, lasciano risentimenti, indeboliscono la già provata tenuta interna, ma nulla provocano fuori, a favore dell'immagine tua e del partito.

Caro Gianfranco, se te ne stai chiuso nelle tue mura, nel tuo maniero, senza vedere ciò che, fuori, potrebbe rompere, intorno al MSI, il muro del silenzio e della diffidenza, alla fine, tu e tutti noi risultiamo perdenti.

 

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C'è da costruire uno spaccato di società che sia di esempio a tutto il Paese. E questo spaccato può risultare possibile se riusciamo, tutti insieme ma tu in primo luogo, ad allacciare rapporti umani con la «sofferenza», qualunque colore questa sofferenza abbia, la sofferenza, in particolare, dei sogni spezzati, infranti dal Dio denaro. La sofferenza anche dell'altro, di colui, o di coloro che, avendo sofferto comuni esperienze, oggi sono pronti al colloquio, al confronto.

Non per assurdi abbracci, ma per capire cosa è accaduto, perché tanto sangue è stato e continua ad essere sparso, perché non lo sia più, nell'interesse primo di una Italia che se non ritrova, nella solidarietà dei suoi figli, pur divisi nelle idee, sentimenti unitari, è destinata, divisa, a perdere la grande sfida del 2000.

Mauro Rostagno meritava la tua presenza, così come il «caso Sofri» la tua attenzione. Per capire, Gianfranco.

 

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L'immagine da costruire. Il Palazzo, la gente. Quali materiali pensi di utilizzare?

I dosaggi non servono, hanno fatto già troppo male a tutti noi. Ci vogliono «rotture» (fai attenzione al termine) coraggiose. Andare «oltre», Segretario.

Lo ripeto: Mauro Rostagno meritava a Trapani la tua presenza. L'immagine che ne sarebbe derivata, scattata, avrebbe giovato a te, a tutti noi.

Anche questa occasione è andata perduta. Perché? Intendi forse tenere e dirigere il partito a forti dosi di tranquillanti silenzi, rinvii, non decisioni, equilibri e dosaggi sapienti?

Caro Gianfranco, è una via errata. Sappiamo dove porta. Le presenti condizioni testimoniano ciò che affermo. Così il partito non si costruisce. Lo addormenti. E i primi a rimetterci le penne sono proprio coloro che, attaccati alla tua giacchetta, ti immobilizzano per tentare di realizzare, in fondo, piccole ambizioni personali. Non sono questi i tuoi amici. Vissuti nella stagnazione, e raggiunta la pace dei sensi, il benessere politico, non sognano più. E senza sogni il MSI non ha ragione di essere. Coraggio, Gianfranco. Per sognare ancora occorre andare «oltre». C'è da soffrire. Ma dimmi un po': quale grande compito è mai esistito senza sofferenza?

Cordialmente,

Giuseppe Niccolai