INTERVISTE

Intervista di "Meridiano" a Giuseppe Niccolai
 

D. - Quali sono le cause, lontane e vicine, dell'attuale crisi del comunismo italiano?

R. - La «demonizzazione» di Giuseppe Stalin è la catastrofe culturale dell’URSS, e non solo. Cancellandolo, nel bene e nel male, cioè perfino nel ricordo, hanno cancellato sé stessi.

 

D. - Esistono, a suo giudizio, nessi o analogie con la crisi del comunismo sovietico, sempre più aperto ai flussi dell'Occidente?

R. - Perduto il riferimento «Stalin» non si spiega più nulla, se non una cosa: senza Giuseppe Stalin tutti, a cominciare da Gorbaciov, a Togliatti, per finire a... Occhetto, tutti, dico tutti, in cantina. I vincitori della seconda guerra mondiale sono i russi. 20 milioni di morti. A Leningrado, tagliata fuori da ogni contatto, priva di combustibili e di cibo, sottoposta a bombardamenti di ogni tipo, circa trecentomila persone muoiono di fame e di freddo nell'inverno 1941-42. Gli abitanti si riducono a mangiare i cadaveri. Nessuno pensa ad arrendersi. Senza Stalin «patriottico» (unificatore delle terre russe, come lo chiamò il vescovo Uman), ammiratore dei generali Suvorov e Kutuzov, quest'ultimo vincitore dei Turchi e di Napoleone, il cui ritratto Stalin tiene sul tavolo (non quello di Marx), l’URSS, come seconda potenza mondiale, sarebbe ancora da nascere. E, destino davvero crudo e strano al tempo stesso, l'URSS di Gorbaciov oggi se la deve vedere, non tanto con il revisionismo neocapitalistico, quanto con la rinascita delle varie nazionalità. Eterogenesi dei fini della Storia, scriverebbe Augusto Del Noce. L'ideologia, nata per abbattere tutte le Patrie è sommersa, in Russia, dalle Patrie, e si fa Patria essa stessa contro altre Patrie. Mentre, in Occidente, le Nazioni, rinnegando sé stesse, sono sostanzialmente delle «collaborazioniste» dell'americanismo. Il PCI, che si era legato «patriotticamente» a Stalin, con lo sbriciolamento delle classi, con l'aver rinnegato, per la Russia sovietica, la Nazione, è rimasto al palo. Non è più nella condizione di alzare una bandiera, se non quella del neoconservatorismo capitalistico. Un ben triste destino! Togliatti, il 29 dicembre 1945 al I Congresso del PCI (o il V per altri) tentò, in una esposizione durata quattro ore, di lanciare la tesi del filone nazionale e popolare del PCI, quello, per intenderci, delle migliori tradizioni del Risorgimento italiano, il partito che più di ogni altro avrebbe dovuto essere al servizio della causa e dell'indipendenza nazionale dell'Italia. Ci sono, in quel discorso togliattiano di 43 anni fa, riferimenti ai fascisti combattenti di tutto rispetto. Quelle Tesi di Togliatti furono respinte. Ebbero il sopravvento le tesi dei gruppi intellettuali del PCI, cresciuti alla scuola del liberalismo azionista. Ripudiando il filone nazionale e popolare, che il Fascismo aveva pur rappresentato, al PCI non rimaneva che l'area radicale che l'avrebbe portato, con la contemporanea scelta URSS - Patria, a rinnegare la Nazione. Ad essere senza memoria, senza passato, a non sapere «da dove nasceva». Non la Patria, non l’URSS, non Stalin, non la classe, che resta? Il tentativo di dar vita ad un ibrido con il capitalismo d'Oltreoceano. Se ci riescono, almeno per 50 - 100 anni, è la fine dell’Europa, a cominciare dal Cristianesimo. Sul trono: l'economia, il Dio Denaro. Con la conseguenza che l'uomo, non padroneggiando la tecnica, rischia di sancire la sua definitiva scomparsa. Ha ragione Heidegger: ormai solo un Dio ci può salvare.

 

D. - Il cambio della guardia alla segreteria del PCI come lo giudica?

R. - Il cambio della guardia alla segreteria del PCI è reso magnificamente, quasi plasticamente, dalle fotografie illustranti la dolce vita di Occhetto nella dacia di Capalbio. Serena, tranquilla, piacevole, borghese quanto si vuole, ma «addio sogni di gloria!». Guitti, non protagonisti.

 

D. - Quale linea è più praticabile per il PCI: il neofrontismo, il compromesso storico, l'alternativa?

R. - Delle varie «linee», espresse dal PCI, dal 1945 ad oggi, cosa resta, nella sua sostanza? L'essersi reso, per conto della Vª Armata americana, l'esecutore materiale dell'assassinio di Mussolini. Per realizzare, dissero quarant'anni fa, la vera rivoluzione. Non rendendosi conto che, mentre Mussolini assurse al martirio di Piazzale Loreto -perché, piaccia o no, era «rivoluzione»- il PCI, quarant'anni dopo finisce, alla mensa di Gianni Agnelli e nella dacia di Capalbio. Perché è stato tutto, fuorché rivoluzione.

 

D. - Il marxismo è in liquidazione definitiva o può avere una sua rivitalizzazione?

R. - Una rivitalizzazione del marxismo nel mondo c'è stata, creatore di Imperi e di Nazioni.

 

D. - Di fronte alla crisi comunista può ancora avere validità il tradizionale anticomunismo del MSI?

R. - Chiedo scusa a chi legge la ripetizione di un discorso fatto più volte da parte mia. Se la priorità alla lotta al comunismo è stata comprensiva, indispensabile in alcuni momenti di emergenza, è oggi senza senso. Ma veniamo al bilancio. Quarant'anni di lotta, non al comunismo ma di anticomunismo «elettorale», ci ha portati a questa condizione che è davanti agli occhi di tutti; e cioè che America, Vaticano, Forze armate, Finanza, Industriali con il comunismo, interno ed esterno, trattano e fanno affari (e che affari!); solo il MSI, «per non fare il gioco del comunismo», non è riuscito, in tutti questi anni, ad essere sé stesso, a darsi una dottrina, a volere cose positive per il proprio Paese. Spesso, respinto nel modo più ignobile, ha donato la propria «solidarietà anticomunista» a dei corruttori che, anziché togliere hanno portato abbondante acqua al comunismo, soprattutto al sistema che, tutto insieme, lo sorregge e se ne sorregge. Vero e proprio puntello. Torre portante. Se facciamo un elenco delle cose a cui abbiamo rinunciato in questi anni «per non fare il gioco del comunismo», ricostruiamo la storia delle nefandezze che infettano il nostro Paese. E troviamo le ragioni profonde della dissolvenza della nostra identità. Se vogliamo ricominciare è da qui che si parte.