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"L’Eco della Versilia", n° 4 Anno XVII - 30 Aprile 1988

 

Mussolini socialista: attualità o superamento?

Beppe Niccolai
 

Francesco De Sanctis, letterato, patriota risorgimentale, imprigionato nelle carceri borboniche, esule, ne «L'uomo del Guicciardini», afferma: «L’Italia perì perchè i pazzi erano pochissimi, e i più erano savi».

I savi e i pazzi. Hanno vinto i savi, e l'Italia è quella che è. Mussolini è, da catalogare fra i pazzi o fra i savi? Fra i pazzi: ha, fra l'altro, perduto. Anche Filippo Corridoni era pazzo. Pensate: arrestato 11 volte per propaganda antimilitarista, muore per la Patria (che gli era stata matrigna) alla Trincea delle Frasche. Da volontario.

Chissà cosa avrebbe scritto di Lui, Pier delle Vigne, oggi!

Ma torniamo a Mussolini, pazzo. Quando, direttore de "l'Avanti!" nel 1912, gli viene comunicata la strage dei contadini a Rocca Gorla (governa Nitti), proprio mentre è in corso la repressione coloniale in Libia, titola su tutta pagina: "Arabi morti otto, feriti 50, prigionieri 60". E nel sottotitolo: "Dalla parte dell'Esercito italiano, che si è come al solito battuto splendidamente, un solo ferito".

È pazzo, avrebbe scritto oggi «Tre Stelle», noi siamo nati dal crumiraggio contro il disordine.

I Fanti, i cristianissimi Fanti di Caporetto, per dirla con Malaparte, buttati, così tanto per fare, nel macello di assurdi assalti; quei Fanti a cui si proibiva, nelle retrovie di frequentare un Caffé o di essere accompagnati da donne, nutriti con brodaglie immonde; curati, se feriti, come bestie; quei Fanti, grazie al sangue dei quali, nelle retrovie, si ingrassano i pescecani dell'industria e dei Ministeri, erano traditori?

I «savi» dicono di sì. I pazzi dicono di no. La storia d'Italia si snoda su questi ritmi: i savi e i pazzi.

I traditori, dicono i pazzi, ieri e oggi, sono quell'innumerevole e «lucidissimo esercito degli imboscati (si è imboscati anche quando non si spara!), dei profittatori, dei puttani, dei falsi patrioti, dei rétori, dei vigliacchi, dei disfattisti, degli austriacanti; l’innumerevole truppa, militare e civile che si è accampata alle spalle dei combattenti, schernendo, insultando, piagnucolando, gozzovigliando». Sono questi i traditori, sempre per dirla con le parole di Curzio Suckert, alias Curzio Malaparte.

Ed è così che Mussolini, nel programma dei Fasci di Combattimento (giugno 1919) chiede l'abolizione dell'Esercito, l'Istituzione della nazione armata, il sequestro dell'85% dei profitti di guerra. È pazzo?

Pier delle Vigne avrebbe protestato: non è l'industria «privata» la più trasparente possibile? Non lucra, non specula, non conquista i suoi profitti nelle anticamere dei Ministeri; non tocca i quattrini che lo Stato-ladro prende, con il modulo 101 dalle tasche dei «Fanti» che vanno a lavorare nelle officine, nei campi, negli uffici, nella scuola, nei servizi, dovunque. No, il «pubblico» è marcio, lo dicono tutti. Non solo Pier delle Vigne, anche De Benedetti, anche Napolitano, anche Natta, anche Agnelli.

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Anche Mussolini, ahimè, si fece savio, mandando a casa i Sindacati di Rossoni, dando ai Prefetti tutti i poteri, premiando gli alalà, gli evviva, «qui non si fa politica, si lavora» e via di questo passo. E il 25 Luglio si è trovato solo. In una autoambulanza. Un solo fascista, per disperazione, si spara: il Direttore dell'Agenzia Stefani. Calma su tutto il resto del fronte. Compresi i Battaglioni «M».

Poi i pazzi della RSI. Come è possibile? Gli Italiani così prudenti, così savi, abilissimi nel non rischiare; un milione e più di Italiani si butta nella fornace della guerra e della guerra civile, e sa di avere perduto. Perché?

Perché tornano le parole che nel 1914, nel 1919 videro i pazzi prevalere: accanto alla parola Repubblica c'è quel Sociale, anzi quella parola «Socialismo» direbbe Romualdi che non fa più paura, anzi; c'è un Mussolini che scende dal piedistallo, non più un grado, non più un segno sulla sua nuda divisa; si torna a parlare di libertà, di confronto, di critica. Abbandonato dai fedelissimi di un tempo, Mussolini trova Giovanni Gentile che, bersagliato per un decennio dal fascismo ufficiale, muore per lui; trova il vituperato Ugo Ojetti che gli si schiera a fianco; trova Concetto Pettinato, il giornalista più seguito, firmatario del manifesto degli intellettuali antifascisti del 1924; trova Rolandi Ricci, vecchio senatore giolittiano; e poi Carlo Silvestri, l'uomo della stampa a catena contro il fascismo del delitto Matteotti, reduce dalle galere del regime; ecco Edmondo Cione «o'vaccariello» di Benedetto Croce, ecco Walter Mocchi, Pulvio Zocchi, Nicola Bombacci, vecchia guardia del socialismo rivoluzionario. Scrive Alberto Giovannini: «Quando arrivi a Villa Feltrinelli non capisci se sei nell'anticamera del Capo della Repubblica fascista o in quella del Direttore de "l’Avanti!" nel 1913».

I pazzi e i savi. E quella parola, che ha sapore di un mito: socializzazione. I savi (ce ne sono, pochi ma ce ne sono anche nella RSI) vogliono chiamare «la Carta della collaborazione sociale». Ed è Bombacci, uno dei fondatori del PCI, influente membro del Comintern, fraterno amico di Wladimiro Ulianoff, detto Lenin, ora con Mussolini, un pazzo, a tagliare corto, socializzazione, dice. E sarà socializzazione.

Ci sono i pazzi della Xª Flottiglia Mas che, all'ordine di vestire la camicia nera, rispondono: la Decima vestirà e combatterà con la sua divisa, la divisa di sempre. E così sarà.

E l'avventura dei pazzi finisce a Piazzale Loreto. Il primo ventennio, quello in gran parte dei Savi, si chiude, grottescamente, in una autoambulanza; gli ultimi diciotto mesi della RSI sono coronati dal dramma, ben diversamente fecondo, di Piazzale Loreto. Trovo scritto: «Vi è un momento tragico in ogni grandezza politica. Ogni opera che porta il segno della creatività passa attraverso la porta della sconfitta. Vale la parola di Cristo: il seme deve essere sepolto prima di dare i suoi frutti».

 

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Cosa voglio dire, insomma, con questo discorso sui savi e sui pazzi? Che il Mussolini «socialista» è attuale e che occorre tornare a lui, a quel suo insegnamento antico? Per carità. Sarebbe, fra l'altro, riduttivo. Ed allora che cosa? Quale insegnamento? In una Italia in cui i Savi, cioè gli inerti e i pigri, sono la grandissima maggioranza, anche in mezzo a noi?

Un po' (dico un po') di follia, signori! Di santa, santissima follia. Anche, soprattutto, in mezzo a questa modernità dei robots, dei microprocessori, della telematica. Un po' di pazzia, signori!

La pazzia che ci faccia vivere la libertà, non come reciproca paralisi per restare immobili, ma come energia vitale, nazionale, tale che ci faccia «competere», nel mondo, come Italiani, nella grande sfida del Lavoro italiano, in gara con quello degli altri.

La pazzia di una Comunità, la nostra, che cessi di genuflettersi ai rétori, agli incantatori di serpenti, ai volponi della parola e del parlamentarismo corruttore.

La pazzia che ci faccia ricostruire la solidarietà, l'amicizia, non certo intorno ai «conti» dei parlamentari europei (che se li vogliono gestire da sé), ma inginocchiandosi, una buona volta, notabili del partito o no, davanti all'Italia tutta, anche a quella che ci ha voltato le spalle, spesso per colpa nostra, e l'argomento dei «conti» ne illustra bene il significato di ciò che scrivo.

La pazzia, la follia che ci faccia consapevoli della violenza che negli ospedali, nei tribunali, nelle carceri, nello stesso parlamento sprigiona questo Stato (il 1968 fu anche questo, Pier delle Vigne non è d'accordo, ahimè).

La pazzia che ci faccia essere accanto, soprattutto, dentro e fuori dell'Italia, a Occidente e a Oriente, agli indifesi, a coloro che soffrono in nome della Giustizia, e del diritto ad essere Popolo, a non essere cancellati.

La follia nel difendere noi stessi (e il sale della vita), difendendo l'Albero, il Fiume, il Mare, il Cielo, il Castello, la Torre, la Cattedrale, il Borgo. Contro l'urbanesimo miserabile, devastante.

La pazzia dei pochi che, anziché i potenti del partitismo, conoscono un solo padrone: la propria coscienza.

Stare con i folli che lavorano, che si alzano presto la mattina, per tenere «in gara» questa Italia.

L'Italia, come scrive Berto Ricci, questo «folle» caduto per le sue idee a 35 anni, «dura, taciturna, sdegnosa, che porta la sua anima in salvo soffrendo delle contraffazioni, dei manifesti, dei ciarlatani, dei buffoni, dei letterati, dei commendatori. L'Italia che ci fa spesso bestemmiare perché la vorremmo più rigida, più attenta, più macra: vicina alla perfezione dei Santi».

Questa è la «follia» di Mussolini, il vero eretico, così come amava firmarsi. Questo è il Mussolini vivo. Al di là della destra, al di là della sinistra; se così vi piace.

Un codicillo, prima di chiudere: che di «destra» (deteriore) questo MSI ne ha macinata tanta, anche troppa, alle volte da restarne soffocato. Specie quando decise (e decide) di essere «savio».

Beppe Niccolai