Rosso e Nero
anno 1979
 

3 febbraio

  9 febbraio   21 febbraio  
28 febbraio   6 marzo   10 marzo  
14 marzo   20 marzo   23 marzo  
25 marzo   30 marzo   3 aprile  
5 aprile   13 aprile   19 aprile  
22 aprile   26 aprile   1 maggio  
8 maggio   26 giugno   18 luglio  
11 agosto   4 settembre   20 settembre  
24 ottobre   3 novembre   8 novembre  
24 novembre 9 dicembre 28 dicembre

 

3 febbraio 1979

Una lettera del 1 gennaio '71:

«Caro Silvio, grazie dei tuoi auguri che ricambio a te, a Flora, alle piccole e a mamma. Con l'anno nuovo spero di maltrattare meno gli amici e di poter avere la gioia di passare qualche ora con voi. L'amico che ti porta questa mia è il dottor Giovanni Ventura di Castelfranco. È stato coinvolto per colpa di un democristiano, ex-seminarista, con la vocazione di giustiziere, con gli attentati di Milano. La polizia e la magistratura l'hanno completamente scagionato, come per me fu chiaro fin dall'inizio per quanto conosco di lui e della sua famiglia. Purtroppo quel tipo di pubblicità non gli ha giovato e ora ha qualche problema: se puoi aiutarlo, te ne sarò grata: mi sento un po' colpevole, come democristiana, del male che gli hanno fatto. Grazie, arrivederci a presto e tanti saluti cordiali anche per i tuoi. Tina»

Tutti sanno chi è Giovanni Ventura. Tina è Tina Anselmi, Ministro della Sanità. Silvio è Silvio Gava, già Ministro di Grazia e Giustizia.

L'accusatore principe della «cellula veneta» di Freda e Ventura, il prof. Guido Lorenzon (democristiano ex-seminarista secondo il Ministro Anselmi) nella sua deposizione del 23.1.70 (ore 11,30), afferma che «tanto il Freda quanto il Ventura avevano divisato di intimorire il Giudice, che indagava sul loro conto, facendo presentare in Parlamento una interpellanza tramite l'onorevole Luigi Anderlini, amico del Ventura...».

Chi è questo Anderlini? Fu un personaggio di spicco nel chiedere l'indagine parlamentare circa il fantomatico golpe del SIFAR. È eletto nelle liste del PCI. Oggi è senatore. Ed è «amico» di Giovanni Ventura. Negli atti parlamentari, stampati a spese del contribuente, si trova una interrogazione parlamentare. La data: 29.5.173. La pagina: 37. Quella interrogazione chiede notizie sui rapporti fra Giovanni Ventura e Flaminio Piccoli. Non si è avuta risposta. Né il presidente della Democrazia Cristiana chiese, a tutela della sua onorabilità, una commissione di indagine.

Trovo che Guido Giannettini era, nel 69, consulente retribuito di Panorama. Consulente di che? Per le questioni militari?

Dal processo di Catanzaro è venuto fuori (per carità, stampa e TV hanno taciuto) che Ventura, tramite il segretario della sezione del PSI di Castelfranco Veneto l'ing. Giancarlo Marchesin, aveva incaricato certo Renato Mauro di Treviso di trovare una casa disabitata. Per farne che? Per nasconderci armi e esplosivo. Ma chi è questo Renato Mauro? A quei tempi ricopriva la carica di vice segretario provinciale del PSI di Treviso.

Il Pubblico Ministero del processo di Catanzaro, nella richiesta delle condanne, oltre a Freda e Ventura, ha citato Antonio Massari, Franco Comacchio, Giancarlo Marchesin. Per costoro le pene richieste variano da un minimo di tre anni ad un massimo di dieci. Per associazione sovversiva e detenzione di armi e esplosivo. Tutti e tre con tessera del PSI. La cellula eversiva, con tanti «amici» nella DC, nel PSI e nello stesso PCI, però, continua ad essere qualificata come «fascista». E gli "antifascisti" si sorprendono e si scandalizzano perché Freda e Ventura hanno potuto tranquillamente svignarsela.

 

 9 febbraio 1979

I bambini continuano a morire a Napoli. Dicono che ciò sia la conseguenza della sporcizia. Può essere, ma la malattia vera, quella che uccide è «politico-amministrativa».

Negli ultimi trenta anni sono stati spesi nel Meridione 10.000 miliardi.

Dove sono stati impiegati? Napoli, e il suo golfo, sono una fogna a cielo aperto.

Intanto la partitocrazia è ingrassata. Anche la sporcizia.

E quest'ultima fa vittime. E a cadere sono i bambini.

 

Il buco dell'Italcasse è di 1.300 miliardi. Una parte di questi è finita nelle casse del PSI, detta DC, del PSDI e del PRI, la banda del buco.

È un vero e proprio scippo. Se pensiamo ai casi di Napoli, un assassinio atroce.

Lor signori governano. E si fanno vedere alla TV. A fare i moralizzatori. Come vi sentite, Italiani?

 

Nel Belice, distrutto dal terremoto del 1968, sono stati spesi 870 miliardi. Eppure 43.000 persone vivono ancora nelle baracche. Come è possibile?

È possibile: la mafia politica è peggiore di quella tradizionale.

 

C'è stata una gustosa polemica nell'aula del Consiglio regionale della Toscana. Si è discusso del «caso Spadolini», chiedendosi se la decisione del Senato della Repubblica di inviare il senatore repubblicano a rappresentare l'istituzione in occasione della visita a Firenze del Capo dello Stato, fosse opportuna, o no. Infatti Pertini scendeva a Firenze con un tema obbligato: essere stato lui Pertini, 34 anni fa, l'animatore della resistenza quando Firenze venne «liberata» dalle truppe alleate.

Si faceva notare che Giovanni Spadolini era la persona meno adatta per quella cerimonia. Infatti il senatore, a quei tempi, era, in Firenze. schierato con la RSI. E si ricordavano i suoi scritti infiammati su "Italia e Civiltà" contro le democrazie plutocratiche.

Il Presidente della Regione Toscana, non sapendo dove parare, si difendeva affermando che. In fin dei conti, tutto gli sembrava normale «perché il padre di Giovanni Spadolini era stato decorato di medaglia d'oro dal CLN».

Altra solenne gaffe. Il padre di Spadolini «soldato e pittore», iscritto al Sindacato fascista degli artisti, capitano della Croce Rossa, risultava deceduto. non nei ranghi resistenziali, ma sotto un bombardamento alleato del marzo 1944 e, come tale, esaltato dal governo del tempo che era quello presieduto da Benito Mussolini.

Naturalmente tutta la stampa ha taciuto sull'episodio. È infatti severamente proibito propagare anche il sospetto che fra la classe dirigente del nostro Paese vi siano dei buffoni. Autentici.

 

Nella splendida villa di Monte Argentario di Susanna Agnelli si registra un autentico scempio urbanistico e paesaggistico. Infatti gli antichi granai romani, annessi alla Villa, sono stati distrutti per far posto a dei bungalow destinati ad ospitare gli amici di Susanna.

Susanna si difende affermando che non è stata lei a compiere lo scempio, ma l'antica proprietaria detta villa, oggi deceduta. I morti non parlano. Resta comunque il fatto che la Presidentessa del Fondo mondiale per la natura, e per di più Sindaco di Monte Argentario, non restituisce alla natura i luoghi deturpati. Ci abita... sopra.

La stampa tace. E come potrebbe comportarsi diversamente nei riguardi di Sua Maestà Susanna?

 

 21 febbraio 1979

Khomeini: «Vogliamo un capo di governo che sia pronto a firmare la condanna al taglio della mano anche per il proprio figlio, se ha rubato». Cosa accadrebbe se tale regola crudele ma efficace, venisse instaurata in Italia? Sarebbe inapplicabile, o quasi. Sarebbe estremamente difficile trovare capi di governo in grado di firmare. Non per sensibilità d'animo, ma perché, con le mani tagliate, è impossibile adoperare la penna.

Susanna Agnelli fa la proposta di rinunciare ad un pasto al giorno e di versare l'equivalente a favore dei 15 milioni di adolescenti che periscono per fame. Susanna, direbbero in Toscana, non si sciupa. Ma perché questa «principessa miliardaria» non regala alla «fame del mondo» l'equivalente della propria villa dell'Argentario? Dopo tutto, quella villa è abusiva in gran parte. Coraggio, Susanna!

Piccoli Flaminio. Sempre lui. Lo chiamano «testa vuota». Dopo essere stato accusato, senza difendersi, di essere amico di Giovanni Ventura, fino al punto di avere avuto con lui rapporti di affari, eccolo tuffato, fino al collo, nella vicenda Viglione-Brigate Rosse. È l'uomo che definì i voti del MSI-DN «colerici». A parte il colera, che a Napoli trovò come veicolo d'infezione, la corruzione damaschina, resta il fatto che questo personaggio si trova dentro gli episodi più chiacchierati. È Presidente della DC. Carica azzeccata. Infatti è noto che Flaminio Piccoli si serve di tutti gli organi del proprio corpo, tranne uno: la testa. Quella non gli serve.

È il momento dei mitomani. Ministri, parlamentari, generali, non sfuggono ai loro raggiri. Se non vi fosse il sangue che scorre, ahimè abbondante, si potrebbe scrivere che questa Repubblica sta affogando nel ridicolo. Ma che ne è dei mitomani che, per anni, hanno fatto correre fra lo spavento degli italiani dabbene magistrati, polizia, carabinieri, e che, in Parlamento, vedevano mobilitato l'onorevole Andreotti?

Ricordate il Salcioli? Fu definito colonnello, ingegnere, esperto in elettronica nucleare, agente dei servizi segreti, poi pedina di primo piano della «internazionale nera». Andreotti, quando fece scattare il golpe Borghese, al fine di parare l'ondata Sindona che stava per travolgerlo, utilizzò, come spaventapasseri, il «colonnello» Salcioli. Chi era costui?

Un truffatore da quattro soldi. Operaio lattoniere nella Piaggio di Pontedera, inabile al servizio militare perché afflitto da piedi piatti. Tutta l'Italia, grazie ad Andreotti, grazie alla televisione e alla stampa e al giudice Tamburino, tremò per le dichiarazioni del «colonnello» Salcioli. Una mascalzonata, direte. Esatto. Ma quella mascalzonata dura ancora. Perché? Perché c'è da colpire la destra. E tutto fa brodo per raggiungere questo scopo.

Dopo avere scritto che la DC è cosa «fetentissima», ma che occorre votarla, a costo di turarsi il naso, ora Montanelli, per dare una esatta immagine della famiglia politica della DC la paragona ad una «casa chiusa» o, meglio, ad un «casino». E, more solito, aggiunge che nel «casino democristiano» occorre starci. Per battere il comunismo. Pensate: con il... casino.

Taviani, ministro dell'interno, il 28 maggio '74, ore 10,30, alla notizia della strage di Brescia: «Quanti agenti di pubblica sicurezza sono morti sotto le Logge?». Ma perché in quella triste e piovosa mattinata di maggio dovevano essere morti degli «agenti» per il ministro dell'interno? Il "Corriere della Sera", attonito dinanzi all'episodio del giovane di "Lotta Continua" eliminato dai rossi, così scrive: «Agghiaccia soprattutto quella cieca convinzione che l'assassinio doveva essere dei neri: quante altre convinzioni, di questo o di segno opposto, dovranno essere intaccate o smentite dal tempo?». Molte, colleghi del "Corriere", molte. Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Italicus e, se volete, Portella delle Ginestre. È tutta da scrivere la storia dell'ultimo trentennio. Soprattutto: è tutta da scoprire.

 

 28 febbraio 1979

La sentenza di Catanzaro: tre ergastoli. La stampa di regime, ancor prima che la Corte decidesse, l'aveva già scritta, dettata, interpretata alla pubblica opinione. Televisione e stampa, interpretandola, hanno battuto un solo tasto: «strage fascista». A tal punto che anche i delitti delle Brigate rosse, tutti firmati, sono stati ricondotti alla stessa matrice «fascista».

Sono dei mascalzoni. La strage fu organizzata dalla «cellula fascista veneta»: si dice. E va bene. Il bombardamento psicologico della TV e della stampa di regime su questo tema è stato ed è univoco. Ma come mai in tale «cellula fascista veneta» figurano personaggi di primo piano della federazione del PSI di Treviso? Su questo punto silenzio. Doppiamente mascalzoni.

Perché ignorare che nella «cellula fascista veneta» figura l'ingegnere Giancarlo Marchesin, segretario del PSI e consigliere comunale socialista di Castelfranco Veneto? Perché ignorare che nella «cellula fascista» figura il socialista Franco Comacchio che, custode di armi e esplosivo, lo va a rimpiattare nella sede del PSI? Perché ignorare che il vice-segretario provinciale del PSI di Treviso, Renato Mauro, era perfettamente a conoscenza che la «cellula fascista veneta» era in cerca di una casa disabitata onde custodirvi armi e esplosivo? Perché ignorare che Giovanni Ventura, come editore e proprietario della Casa Editrice Ennesse, ancor prima del '69, stampa pubblicazioni anarchiche? Perché ignorare che Giovanni Ventura è intimo amico dell'on. De Michelis Gianni della direzione nazionale del PSI? Perché ignorare che Giovanni Ventura nel '69 costituisce una Società Editoriale con Pietro Gamacchio, uomo del PSI, vicino allora al segretario nazionale del PSI, Giacomo Mancini? Perché ignorare che Giovanni Ventura era di casa della «staffetta partigiana», e ora ministro della Sanità, Tina Anselmi? Perché ignorare che Giovanni Ventura aveva rapporti di affari con Flaminio Piccoli e rapporti politici con il comunista senatore Luigi Anderlini?

Silenzio. Non una parola. La strage è... «fascista». Diteci un po': siamo davvero dei maleducati a definire la televisione e la stampa di regime mascalzoni?

 

6 marzo 1979

Fra i 21.600 documenti relativi allo scandalo Lockheed, gli assegni di Camillo Crociani, uno dei condannati, a Franco Evangelisti. Tutti con sei zeri.
E quello di 10.000.000 in data 28-6-78, alla vigilia delle elezioni politiche, quando Franco Evangelisti è sottosegretario alla Presidenza del consiglio dei Ministri, Presidente Giulio Andreotti.

Ha ragione Tanassi a dire che la vicenda Lockheed, in confronto ad altre, è acqua fresca, fa ridere.
Basta soffermarsi sull'entità della bustarella Lockheed che è poco più di un miliardo di lire. Ora se si riflette che fra le carte del processo c'è la dimostrazione che «il povero in canna» Camillo Crociani (nel 1965) è in condizioni -quando sale, per volontà democristiana, ai vertici prima della Finmare poi della Finmeccanica. in soli tre anni- di girare sul proprio conto corrente 18 (diciotto) miliardi di lire, si può, in tutta tranquillità affermare che se la rete della Corte Costituzionale, buttata nell'acqua limacciosa dello scandalo Lockheed, ha tirato su qualcosa, è evidente che il grosso rimane ancora sul fondo.
Ecco perché trovo stonate (e di cattivo gusto) le grida di esultanza per la sentenza Lockheed dei democristiani.

Per fare un esempio, lo scandalo delle aste truccate dell'ANAS è. senza alcun dubbio. molto più grave della vicenda Lockheed.
Dove sta il bisticcio per cui questo malaffare è tutto bloccato?
L'atto di accusa contro ministri, sottosegretari, uomini politici è contenuto in alcune bobine registrate. Quando quelle bobine furono registrate la legge, che ne proibisce l'uso come strumento di prova, non c'era ancora.
Che fecero gli amici degli amici?
Quello che già avevano fatto quando, scoppiato lo scandalo INGIC (1954), andarono in galera comunisti, democristiani, socialisti e soci.
Si riunirono velocemente in Commissione Giustizia e vararono una leggina, grazie alla quale, gli arrestati, anche se ladri e peculatori, poterono riottenere la libertà.
La stessa tecnica (mafiosa) è stata usata per lo scandalo ANAS. Per annullare le prove, i signori parlamentari dell'«arco... costituzionale», comunisti compresi, hanno velocemente varato una legge, la quale, retroattivamente sancisce la illegittimità delle prove raccolte in registrazioni, effettuate senza le modalità ora prescritte. Affermano che cosi hanno voluto difendere la sfera privata del cittadino.
No, del cittadino se ne ricordano solo quando c'è da coprire uno di loro. Si comportano, insomma, mafiosamente.
Ed ora il bisticcio è tutto qui. Se le bobine vengono considerate valide, allora per Mancini, Lauricella, Natali e soci non c'è scampo. Devono fare la fine di Tanassi. Altrimenti va tutto in fumo e chi «ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato». Con tanti saluti a coloro che, con faccia di bronzo, hanno sentenziato che con la sentenza Lockheed, è caduto un tabù: quello della Impunità dei potenti.

Particolare da ricordare: il senatore socialista Campopiano. che per la Lockheed chiedeva in Commissione Inquirente anche l'incriminazione di Rumor, a proposito dello scandalo ANAS, dichiara: «È dovere delle Commissione Inquirente procedere alla distruzione delle registrazioni per quello che riguarda i ministri».
Campopiano è socialista e difende Mancini. Dite un po': non sentite vergogna per questi rappresentanti del popolo protettori dei peculatori e dei corrotti?
Tanassi paga. E paga perché, ingenuo, non ha provveduto in tempo a dichiarare che, per quanto lo riguarda, i comunisti avrebbero dovuto andare al governo. Se lo avesse fatto, non sarebbe andato in galera. Sarebbe ritornato al Governo. Magari al Tesoro.

A Napoli, fra i bimbetti malati e denutriti, spunta l'ennesima vittima. E, more solito, proveniente dai bassi, dove l'umidità, la sporcizia trionfano. Insieme alla mancanza dei servizi essenziali, prima fra tutti, l'acqua.
Già, l'acquedotto napoletano. Fate attenzione a queste cifre. Si tratta di pensioni e di liquidazioni dell'Azienda municipalizzata di Napoli.
Benetti Vincenzo, dirigente amministrativo, liquidazione 136.975.320; pensione 1.582.425.
Moscarello Attilio, impiegato di concetto, liquidazione 50.054.816. pensione 804.730.
Ricci Giuseppe, impiegato di concetto, liquidazione 55.712.960, pensione 859.394.
Rotondo Pietro, impiegato di concetto non laureato, liquidazione 124.467.960; pensione 1.633.416.
Scorza Luigi, impiegato di concetto, liquidazione 79.354.234, pensione 1.319.975.
Mi fermo qui. Non ce la faccio ad andare avanti. Penso ai sindacati che hanno reso possibili cose del genere, quando sei milioni di pensionati vivono con 100.000 lire mensili.

Nel 1978 i morti provocati dal terrorismo sono stati 30. Per il terrorismo «bianco», quello della inefficienza politico-amministrativa, sono stati sufficienti pochi mesi per uccidere, in tenera età dei poveri ragazzi indifesi.
Sul petto spento di questi bimbetti nessuno pone la medaglia d'oro al valor civile. Eppure hanno avuto il coraggio di nascere per raccontare a noi tutta la abiezione di questo regime.

 

10 marzo 1979

Raccontano le cronache che i giudici della Corte Costituzionale, durante la loro lunga clausura per redigere la sentenza sullo scandalo Lockheed, hanno avuto il tempo di leggere i giornali, vedere la TV, giocare a tressette e a ping-pong, raccontarsi barzellette molto pepate. I più bravi, sempre secondo le cronache, nel raccontare barzellette, Oronzo Reale e Leonetto Amadei. Non ne dubitiamo. Anche se Oronzo Reale avrebbe potuto meglio impiegare il suo tempo raccontando la sua vicenda di Ministro di Grazia e Giustizia quando scrisse, e fece scrivere dal suo gabinetto particolare, calde lettere di raccomandazione in favore degli allora ergastolani fratelli Rimi, mafiosi di tutto rispetto, reclusi in penitenziari italiani e protetti, come carte inoppugnabili dimostrano, da tutta la classe politica di vertice: dai comunisti ai democristiani. È vero: il giudice costituzionale Oronzo Reale raccontando questa storia, difficilmente avrebbe indotto al riso. Avrebbe caso mai evocato la memoria del Ministro Rosano che, Presidente del Consiglio dei ministri Giolitti, venne accusato di avere favorito un recluso. Con una differenza: che il Ministro Rosano, dopo l'accusa si sparò, mentre Reale, dopo avere favorito dei mafiosi di rispetto, può raccontare barzellette.

Il nuovo Presidente della Corte Costituzionale è Leonetto Amadei. È un personaggio della nostra Toscana. È un simpaticone. E non perché sia stato Capomanipolo della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale senza vergognarsene, ma perché, spesso, ha battute formidabili e fulminanti. Sentite questa: «Quando incontro Giacomo Mancini, il primo impulso che ho, è quello di costituirmi parte civile».

L'onorevole Falco Accame non smette di superare sé stesso. Deputato socialista, ex-presidente della Commissione Difesa, non passa giorno che non sputtani le Forze Armate; non tenti dimostrare la loro inutilità. Lo scrittore pacifista Cassola, nei suoi confronti, impallidisce. Da ultimo ha accusato le FF.AA. di essere una fabbrica di impotenti e di pederasti. Si direbbe da quello che fa e, ahimè, scrive, che il mestiere di Falco Accame, prima della sua elezione a deputato, fosse quello di pacifista, del quacchero, dell'obiettore di coscienza. Invece no. Era alto ufficiale di marina in servizio permanente. Stava per diventare ammiraglio. Ed io, che lo ascoltavo quando, non ancora socialista (la sua scelta è stata... tormentata), mi raccontava, con le lacrime agli occhi, della sua vicenda militare, per cui non avrebbe più potuto mandare il proprio figlio all'Accademia Navale «a continuare le tradizioni del padre», in quanto, per difendere l'Onore dei suoi marinai, si era messo contro il vertice della Marina, quasi quasi mi commuovevo. «Per capire certe cose», affermava con solennità, «occorre avere amato il mestiere delle armi».

Ora, Falco Accame, avendo ormai dato fondo a tutto pur di dimostrare la inutilità delle FF.AA., se la prende (udite! udite!) con le preghiere del soldato. Troppo retoriche, troppo guerriere, soprattutto troppo fasciste! E che ci fa quel Dio degli eserciti? È una schifezza! Qua siamo tutti pacifisti, basta un pater nostro, o meglio, sarebbe abolire tutto: Madonne, Santi e altro. Ma perché cominciare proprio dalle preghiere del soldato? Se quelle preghiere sono fasciste, in quanto retoriche e bellicose, che dire dell'inno nazionale della nostra Repubblica antifascista e resistenziale? È l'inno di Mameli, poeta, soldato, mazziniano, eroe del Risorgimento. «L'Italia s'è desta, dell'elmo di Scipio s'è cinta la testa. Dov'è la Vittoria? Le porge la chioma ché schiava di Roma Iddio la creò...» Non basta. L'inno della Repubblica stabilisce una definizione comune per tutti i nostri bambini: «I bimbi d'Italia si chiaman balilla...» Ed allora, come la mettiamo, signor Falco Accame? No, non ce l'abbiamo con l'ex-comandante. La foia di prendere qualche voto in più in questa smidollata Italia, fa far questo ed altro. Noi ce l'abbiamo con coloro che, al vertice militare, hanno reso possibile che un Falco Accame potesse salire così in alto nella gerarchia militare. Un bischero del genere non se lo meritavano proprio i militari!

«Quando ti avvicinerai ad una città per assalirla proponile prima la pace. Se l'accetta e ti apre le porte, tutto il suo popolo ti sia tributario e soggetto. Ma se essa rifiuta la pace, e comincia a farti la guerra, assediala. Il Signore, Iddio tuo, te la darà nelle mani e allora metti a fil di spada tutti i maschi, ma le donne, i bambini, il bestiame e tutto ciò che sarà nella Città, tutto quanto il suo bottino, portalo via con te e goditi il bottino dei tuoi nemici che il Signore, Dio tuo, ti avrà dato». [Mosè, Libro V della Bibbia, N.d.A.]. Da dedicarsi a Falco Accame e a tutti coloro che avendo cooperato a disarmare moralmente e materialmente la propria Patria, hanno reso fertile il suolo dell'Italia al terrorismo delle grandi potenze.

O grande e commovente Carlo Pisacane, tu che sognavi grande e rispettata l'Italia, cosa ne dici di questi invertebrati che si proclamano socialisti? Si è tenuto a Saint Vincent un convegno sul tema: «Cosa rimane della Resistenza?» Relatore ufficiale: il Presidente nazionale della Associazione Partigiani, senatore comunista Amerigo Boldrini, medaglia d'oro della Resistenza. Particolare curioso: il senatore è stato Centurione della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale.

 

14 marzo 1979

La famiglia Berlinguer, pur tenendosi molto defilata, esiste. Eccome se esiste! A parte don Enrico, segretario del PCI, il casato Berlinguer si dimostra ben piazzato. Su tutta l'area nazionale. Infatti il fratello di Enrico, che risponde al nome di Giovanni, ha veduto coronata dal successo la richiesta di portare da Sassari a Roma, dove svolge il mandato parlamentare, il posto di professore universitario. E con una operazione del tutto baronale, complice il ministro democristiano della Pubblica Istruzione, Malfatti, e il Preside della Facoltà di Scienze di Roma, il senatore del PCI Carlo Bernardini. Non basta. L'altro fratellino di Enrico, di nome Luigi, non è da meno. Professore universitario a Siena, consigliere regionale del PCI a Firenze, è anche funzionario del Monte dei Paschi di Siena. Tre stipendi tre. E -scrive "l'Unità"- riesce a far tutto bene: il funzionario di banca, il professore universitario e il consigliere regionale. Particolare curioso: il PCI è portatore dell'esigenza di moralizzare la vita pubblica mettendo la parola fine anche al cumulismo delle cariche. Una nota di colore. I figli di don Enrico, il segretario del PCI, frequentano a Roma la scuola. E con questo? Sì, c'è un particolare: i figli di don Enrico si istruiscono presso scuole religiose, o meglio cattoliche. Siamo alle solite: in un modo in... piazza, in un diverso modo a... casa.

Agosto '66, la rivista "Nuovi Argomenti", sotto la nuova direzione di Moravia e Pasolini, pubblica la seguente poesia:

«Partigiani della menopausa della storia. / Partigiani, dove siete oggi? / Con chi siete oggi? / Vi vedo alle commemorazioni ufficiali, / doppio petto, guancia flaccida e / "pur bisogna andar"'.. / A conquistare la nostra Citroën dove vagisce / l'ultimo nato della società del benessere. / Dentro i mezzi da combattimento / dai nomi quieti come Anglia Austin - Simca 1000. / Mirate bene, Partigiani. / Sparate a zero! / Attaccate l'ultimo semaforo. / Oggi il guidatore ha una dimensione ideologica. / Tacete: il pedone vi ascolta. / Lo vedete? / Occhio alla striscia: / è l'uomo della rivoluzione piegata».

Dai giornali: «A Saint Vincent, i Combattenti dell'antifascismo hanno dichiarato di rifiutare il ruolo di reliquie di eroi, di pensionati della Costituzione e propongono di ricostituire la vecchia alleanza guerriera».

Fortebraccio, su "l'Unità" del 17 febbraio '79: «Invece ci è piaciuto molto (Tribuna politica in TV, N.d.A..) il demonazionale senatore Tedeschi, che pare il decano dei pinguini. I suoi baffi, bellissimi, gli debbono costare molto. Sono così simmetrici e dinamici che glieli deve curare non il parrucchiere ma un ufficio tecnico dell'aeronautica. Egli parla con simpatia e con disinteresse, come se dicesse segretamente: "Vi prego di dimenticare"». E noi infatti non ricordiamo più che cosa ha detto quest'uomo, col quale pare di star caldi e dal quale ci sembra ora di aver tratto questa sola speranza: che alla fine la crisi del gasolio non ci sarà.

 

20 marzo 1979

Qualche anno fa, passando per Genova, i cittadini potevano vedere affissi degli enormi manifesti a firma del PCI. In essi, a caratteri di scatola, si denunciava la presenza, nel governo Andreotti del «mafioso» Salvo Lima. L'episodio c'è tornato alla mente leggendo in questi giorni l'intervista che il "Corriere della Sera" ha con Salvo Lima, in relazione all'assassinio di Michele Reina, segretario provinciale democristiano di Palermo. Il "Corriere" scrive che potrebbe trattarsi anche di un fatto mafioso e, a tale proposito, chiede lumi a Lima che, in Sicilia (insieme con Reina) rappresenta ora la corrente di Giulio Andreotti. Dobbiamo riconoscere che, in fatto di mafia, migliore intenditore il "Corriere" non poteva trovare. E si avverte subito, fin dalle prime battute, che Lima si trova a suo agio. Pesce nell'acqua.

«Non vedo», dice «quale atto Reina possa aver commesso per disturbare la mafia». E se lo dice lui... Ma il giornalista del "Corriere" incalza e chiede: «C'è una tesi, onorevole: hanno eliminato Reina per avvertire lei e impedirle così di continuare il dialogo con il PCI. Queste sono le ultime parole di Reina ai comunisti: "Per me io vi porterei subito al governo"». La risposta di Lima non si fa attendere: «Se potessimo ottenere certezza di ciò avremmo scoperto la matrice del delitto, una matrice anticomunista. La mafia non si è mai occupata di politica». L'affermazione di Salvo Lima merita una pausa di riflessione. Essa ci fornisce due spiegazioni importanti sul comportamento, e del PCI e del deputato andreottiano.

Veniamo ai comunisti. Costoro, da qualche anno a questa parte, hanno cessato di attaccare il «deputato mafioso». Ora la ragione di ciò ce la fornisce lo stesso seguace di Andreotti. Infatti Lima dichiara di battersi per l'ingresso del PCI nel governo. Ed è evidente che il PCI lo ricompensi facendo dimenticare le sue origini e le sue esperienze. Io do una cosa a te e tu dai una cosa a me. È un rapporto tipicamente mafioso. DC e PCI dimostrano di averne appieno appresa la tecnica. La seconda spiegazione che Lima ci fornisce riguarda la mafia, mafia che il deputato andreottiano difende scopertamente con l'affermazione davvero... sorprendente, per cui «la mafia non si sarebbe mai occupata di politica».

Cinismo? Arroganza? Sfacciataggine? Decidete voi. Ma se così fosse, e cioè se la mafia non si fosse mai interessata di politica, come avrebbe potuto Salvo Lima essere eletto per sette anni Sindaco di Palermo, deputato nazionale, sottosegretario di Stato alle Finanze e al Bilancio? Come avrebbe potuto il gruppo di indagine della Commissione Antimafia sul funzionamento della Pubblica Amministrazione, chiedere nel '64, la sospensione di Lima dall'incarico di Commissario straordinario dell'ERAS, per atti di mafia? Come si sarebbero potute formulare le accuse più cocenti, sfociate anche in autorizzazioni a procedere per peculato e altro, contro Salvo Lima, accusato di aver favorito, con delibere false, i vertici mafiosi della speculazione edilizia palermitana, speculazioni finite più volte in stragi sanguinose?

Buscetta Tommaso, La Barbera Angelo, La Barbera Salvatore, Vassallo Francesco, Rosario Mancino, Pietro Torretta, Moncada Girolamo, tanto per citare qualche nome, sono forse personaggi che si sono dedicati in Palermo, sindaco Salvo Lima, ad opere di bene o attinenti al buon costume? Quando l'onorevole Macaluso, allora segretario regionale del PCI l'11 novembre '70, davanti alla Commissione Antimafia, afferma che Lima è stato il primo eletto a Palermo «non certo per le sue qualità politico-culturali», che fa se non ribadire le accuse di Li Causi, Pafundi, Spezzano, Vestri, Della Briotta, Tuccari, Nicosia, «per cui Lima è un protetto della mafia»?

Se la mafia, come afferma Lima, non si occupa di politica perché, nel '66, quando l'ex-sindaco di Palermo si reca a New York, a presentarlo alle persone... dabbene di quella città, è Frank Garofalo, mafioso e gangster di tutto rispetto? Ora Salvo Lima non è più nel mirino del PCI. Da accusatore implacabile, il PCI si è trasformato in suo protettore. E solo perché Lima, insieme con Andreotti, si è fatto sostenitore che il PCI deve essere ammesso al banchetto del governo. Basterebbe questo episodio per qualificare sia la DC, sia il PCI. Basterebbe questo episodio, per dimostrare il perché il Paese, questa dolcissima Italia, si è fatta tanto feroce. Basterebbe questo episodio per dimostrare che sia la DC, sia il PCI, non moralizzano proprio un bel niente. Anzi, pur di conservare il potere si fanno difensori della mafia. Come volevasi dimostrare: due mafiosi due.

 

23 marzo 1979

E così ti hanno fatto Ministro il senatore Ariosto, socialdemocratico! Correva l'anno '70 e l'allora Presidente della Camera, Sandro Pertini, nel comporre il giurì d'onore chiesto da Giacomo Mancini in relazione ad una interrogazione parlamentare del liberale Quilleri riguardante le aste truccate dell'ANAS, fra gli altri deputati indicò anche Ariosto nonché Egidio. Toccò al sottoscritto prendere carta e penna per far presente a Sandro Pertini che era un po'... azzardato nominare in un giurì d'onore un parlamentare come Ariosto che, in quei giorni, veniva incriminato di concussione ai danni del Casinò di San Remo. Il Presidente della Camera capì tutto e sostituì Ariosto con l'onorevole Sargentini. Era il 24 novembre '70. Da allora sono passati nove anni. E Ariosto ha salito le scale del Quirinale per giurare, come Ministro, fedeltà alla Repubblica. È uno spettacolo! Non è stato sufficiente Tanassi. Ci voleva anche Ariosto. Sarò spezzato, non piegato! È il motto dei socialdemocratici.

A pagina 6 della relazione, dal titolo «Affare ENEL», a firma Commissione Inquirente per i procedimenti di accusa, sta scritto: «In particolare si dovrà procedere all'interrogatorio dell'on. Ugo La Malfa che dovrà chiarire la sua posizione essendo egli il percettore diretto dei 12 assegni dell'ITALCASSE dell'importo di 120 milioni. Di tali assegni 10 risultano versati sul conto del partito, uno sul conto personale dell'onorevole Gunnella e uno sul conto personale di Carini T.». Si tratta di quattrini che l'ITALCASSE sborsava, per conto dei petrolieri, ai... democratici della banda del buco (DC-PSI-PRI-PSDI) perché l'ENEL, anziché costruire centrali termonucleari, incrementasse la costruzione di quelle termoelettriche, potenziasse quelle esistenti e ottenesse che la determinazione del prezzo dell'olio combustibile BTZ fosse regolamentato al di fuori di qualsiasi intervento CIP, il che consentiva alle società petrolifere di aumentare vendite e profitti. Ugo La Malfa riscuoteva. Ora è tornato al Governo. E al Bilancio. Silenzio, felloni! L'onorevole Ugo La Malfa è sinonimo di moralizzazione. E guai a chi dissente!

Telegramma di Roberto Farinacci a Benito Mussolini: «È vero: nel '22 ero un pezzente e ora viaggio in automobile, ma l'auto mi è stata regalata dai ferrovieri di Cremona. Inoltre potrei guadagnare moltissimo facendo l'avvocato, mentre invece mi limito a poche cause tutte scelte lontano da Cremona per non usufruire involontariamente di un trattamento privilegiato». Ed ecco la risposta di Mussolini: «Non contesto che tu fossi un pezzente nel '22, ma nego che tu sia rimasto un pezzente. I veri pezzenti non vivono come te. L'apologia del falso pezzentissimo mi è odiosa quanto l'esibizionismo pescecanesco» ("Corriere della Sera", 10.12.78).

Abbiamo l'impressione (e se sbagliamo chiediamo scusa) che nell'Italia democratica e antifascista telegrammi di questo tipo siano del tutto superati. Nota di colore. Nel governo tripartito il senatore Giovanni Spadolini è Ministro della Pubblica Istruzione. Trentacinque anni fa Spadolini si trovava in Firenze. Nella Repubblica di Benito Mussolini. E combatteva le sue battaglie contro le «demoplutocrazie» dal foglio "Italia e Civiltà". Accanto al grande filosofo Giovanni Gentile.

 

 25 marzo 1979

Indro Montanelli, fondatore e direttore de "il Giornale", campione intemerato, senza paura e tutto di un pezzo dell'anticomunismo, faro di coerenza politica, in questi giorni pre-elettorali è particolarmente irrequieto, alla ricerca di una formula che gli consenta, nonostante tutto, di mantenersi con il vento in poppa. Nel '76 lanciò lo slogan del voto alla DC a naso turato. A lui e alla DC andò bene, agli elettori anticomunisti che gli diedero retta andò di peste. Ci provò poi con i «laici», ma si accorse subito che molti zeri non fanno un'unità. Ultimamente si scoprì estimatore di Craxi e dei socialisti, ma anche questa folgorazione è stata resa vana dall'indisponibilità dello stesso Craxi ad apparire quello che voleva farlo sembrare Montanelli, cioè il salvatore della patria, o meglio, della legislazione. Cosa inventerà stavolta l'insuperabile Indro Montanelli? Non ci sono limiti alle possibili previsioni. Ne volete una prova? Ecco a raffronto quanto lo stesso Montanelli ebbe a scrivere, rispettivamente sul "Corriere della Sera" e su "Paese Sera", a distanza di tre anni, sulla rivoluzione ungherese, prima come inviato sul posto e poi come rievocatore.

 

1956

«La rivoluzione ungherese è nata acefala, senza programmi prestabiliti, senza fini preordinati. È una autentica rivoluzione di popolo, corale e spavalda, alla antica». ["Corriere della Sera", 30.10.56]

«A Budapest le truppe russe hanno sparato addosso ad una folla enorme con inaudita ferocia». ["Corriere della Sera", 31.10.56]

«A Miskolic le truppe russe hanno fermato le ambulanze della Croce Rossa massacrandone il dolorante carico umano a colpi di mitra». ["Corriere della Sera", 31.10.56]

«Budapest è la città che, qualunque cosa stia per avvenire, liberando sé stessa ha liberato l'Europa dalla Russia». ["Corriere della Sera", 2.11.56]

«In Ungheria è in atto da 48 ore il più spaventoso genocidio, la soppressione materiale di tutta la gioventù. Ancora un mese di queste operazioni, e dell'Ungheria non rimarrà che un orfanotrofio». ["Corriere della Sera", 12.11.56]

«Tutto ciò ai Russi sembra importare ben poco. Il loro ambasciatore e i loro generali in Ungheria hanno assistito impassibili alla liquidazione dei propri servitori, che seguita implacabile e spietata tuttora». ["Corriere della Sera", 3.11.56]

 

1959

«Proprio da Budapest io mi ribellai in modo esplicito alla parola d'ordine delle borghesie occidentali che pretendevano di definire quegli avvenimenti una rivolta popolare anticomunista. Non era così. Casomai si trattava di uno scisma nel mondo comunista» ["Paese Sera", 20.10.59]

«Capii fra l'altro, proprio in Ungheria, che non è vero che il comunismo uccida le coscienze, ma, al contrario, le ravviva». ["Paese Sera", Ottobre '59]

«I sovietici, nella loro azione di forza, non si comportavano da nemici; ma erano uomini normali, ragionevoli, rattristati, costretti da cause di forza maggiore a compiere atti contro voglia». ["Paese Sera", 20.10.59]

«Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, proprio là, in Ungheria, io ho visto spegnersi la guerra fredda e sorgere da quel dramma grandioso, la prima luce della distensione. Là è cominciato anche il mio personale distensionismo» ["Paese Sera", Ottobre '59]

«Tutti abbiamo potuto osservare ed abbiamo dovuto riconoscere, con un certo sbalordimento, la volontà dei sovietici di non dare alcun carattere punitivo all'operazione». ["Paese Sera", Ottobre '59]

«Sono convinto che Kadar sia un galantuomo che ha salvato il salvabile» ["Paese Sera", Ottobre '59]

Questo è l'uomo, questa la sua coerenza; questa la sua credibilità.

 

30 marzo 1979

Si sono fatti preoccupati. Qui si sputtana il buon nome dell'Italia all'estero. Non è ammissibile che dei magistrati per vedere nelle ruberie dei politici, mettano sotto processo il vertice della Banca d'Italia. È un atto di eversione. E fanno tutti quadrato. Dal ministro del Tesoro agli «economisti», da Scalfari a Lama, dal "Corriere della Sera" a "l'Unità", dai partiti ai sindacati. All'appello dei... moralizzatori non ne manca uno. E tutti, in coro: qui si vuole la fine della... democrazia! Perché questa corale mobilitazione? Perché si è toccato il petroliere Rovelli e i suoi protettori. Rovelli non significa solo il vertice della Banca d'Italia, significa soprattutto Giulio Andreotti, significa Giacomo Mancini; significa mettere le mani su una cosca «politico-finanziaria» che di fatto da anni sgoverna il Paese. Ecco perché tutti si allarmano: da Carli ai comunisti, da Scalfari ad Agnelli. È una vergogna, strepita l'economista senatore Nino Andreatta.

Già, Nino Andreatta. Cominciamo da lui. Il finanziere Bernard Cornfeld, poi finito in galera in Svizzera, entra in Italia e rastrella denaro, con i fondi di investimento, presentandosi con il biglietto da visita dell'economista Nino Andreatta. Poi il dissesto e la galera. Ebbene, il dissesto di parte italiana viene pagato dall'IMI. Particolare interessante: Nino Andreatta è consigliere dell'IMI (Istituto Mobiliare Italiano). Oggi strepita a favore del vertice della Banca d'Italia. Ma è un falso scopo. Le sue solidarietà vanno a Rovelli. Andreatta è un uomo coerente, non c'è dubbio. Di bancarottieri se ne intende.

Scalfari (leggi Agnelli) intitola: «Il giudice Alibrandi, da sempre fedelissimo del MSI». Il che vorrebbe significare pregiudizio e inattendibilità del magistrato. Gli fa eco tutta la plutocrazia cartacea e demagogica pilotata da un altro dipendente di Gianni Agnelli, il Presidente della Confindustria Guido Carli, ex-governatore della Banca d'Italia.

Guido Carli. Le fortune di Rovelli hanno una data ben precisa: l'assunzione da parte della SIR del dott. Strigelli. Chi è costui? È il marito di una sorella di Guido Carli, già governatore della Banca d'Italia. Rumianca vuol dire SIR; SIR vuol dire Rovelli. E alla Rumianca vengono assunti, governatore della Banca d'Italia Guido Carli, l'ing. Carli e il prof. Liuzzo. Il primo è il figlio del governatore, il secondo ne è il genero. Come si può constatare l'attuale vertice della Banca d'Italia, rispetto al precedente, non innova proprio nulla in fatto di rapporti con Rovelli!

Una cosa va detta: l'attività di vigilanza affidata istituzionalmente alla Banca centrale crolla, non tanto sotto la gestione Baffi, ma sotto quella di Guido Carli. Le sue responsabilità anche giudiziali, nella crisi dell'impero finanziario di Sindona sono tutte da chiarire e così quelle relative ai guai del Banco di Roma e dell'Immobiliare. Certo è che, con Guido Carli, deve crollare un altro mito, quello della presunta indipendenza dai potenti e dai politici. Se c'è uno che ai potenti e ai politici ha sempre tenuto il sacco è proprio Guido Carli. Basta ricordare la gestione del Ministero del Tesoro da parte di Emilio Colombo. È sotto di lui che maturano le condizioni della frana della spesa pubblica, ma quelle condizioni sono rese possibili perché a permetterle è Guido Carli, governatore della Banca centrale. Prima che Colombo andasse a Bruxelles si vedevano tutte le sere. Due anime in un nocciolo. O meglio culo e camicia.

Carli non paga. Anzi. Ci fa la predica. Quasi tutte le sere, ospite di riguardo della TV. Nessuno gli chiede: ma di Nino Rovelli sa nulla? Lo conosce? Non osano. Carli conosce il gioco. Basta dichiarare che si è favorevoli a che il PCI entri nel governo e tutto va a posto. Non si è processati. Si è incensati. Così va il mondo.

 

3 aprile 1979

Proprio mentre più proterve erano le grida di regime contro la magistratura -ritenuta «colpevole» di indebolire il prestigio delle istituzioni e di destabilizzarle, per aver affermato il principio che la legge è uguale per tutti, anche per i vertici della Banca d'Italia- veniva reso noto l'elenco dei «nuovi» sottosegretari dello sfiduciato governo. Una coincidenza fortuita, ma significativa. Vogliamo scorrere questo elenco? Vogliamo verificare se le scelte fatte siano state sempre coerenti con il conclamato imperativo di salvaguardare il prestigio delle istituzioni? Scegliamo «fior da fiore».

Marina Mercantile: Sottosegretario Ciampaglia Alberto. Sbagliamo, ma nel '72 arrivava alla Camera una autorizzazione a procedere che accusava questo uomo di... stato, di corruzione per atto contrario ai doveri di ufficio, reato per il quale il Codice Penale prevede la reclusione? No, non sbagliamo. Infatti solo nel '75, cioè tre anni dopo, la Camera si occupò della vicenda. Naturalmente per negare che l'on. Ciampaglia comparisse davanti ai giudici. Ora è Sottosegretario. Non destabilizza le istituzioni, le illumina a nuova vita.

Giuseppe Amadei: Sottosegretario alle Finanze. È l'uomo giusto al posto giusto? L'autorità giudiziaria, procedendo ad una perquisizione negli Uffici dell'ITALCASSE, ha trovato documenti sufficienti per incriminare l'attuale Sottosegretario di corruzione aggravata. E la frode è risultata anche di natura fiscale in quanto avvenuta per favorire i petrolieri. Come vedete la nomina di Amadei a Sottosegretario alle Finanze è un grave... monito per gli evasori fiscali. Il cittadino (finalmente!) sa che le sue tasse sono affidate in buone mani. Pagate, pagate, tanto c'è Amadei... E le istituzioni? Vengono con questa nomina rafforzate, non destabilizzate! Chi può pensare il contrario?

Partecipazioni Statali: Sottosegretario Aristide Gunnella. Vi risparmiamo le molte pagine che la Commissione Antimafia ha dedicato a questo personaggio. Mi fermo solo alle autorizzazioni a procedere che costellano la vita di questo... integerrimo repubblicano. Non solo, ma è rimasta memorabile la decisione del Consiglio nazionale dei Probiviri del PRI di espellerlo per indegnità. Non se ne fece nulla perché Aristide Gunnella venne difeso da Ugo La Malfa. Ora è nuovamente Sottosegretario. La sua presenza, per il regime, non destabilizza le istituzioni, le irrobustisce.

Occhipinti Antonino: Sottosegretario agli Interni. Sovraintenderà all'Arma dei Carabinieri. Volume 4, tomo 3, pagina 1232, titolo: «Documenti allegati alla relazione conclusiva della Commissione antimafia», sta scritto: «A titolo di esemplificazione si citano, sia pure per gli anni decorsi, gli stretti legami di amicizia ed i rapporti da tutti rilevati ed esistenti tra il mafioso Catanzaro Vincenzo e l'assessore regionale Occhipinti Antonino. Firmato: Legione Carabinieri di Palermo». Un amico della mafia al Ministero dell'Interno! Evviva l'Italia repubblicana e antifascista. Viva la moralizzazione!

 

5 aprile 1979

«Ma perché il fascismo, non ha, domanderà qualcuno, come il nazismo e il bolscevismo in Russia, eliminati e spazzati via senza pietà e senza riguardi tutti i caporioni e i papaveri del disfattismo, gli esecutori del sabotaggio, i responsabili della disunione e del dissolvimento nazionale? Ma appunto perché il fascismo, a causa di certi suoi gerarchi corrotti ed indegni o disposti al compromesso con tutto e con tutti, e per il suo progressivo adagiarsi nel "tutto bene", aveva perduto il mordente, la spregiudicatezza e l'energia di un tempo, anzi era, come partito, in istato di avanzato scadimento, come si è rivelato il 25 luglio». ["Italia e Civiltà", Firenze, 15 gennaio '44]

«Un giovane studente, entusiasta del bolscevismo, mi diceva, subito dopo la morte di Giovanni Gentile: "Egli poteva pur essere un uomo di genio e di cuore, ma s'è meritata la sorte riservatagli dai patrioti perché aveva tradito l'Italia". Strano e paradossale davvero, il concetto che tanti hanno del traditore d'Italia; secondo il quale, alla fine, traditore diventa colui che, al pari del glorioso scomparso di oggi, agisce ed opera politicamente sul terreno della realtà, della logica e della facoltà storica italiana, colui che rispetta i patti, che riscatta l'onore, che rivendica la tradizione, che difende la civiltà italiana classica e cattolica, al di fuori e al di sopra di pregiudiziali di partito, colui che soffre e combatte e s'impegna perché all'Italia spregiata e umiliata, avvilita e smembrata e quasi inerme, siano restituiti dignità di Nazione, prestigio di popolo, coscienza di Stato, unità di spirito, volontà di potenza, stimolo di grandezza, desiderio ardentissimo di salire, di allargare il proprio respiro, di nobilitare la propria esistenza; e "vero patriota" chi invece si adopera in un modo o nell'altro che l'Italia sia quella terra di straccioni e di pezzenti, di servi e lacché, di albergatori e di mezzani, che corrisponde ai desideri della parte più spregevole e degenerata della nostra razza». ["Italia e Civiltà", Firenze, 22 aprile '44]

Aprile '79, trentacinque anni esatti dall'aprile '44. Dal Palazzo dello Sport, Giorgio Amendola chiama «fascista» Marco Pannella perché quest'ultimo, al congresso radicale, aveva affermato che «i veri fascisti in Italia sono i comunisti» e che «l'azione di Via Rasella, organizzata dai partigiani e che, per rappresaglia, determinò "l'eccidio delle Fosse Ardeatine", fu un atto di violenza omicida contro giovani tedeschi colpevoli soltanto di indossare una divisa di diverso colore». Chi è il «fascista»: Giorgio Amendola o Marco Pannella? Mah!

Forse potrebbe dirimere la controversia un esperto come l'autore dei due squarci di prosa da noi tratti da "Italia e Civiltà" del '44. È un personaggio molto autorevole, il cui valore è indiscusso a sinistra. L'autore di quei due brani, così vibranti di rigorosa e indefettibile fedeltà al fascismo, così recriminatori per i sanguinosi repulisti che il regime fascista non aveva fatto dei suoi avversari, così rancorosi per gli antifascisti, trattati alla stregua di «parte più spregevole e degenerata della nostra razza», è Giovanni Spadolini, ministro in carica della Pubblica Istruzione, nell'Italia repubblicana e antifascista.

 

13 aprile 1979

Il senatore Amerigo Boldrini è stato eletto al Congresso del PCI, presidente della Commissione centrale di controllo. Nella vita di Amerigo Boldrini tre vicende memorabili:

1) La medaglia d'oro conquistata nella Resistenza e concessa su proposta del generale Giovanni De Lorenzo;

2) L'essere stato sorpreso ad... insidiare, in un teatro-tenda, la moglie di un compagno;

3) L'essere stato, durante il ventennio mussoliniano, centurione della MVSN.

Il prof. Nicola Badaloni, Presidente dell'Istituto Antonio Gramsci, la più prestigiosa cattedra culturale del PCI, è stato riconfermato a diversità di Alberto Asor Rosa, membro del Comitato Centrale del PCI. Il prof. Nicola Badaloni nel '44 ha aderito alla Repubblica Sociale Italiana, quella, per intenderci, di Benito Mussolini.

L'ex-sindaco di Bologna e ora deputato comunista Guido Fanti, è stato riconfermato nel Comitato Centrale del PCI. Guido Fanti è un ex-combattente delle Forze Armate della Repubblica Sociale Italiana. L'agenzia socialdemocratica "Nuova Stampa" del 30.3.66, quando Guido Fanti venne eletto sindaco di Bologna, scrisse: «È davvero assurdo che proprio una Città come Bologna, di antiche e gloriose tradizioni democratiche e antifasciste, non abbia saputo trovare di meglio che un rottame della Repubblica di Salò quale nuovo sindaco al posto di Giuseppe Dozza».

«Il Fascismo è una realtà umana che si deve razionalmente conquistare, una norma di vita che si deve costruire con il lavoro di tutte le forze dello spirito, con il travaglio che si svolge nell'intimo delle coscienze di ciascuno e col travaglio collettivo, ma si realizza nell'incontro e nell'urto di tutte le esperienze individuali». Lo ha scritto Paolo Bufalini, su "Roma Fascista", anno XV E.F. Sì è lui, Paolo Bufalini, senatore del PCI, uno dei nove della segreteria politica del comunismo italiano.

Natta Alessandro, presidente del gruppo parlamentare del PCI, membro della Direzione del partito. Ha scritto, di suo pugno, su "la Navicella": «Allievo della Scuola Normale Superiore di Pisa dal '36 al '41. Ha iniziato in quel periodo la sua attività antifascista...». Su "Il Campano", aprile '41, periodico mensile del GUF di Pisa, trovo scritto: «In data 18 marzo u.s. il Segretario Federale ha ratificato la nomina del Direttivo del GUF pisano, che risulta così composto: Natta Alessandro, laureato in lettere, iscritto al PNF dal 24.5.37, proveniente dalle Organizzazioni giovanili, addetto alla cultura», ecc.

«Ieri a Bagni di Lucca è stato assegnato il premio Poeti del tempo di Mussolini... Fra i premiati Pietro Ingrao con la lirica Coro per la nascita di una Città... Quest'ultimo è un fascista di 19 anni. Dopo un attento e vivo dibattito la commissione, presieduta dal Conte Galeazzo Ciano, ha deciso di dividere la somma stanziata per il premio in tre parti assegnate a parità di merito: Lire 2000 ciascuno a Elpidio Jenco e a Mariani Dell'Anguillara e lire 1000 a Pietro Ingrao». [Comunicato dell'Agenzia Stefani del 17.9.35 - XIII E.F.]

Ci ritroviamo Presidente della Camera della Repubblica, democratica e antifascista, un poeta dell'Italia mussoliniana.

 

19 aprile 1979

Gli scandali sono la chiave per comprendere le capriole della politica in Italia. Prendiamo ad esempio Giulio Andreotti che nel settembre '74 riuscì a farsi una verginità di sinistra e a divenire l'uomo del PCI. Ma con Andreotti l'intera vita del Paese fu messa in gioco. È con il settembre '74 infatti e non, come alcuni erroneamente credono, con il 16 marzo '78 (rapimento Moro) che si determinò la «svolta» per cui il PCI entrò, a vele spiegate, nell'area di governo. A determinare quella svolta non è tanto Moro, quanto Andreotti. È una piroetta che lascia di stucco, quasi increduli. Lì per lì pare senza spiegazioni. Ed invece la spiegazione c'è. Si tratta, per Andreotti, di un caso di «sindonite acuta». Secondo ampie indiscrezioni di stampa, sulle quali la Magistratura e il Parlamento avrebbero dovuto sentire il dovere di procedere ad accertamenti, Andreotti impone al Banco di Roma la nomina, come amministratore delegato, di Mario Barone, un uomo della sua cosca. Ed è appunto Barone che, ottenuta la nomina, fa dare a Sindona, già sull'orlo del fallimento, 130 miliardi. Sindona ormai allo sbaraglio; Giulio Andreotti (che era Ministro della Difesa) si sente politicamente e moralmente perduto. Per salvarsi dal linciaggio non c'è che un mezzo: ottenere l'appoggio del PCI.

Corre il settembre '74. Ci sono ripetuti incontri notturni in quei giorni fra il Ministro della Difesa Andreotti e un magistrato della Repubblica molto attivo e influente nella Procura romana, notoriamente suo amico. Gli effetti si vedono subito: lo stesso magistrato che, qualche anno prima, aveva definito il cosiddetto «golpe Borghese» una autentica «pagliacciata», cambia parere, innesta la quarta e rimette in moto l'inchiesta. In parallelo Giulio Andreotti, Ministro della Difesa, prima con una intervista all'ex-segretario particolare di Palmiro Togliatti, Massimo Caprara, poi con una sua lettera datata 15.9.74 e diretta al Procuratore Capo di Roma Elio Siotto, riprendendo il filo di quelle vicende «golpiste» già archiviate perché inconsistenti, lo ritesse in toni cupi, drammatici, clamorosi, con l'invito perentorio alla Procura «di far luce su avvenimenti dei quali la coscienza democratica della Nazione attende da tempo di conoscere la realtà».

È il primo regalo al PCI: il pericolo viene da destra, non da sinistra. Poi arriva il secondo regalo: sulla scia del rinato «golpe Borghese» vengono chiamati a pagare, con il loro totale smantellamento, i servizi di informazione delle FF.AA. Non solo le FF.AA. vengono colpite, ma l'intero Paese. Non basta. Per la prima volta nella storia dell'ultimo trentennio, si assiste allo spettacolo di un Ministro della Difesa che, in collaborazione con un partito politico, in questo caso il PCI, concorda le modalità della manifestazione nazionale del IV Novembre. Infatti a Firenze i reparti delle FF.AA. sfilano insieme alle bandiere rosse del PCI e fra i pugni chiusi degli extraparlamentari di Potere Operaio (sì, quello che ha fatto da seminario a Negri e compagni). È il crollo. Per salvarsi dallo scandalo Sindona, Giulio Andreotti consegna al PCI le FF.AA., smantellando tutto quello che, in fatto di sicurezza interna ed esterna, ancora restava in piedi.

Aprile '79: Giulio Andreotti è il Presidente del Consiglio dei Ministri. Gestisce le elezioni. Il suo destino politico è ancora legato a doppio filo con quello del PCI. Altrimenti è perduto.

 

22 aprile 1979

Il petroliere Nino Rovelli è accusato di avere dilapidato tremila miliardi del contribuente. Ogni posto di lavoro della SIR di Rovelli è costato 300 milioni di lire. Nino Rovelli è uomo di sinistra. È regolarmente iscritto al PSI. Infatti la Commissione di controllo del PSI è sommersa di denunzie. Oggetto: il caso Rovelli e la realizzazione del... socialismo. Dove sta il trucco per cui Rovelli ha potuto disporre di tanto denaro pubblico? Dato che le leggi di finanziamento industriale concedono mutui a tassi agevolati direttamente proporzionali alla grandezza dello stabilimento da realizzare (esempio: per investimenti fino a sei miliardi il tasso è del 3 per cento; oltre i sei dell'8 per cento e così via) che ti ha fatto Nino Rovelli? Ha presentato, per ogni spezzone di fabbrica, un progetto di costi superiore ai sei miliardi chiedendo allo Stato di finanziare per intero la realizzazione. Il tutto sempre al tasso del 3 per cento. In virtù di questo trucco, avallato da politici e banchieri, Nino Rovelli si è beccato tremila miliardi. Come un magliaro napoletano. Solo che il magliaro di Napoli non ha, come consulenti, ex-Presidenti della Repubblica, Ministri, politici, banchieri.

Ora ascoltate questa. Nel '71, nell'ambito del piano nazionale per la chimica, la Regione Siciliana dà incarico all'Ente Minerario Siciliano (EMS), presieduto allora dal latitante Verzotto, di realizzare a Licata un impianto per la produzione di etilene. L'EMS si rivolge a Rovelli ed è così che viene costituita una società a capitale misto fra la SIR (Rovelli) e l'EMS. La nuova società prende il nome di SARP. A questo punto sulla SARP piovono 16 miliardi elargiti dalla Regione siciliana in una unica soluzione. 4 maggio '72: la SARP affida la costruzione degli impianti per 16 miliardi di lire ad una società con sede a Vaduz, la SIR internazionale, la quale (oh! come è vario il mondo!) a sua volta gira l'appalto dell'opera (con i 16 miliardi) all'OPT, cioè alla società Officine Porto Torres, società al 100 per cento di Rovelli. L'opera non è stata mai realizzata. Due reati: esportazione di capitali all'estero, peculato. Rovelli non è stato arrestato. Scalfari, il... moralizzatore, lo difende. Sulle pagine... libere de "la Repubblica". Già, "la Repubblica" di Eugenio Scalfari. Fra coloro che contribuiscono alla colletta per l'uscita del quotidiano "la Repubblica" figura un nome: Nino Rovelli. Contribuisce con la somma di 100 milioni. Anche "la Repubblica" puzza di petrolio.

Ricordate Longanesi? «Questi socialisti», diceva, «sono come le pillole. Si prendono per... bocca».

Fra gli intimi di Nino Rovelli: Giovanni Leone, suo figlio Mauro, Giulio Andreotti, Giacomo Mancini, Eugenio Scalfari. Quest'ultimo, un anno fa, è arrivato al punto di far fare al proprio cronista giudiziario Franco Scottoni una denuncia al Consiglio della Magistratura contro il giudice Infelisi, accusando questi di passare le notizie, sull'inchiesta Rovelli, alla "agenzia OP" di Mino Pecorelli, il giornalista assassinato con quattro colpi di rivoltella il 20 marzo. Il giornalista Franco Scottoni è comunista ed è stato redattore de "l'Unità". Ma come è possibile: Eugenio Scalfari insieme a Mauro Leone in difesa di Nino Rovelli? È possibile, perché questo è il potere in Italia. Fanno finta di leticare sulle pagine de "la Repubblica" e de "L'Espresso". È la parte che riservano ai gonzi che ci credono. Nella sostanza una sola bandiera li unisce: quella del petroliere Rovelli.

 

26 aprile 1979

La guerra tra cosche
La stampa, in gran parte petrolifera (compresa "l'Unità"), se la prende con le dichiarazioni attribuite al giudice Alibrandi, secondo le quali la sua indagine contro il vertice della Banca d'Italia avrebbe trovato fertile terreno anche nel risentimento dei dirigenti di istituti bancari che, presi di mira da Sarcinelli e compagni «in quanto feudi democristiani», avrebbero cantato le vicende dei feudi socialcomunisti protetti dal silenzio della Banca d'Italia. Ho scritto feudi, meglio sarebbe dire «cosche».

Tutto secondo la regola
Io non mi scandalizzo. È dopo tutto, una semplice constatazione di ciò che avviene in questa Italia, sì democratica e antifascista, ma soprattutto partitocratica e clientelare. Infatti, distrutto lo Stato, i partiti, vere e proprie cosche mafiose, si sono presi tutto: banche, industrie, Comuni, Regioni, Ospedali, Università, scuole. E non per amministrare in nome dell'interesse generale, ma per utilizzare quel potere pubblico a vantaggio della parte o meglio della cosca di cui si è partecipi.
In questa ottica la cosca della Banca d'Italia, orientata a sinistra, colpisce la cosca delle Casse di Risparmio orientate in senso democristiano. Ed ecco, a sua volta, per ritorsione, la cosca democristiana colpire quella socialcomunista annidata ai vertici della Banca d'Italia. Piaccia o no, questa è la vita pubblica italiana, questa è la filosofia che è alla base di tutti gli scandali che, periodicamente, colpiscono il Paese e lo mettono a terra.
Affermano che questa Italia è nata dalle doglie del 25 aprile 1945. Errore. Questa Italia è nata prima. Con lo sbarco alleato in Sicilia, quando la mafia siculo-americana, comandata dall'ergastolano Lucky Luciano, trafficante di droga, diresse le operazioni militari.

Le petrolifere proteste del PRI
Ma torniamo a noi. La stampa petrolifera e di regime afferma che le dichiarazioni attribuite al giudice Alibrandi hanno avuto una immediata eco fra i repubblicani per cui Biasini, Battaglia e Mammì hanno presentato una interrogazione al Ministro di Grazia e Giustizia per sapere quali provvedimenti si intendano prendere nei riguardi di Alibrandi stesso. Ma qui la cosa puzza di petrolio. Ora, a prescindere dall'episodio, davvero emblematico, per cui il defunto presidente dei PRI, Ugo la Malfa risulta inequivocabilmente essere stato il percettore diretto dei 120 milioni elargiti dai petrolieri, tramite l'Italcasse, perchè l'ENEL non costruisse centrali nucleari ma continuasse ad usare petrolio, sta di fatto che anche l'onorevole Battaglia è accusato della stessa cosa, e cioè (vedi autorizzazione a procedere n. 171 del 22-2-74) di essersi prestato a... subire l'attività di corruzione dei petrolieri e, fra questi, anche di Nino Rovelli.

Il «bustarellato» Mammì
Fra i firmatari dell'interrogazione anche l'on. Oscar Mammì (indignatissimo!).
11 marzo 1976: scoppia lo scandalo delle bustarelle Standa per cui va in galera, fra gli altri, anche l'ex partigiano e Vice Presidente della Montedison Gino Sferza, amico di Nenni,
Fra coloro che ricevono dalla Standa (nel 1973) bustarelle: l'on. Oscar Mammì del PRI, allora assessore al Comune di Roma.

Un contributo andato disperso
Dichiarazione di Oscar Mammì: «fu un contributo elettorale che versai nelle casse della direzione regionale del PRI».
Franco De Cataldo, oggi deputato radicale: «Sono stato fino al Gennaio 1973 membro della direzione ragionale del PRI. La somma di cui parla Mammì non è mai entrata nelle casse della direzione regionale del PRI».
Come si può constatare gli accusatori del giudice Alibrandi hanno le carte in... regola per elevargli accuse morali.

L'ANIC e "la Repubblica" di Scalfari
Anche "la Repubblica* di Scalfari continua la sua battaglia moralizzatrice. Come se nulla fosse. Anche quando sono stati pubblicati i documenti grazie ai quali è dimostrato che il giornale "la Repubblica" è nato da contributi anche dell'ANIC (petrolio statale) e del Banco di Roma, quello per intenderci dello scandalo Sindona.
Ecco l'impasto de "la Repubblica": petrolio e Sindona.
Il foglio di Eugenio Scalfari non chiude per la vergogna. Continua a pubblicare. In nome della... moralizzazione.
Gesù, salvaci Tu!

Un elogio tutto un programma
Sul "Corriere della Sera" (22-4-79) per la firma di Leo Valiani, rievocante la fucilazione e l'Impiccagione del corpo piagato di Benito Mussolini a Piazzale Loreto, questa frase: «Charles Poletti, governatore alleato della Lombardia, è stato a Piazzale Loreto e, a nostra sorpresa, lungi dal farci dei rimproveri, si felicita con noi».
Di quelle felicitazioni gli uomini dell'insurrezione del 25 Aprile possono essere fieri. Infatti Charles Poletti, prima di essere governatore della Lombardia, lo era stato della Sicilia. In nome della mafia di cui faceva parte e dell'amicizia che lo legava ad uomini come l'ergastolano Lucky Luciano e Vito Genovese, uno del capi di "Cosa nostra", l'organizzazione criminale di Al Capone.

Il cardine della politica italiana
Il senatore del PCI Li Causi Gerolamo, antifascista e galantuomo, e che di mafia si intende, ha scritto: «La mafia, dal Brennero alla Sicilia, è divenuta il cardine della vita politica Italiana».
Giusto. Leo Valiani, ahimè, non se ne è ancora accorto.

 

1 maggio 1979

In questi giorni di fine aprile, radio, televisione, stampa, si sono buttati a rievocare, oltre le «cattiverie» del fascismo, i giorni dell'insurrezione e, in modo particolare, la fucilazione di Benito Mussolini. Tutte le grandi firme dell'antifascismo di 34 anni fa sono state ascoltate come tanti oracoli. Fra il tentativo di apparire storicamente obiettivi, è trasudato tanto, tanto odio. Ahimè, si vive anche di quello. È stato però un vero peccato che gli intervistatori si siano dimenticati di chiedere a questi Vegliardi della libertà se, per caso, le troppe energie spese 34 anni fa nel combattere il fascismo e la lotta che, a nemico battuto, continua con indefesso vigore, siano fra le cause della disattenzione, per cui agli squadristi di ieri (in camicia nera) si sono prepotentemente sostituiti oggi i brigatisti (in camicia rossa) che molto più sofisticati di coloro che 60 anni fa usavano manganello e olio di ricino, adoperano pistole «ultimo tipo», mitra, esplosivo. In nome del comunismo.

Mi si perdoni l'interrogativo che non vuole essere impertinente: ma, per caso, tanti e tanti anni fa, non si era tutti migliori, fascisti e antifascisti? Guardate la figura di Riccardo Lombardi, un Vegliardo dell'antifascismo, della resistenza, dell'insurrezione. Scrivendo di lui, e dei giorni dell'insurrezione, Leo Valiani si commuove fino alle lacrime. Giorgio Bocca scrive: «Riccardo Lombardi è stato un maestro di vita politica».

Sì, ma «dopo»? Dopo, quando il tradizionale avversario è stato battuto, quando si è realizzata la democrazia, quando i portoni di Montecitorio sono stati riaperti, quando i partiti (e correnti) sono stati messi su, che è accaduto? È nata l'Italia sognata e sospirata nei giorni della dittatura? Soprattutto quegli uomini, temprati da tante lotte, hanno retto all'usura del tempo? Ahimè, ho qui davanti a me una memoria della Commissione Inquirente per i procedimenti di accusa contro i Ministri. Analizza il giro vorticoso degli assegni che i grandi elemosinieri di questa Repubblica, i petrolieri, hanno fatto girare fra i partiti e le correnti. C'è anche il Vegliardo Riccardo Lombardi, il maestro di vita. Le pagine 6 e 7 del documento citato recitano testualmente: «In particolare si dovrà procedere all'esame dell'onorevole Riccardo Lombardi in relazione a quanto affermato dal Grassini (segretario particolare di Lombardi, N.d.R.), e cioè che questi avrebbe ritirato i cinque assegni per l'importo complessivo di 50 milioni dal senatore Talamona su richiesta e per conto di esso onorevole Lombardi. Come mai sui 220 milioni incassati dal PSI circa la metà (100 milioni) sarebbe andata alla corrente Lombardi che, per quanto autorevole, è pur sempre una corrente minoritaria del partito? Come mai l'onorevole Lombardi non ha provveduto a ritirare direttamente l'intera somma, lasciando che la metà, per il cospicuo importo di 50 milioni, venisse ritirata dal Grassini? Non sarebbe stato più ovvio che avesse egli ritirato l'intera somma versandola sul conto della sua corrente? Quali soldi affluiscono sul conto Giannotta-Lombardi? Se dovesse affermare che vi affluiscono i fondi destinati alla corrente, chiedere perché, dei dieci assegni devoluti alla sua corrente, due sono andati a finire sul conto della moglie, uno sul conto personale Giannotta e cinque sul conto personale Grassini».

Così la Commissione Inquirente. Non avvertite un senso di pena nel constatare come gli eroi di ieri sfarinino il proprio prestigio negli assegni dei petrolieri?

L'onorevole Sandro Pertini, oggi Presidente della Repubblica, commentando l'accaduto ["Domenica del Corriere", 10.3.74], così si esprime: «Prendiamo gli assegni dei petrolieri. Alcuni giannizzeri, diciamo così, se li sono fatti intestare alla moglie e alla governante. Non è curioso? Se il tuo gesto era pulito, non vedo perché ti debba nascondere dietro le gonne di tua moglie o della domestica». Da «maestro di vita», fascismo vivo e imperante, a «giannizzero» con la democrazia restaurata. Che parabola! Che caduta! Che tristezza! Abbiamo tutti i torti ad affermare che tanti, tanti anni fa, fascisti o antifascisti non conta, si era tutti migliori?

 

8 maggio 1979

Fateci caso. Tutte le volte che la vita politica italiana ha un sussulto, tale da determinare una svolta, trovate, dietro le quinte, sempre, Giulio Andreotti. C'è di più. La svolta che si determina è a sua volta condizionata da una altrettanto svolta che è avvenuta nella vita politica del Presidente del Consiglio. Terzo dato: il tutto accade senza che Giulio Andreotti entri prepotentemente in scena. Anzi. Pare non esistere, nemmeno respirare; eppure tutto si muove, grazie alle mani di questo grande Burattinaio (non lo scriviamo in senso dispregiativo, anzi!), insuperato interprete di questi tempi in cui, non le battaglie in campo aperto e a visiera alzata prevalgono, ma l'intrigo, la congiura, il documento compromettente fatto scivolare in buone mani; il veleno, il pugnale che si fanno parole e comportamenti dai quali si esce distrutti, moralmente prima che fisicamente.

Si è detto della svolta del '74 quando, Ministro della Difesa, in procinto di essere travolto nello scandalo Sindona, risorge a nuova vita, per cui, inventando il «golpe Borghese», grazie all'appoggio del PCI, sale sulla poltrona di Presidente del Consiglio. Si è detto del suo comportamento durante il dramma Moro. E Moro ne viene intrappolato. Ora è lì, a Palazzo Chigi. Parla pochissimo, quasi mai. Quando lo fa, riceve puntualmente l'assenso del PCI. Guarda lontano. Punta lontano. Parla tacendo. Lo sa. Se tutto gli va bene è lui il Presidente del Consiglio con i comunisti dentro il governo. Ordisce, non ardisce. E non è, dopo tutto, l'arte che ha sempre decretato le sue fortune? Ahimè, le sue fortune non coincidono con le fortune della collettività nazionale, né con quelle del suo e nostro Paese. Quanto più lui sale, tanto più il Paese si sgretola, si sfarina, si sbriciola.

Un esempio, sia pure lontano? Eccolo. Settembre '66. Nella vita politica di Giulio Andreotti c'è stata una svolta. Infatti è in piedi il 3° Governo Moro. Se lo si guarda nella sua struttura ministeriale, l'unica nota di rilievo è quella che vede Giulio Andreotti, ministro della Difesa ininterrottamente dal '59, spostato al dicastero dell'Industria e Commercio. È una svolta. Può rappresentare l'inizio di un lento declino. Ma non è così. Settembre '66: al SIFAR non si trovano più i fascicoli personali intestati a Saragat, allora Presidente della Repubblica; al dott. Malfatti, grande amico di Gianni Agnelli e consigliere diplomatico della Presidenza della Repubblica; al prof. La Pira; ai generali Aloia e Vedovato. Il Presidente della Repubblica ha, sul suo tavolo in visione, il fascicolo che lo riguarda. È lo scandalo. Ed è lo scandalo che darà il primo colpo mortale ai Servizi Segreti in Italia, con tutte le conseguenze del caso.

Bisogna essere grandi conoscitori degli uomini per avere calcolato, fino al millimetro, le reazioni dell'allora Presidente della Repubblica alla lettura del fascicolo che lo riguardava. Aver letto quel fascicolo e aver pensato quali conseguenze ne sarebbero scaturite dopo che quel fascicolo fosse venuto a conoscenza del massimo interessato, è possedere qualità politiche rinascimentali. E così, ahimè, è stato. L'Italia entra nel vortice dello scandalo SIFAR, vortice nel quale gira tuttora. E perché Saragat se la prende maledettamente di quel che il fascicolo racconta sul suo conto, e poi perché, nella vicenda, si innesta un altro episodio, e cioè che si incolpa il SIFAR di avere posto il suo veto a commesse militari, di diversi miliardi, da passare alla multinazionale FIAT. Il che mette in moto "L'Espresso" (leggi FIAT) e il suo direttore Eugenio Scalfari. Il resto è noto. Da quel dramma il Paese non si è più riavuto. Andreotti e il PCI sì.

Stampa e televisione, parlando del dopo elezioni, si sono date ad immaginare le formule che, dopo il voto del 3 giugno, delizieranno l'Italia. E, come sempre, troppo servi per capire e a sua volta, chiarire, si sono impegnati ad illustrare le possibilità di una rinascita della formula centrista. Nessuno ha fatto invece caso al cinismo con cui Giulio Andreotti ha sputtanato deliberatamente il centrismo, una formula che pur capeggia. State a sentire. Non solo costituisce un governo repellente solo a vederlo, ma, recatosi in Parlamento, ha preteso il voto di sfiducia. «Non vedete come faccio schifo? Votatemi contro», ha detto. Non sembrava il Presidente incaricato, ma il leader dell'opposizione. Il Parlamento italiano, che pur ne ha viste tante, non aveva mai vissuto una parodia del genere. Per di più era proprio Andreotti, un politico nato con il centrismo di De Gasperi, a presentare, in una specie di grottesco revival, la caricatura della formula centrista, seppellendola nello scherno e nel ridicolo.

Perché tutto questo? Andreotti non fa mai nulla per nulla. È un calcolatore nato. Tutta l'operazione è stata architettata per consentire a Giulio Andreotti di gestire, restando a capo del Governo bocciato per l'ordinaria amministrazione, le elezioni anticipate, e non certo, perché ne esca poi fuori da quelle elezioni una formula di centro. Andreotti sa bene quello che vuole. Intanto si è apprestato a dare a Berlinguer un governo screditato. Poi si è messo lì ad aspettare. Che cosa? Il governo con il PCI. Perché Andreotti, prigioniero come è dei suoi stessi intrighi, è divenuto l'uomo del PCI.

 

26 giugno 1979

Il democristiano Salvatore Lima va al Parlamento europeo. Con oltre 300.000 preferenze. Mario Scelba, che è rimasto al palo, ha dichiarato che Lima ha speso per la sua campagna elettorale personale un miliardo di lire. Ci torna in mente l'articolo di fondo apparso su "La Nazione" [20.8.69] dal titolo "Pubblici ladroni" a firma del suo direttore Enrico Mattei. Anche allora la polemica verteva sulle spese elettorali sostenute da Giacomo Mancini nelle elezioni del '68. "l'Unità" aveva scritto che Mancini, per farsi eleggere, aveva profuso «oltre un miliardo di lire». Mattei così commentava: «quando un uomo politico spende per la sua campagna elettorale personale oltre un miliardo di lire è un ladro».

Comunque, polemiche a parte, il capofila della DC per l'Italia insulare Salvo Lima, va nel Parlamento europeo con altri attestati oltre quello di «deputato-miliardo». Infatti Lima è inquisito per falso, interesse privato in atti di ufficio, peculato continuato. Non basta. Nel documento dal titolo «Società cooperativa a.r.l. Banca popolare di Palermo», allegato n° 5 della Commissione antimafia, si trova scritto che Salvo Lima è un socio di questa cooperativa bancaria. Fra gli altri figurano:

1) Citarda Benedetto, pregiudicato per reati comuni, già detenuto per associazione a delinquere a sfondo mafioso;

2) Di Trapani Nicolò, pregiudicato per reati comuni, esponente di primo piano della mafia palermitana;

3) Di Girolamo Mario, pregiudicato per reati comuni, mafioso di rispetto;

4) Prestafilippo Giovanni, mafioso del clan dei Greco.

Non vado oltre. È sufficiente. Salvo Lima, grazie alla DC, va ad illustrare l'Italia nel parlamento europeo. Ed ora venga avanti chi mette in dubbio che la DC sia un partito d'ordine! Un tempo non passava giorno che "l'Unità" non attaccasse Salvo Lima. Ora non più. Niente di eccezionale: Lima, amico di Andreotti, è un deciso sostenitore della tesi che i comunisti debbono andare al governo.

Leggo che i comunisti, al momento dell'insediamento del Parlamento europeo, solleveranno «per guadagnare rispetto e credibilità fra i popoli» la «questione morale» nei riguardi del democristiano e uomo di stato Hans Edgard Jahn in quanto ex-nazista. Il PCI porta fra i suoi parlamentari europei Guido Fanti. Ha fatto parte dei reparti armati della Repubblica di Benito Mussolini.

Anche Sergio Segre sarà sui banchi comunisti a Strasburgo. Nessuno più ricorda di costui le corrispondenze che, come inviato de "l'Unità", inviava da Praga nel novembre '52, in ordine al processo contro la cosiddetta «banda Slansky», cioè contro quei dirigenti comunisti accusati di essere stati al servizio prima di Hitler, poi del sionismo e degli americani, e in conseguenza di queste false accuse, parte impiccati e parte condannati al carcere a vita. Episodio agghiacciante che la TV, tempo fa, raccontò agli italiani in tutte le sue drammatiche fasi. La «banda Slansky» (così la definiva "l'Unità") è stata riabilitata dopo la morte di Stalin. Da traditori sono ritornati eroi. Ahimè parte di loro era già sotto terra. Sergio Segre fu testimone diretto del processo e le sue cronache del novembre '52 possono, ancora oggi, essere lette su "l'Unità". Una di queste si soffermava sulla personalità di Otto Fischl, già ministro delle Finanze della Nazione cecoslovacca, naturalmente comunista. Fischl venne condannato alla impiccagione. Ascoltate come l'europeista Sergio Segre lo descriveva da Praga nella corrispondenza del 25.10.52:

«Se Margolius (uno degli imputati, N.d.R.) può sembrare un debole, di levatura morale ancora più bassa appare l'altro imputato interrogato oggi, l'ex-Vice Ministro delle Finanze Otto Fischl. Otto Fischl, agente della "Gestapo", collaborò alla eliminazione degli ebrei cecoslovacchi, per divenire in seguito un dirigente del movimento sionista, in stretto legame con i servizi di spionaggio americani, ed in tale veste egli diede la possibilità agli elementi capitalistici di origine ebraica di derubare gravemente lo Stato con l 'esportazione clandestina di miliardi di corone in Israele».

Tutto falso. E per questa accusa falsa, descritta con tanta convinzione da Segre, Fischl saliva sul patibolo. Sergio Segre invece è stato premiato dal PCI con il seggio di Strasburgo. Certi servigi vanno pagati.

 

18 luglio 1979

Tre episodi tre. Dicono che l'assassinio dell'avvocato Ambrosoli sia opera della mafia. Ambrosoli si occupava del «caso Sindona». E l'informazione italiana (stampa, radio, TV) ha collegato l'episodio sanguinoso alle vicende del bancarottiere siciliano. Specie il PCI. Peccato, nessuno si è ricordato di Graziano Verzotto, l'ex-senatore democristiano, latitante, anche in relazione al caso Sindona. Scrisse Enzo Biagi sul "Corriere della Sera" [20.3.75]: «Graziano Verzotto è un tipico personaggio dei nostri tempi. Comincia da partigiano e finisce ricercato. Non dai tedeschi, ma dai carabinieri». Infatti Graziano Verzotto da Presidente dell'EMS (Ente Minerario Siciliano), un Ente che si caratterizza dal vivere fatti sanguinosi di mafia, figura il 28.4.72 nel Consiglio di amministrazione dell'ex-Banca Loria, poi Banco di Milano di Michele Sindona.

Ora state a sentire. Nel febbraio '72 una finanziaria di nome GEFI acquista il pacchetto azionario del Banco di Milano. Ebbene chi compare fra gli amministratori della GEFI? L'avvocato Calogero Cipolla di Agrigento, fratello del senatore del PCI Nicolò Cipolla, già membro dell'Antimafia. Insieme nel consiglio di amministrazione della GEFI Cosimo Viscuso, nativo di Bagheria, cioè dello stesso paese dove è nato il finanziere De Luca, uomo di fiducia di Michele Sindona, che da modesto impiegato del Banco di Sicilia diviene Direttore della Banca Loria, una banca (guarda caso!) che lavora esclusivamente con le Cooperative del Nord facenti capo al PCI.

Chi è Calogero Cipolla? Politicamente è solo, e casualmente, fratello del senatore comunista? No. Calogero Cipolla risulta essere stato consigliere d'amministrazione della società editrice "l'Ora" di Palermo e dell'Editrice Rinnovamento, proprietaria di "Paese Sera". Particolare interessante. L'avvocato Cipolla compare nel '47 nella Cooperativa «La voce della Sicilia». Nel consiglio c'è anche l'onorevole Macaluso Emanuele. Sindona uguale Verzotto uguale Cipolla. Il PCI si guarda bene dallo spiegare queste strane coincidenze.

Secondo episodio. Il senatore Onorio Cengarle è stato, in questi giorni, eletto Presidente di una Commissione del Senato della Repubblica. È giusto. Cengarle va premiato. Ieri con un sottosegretariato, oggi con una presidenza. Per essere sotto giudizio per peculato. Infatti Onorio Cengarle è accusato (autorizzazione a procedere Doc. IV n. 145) di avere incassato dalla Banca Unione di Sindona (sempre lui!) interessi neri lucrati dalle somme depositate dalla GESCAL (gestione case lavoratori), il cui Presidente Briatico fu appunto sollecitato a versare dieci miliardi dell'Ente, da lui presieduto, da Onorio Cengarle e da (udite! udite!) Lino Jannuzzi, il moralizzatore de "L'Espresso", già senatore del PSI e accusatore, insieme con Scalfari, del generale De Lorenzo. Il processo si deve ancora svolgere. Sono passati quattro anni. Dorme.

Terzo e ultimo episodio. L'ex-Presidente della Regione Siciliana ed ex-Presidente delle Casse di Risparmio delle province siciliane, l'onorevole Vincenzo Giummarra, è sotto accusa per falso e interesse privato. La vicenda riguarda il Belice. Anche i terremotati servono per speculare e ingrassare. Sciacalli. Giummarra è stato premiato dalla DC. Infatti è andato a rappresentare l'Italia nel Parlamento di Strasburgo.

 

11 agosto 1979

Leggo dal verbale di interrogatorio (6.3.75, ore 17,30, nucleo regionale di Polizia Tributaria della Guardia di finanza di Palermo, giudice istruttore Ovilio Urbisci) di Renna Antonino, direttore amministrativo dell'Ente Minerario Siciliano (EMS), che quando costui, su invito del senatore Verzotto, si recò, per la prima volta, presso la Banca Unione di Michele Sindona, nella quale l'EMS doveva depositare sette miliardi e mezzo, era accompagnato come presentatore dall'avvocato Cipolla, all'epoca, precisa il Renna, «Presidente del giornale "l'Ora" di Palermo» e «ricoprente incarichi presso le banche di Sindona».

Lo abbiamo già scritto: l'avvocato Cipolla è fratello dell'ex-senatore del PCI di Agrigento Nicolò Cipolla, già membro «autorevole» della Commissione antimafia. Non solo. All'epoca in cui Sindona vigoreggia, figura nella sue società e, in contemporanea, nei consigli di amministrazione della stampa del PCI: da "l'Ora" di Palermo a "Paese Sera" di Roma. Fra le sue amicizie emblematiche: Emanuele Macaluso della segreteria del PCI e Amerigo Terenzi, che della stampa comunista è il boss.

Ora il PCI ha presentato una proposta di legge di inchiesta parlamentare sul «caso Sindona». L'abbiamo letta. Della vicenda Cipolla-fondi neri EMS non si fa cenno. Ci auguriamo che qualcuno colmi questa imperdonabile... dimenticanza! È da anni che lo scriviamo: la mafia è diventata cardine della vita politica italiana. E il PCI non ne è esente. Anzi!

Dalla requisitoria del PM (Procura di Milano, 21.4.75, 4447/754 P.M.): «Quello che preme sottolineare in questa sede è che ci troviamo di fronte ad uno degli innumerevoli scandali politico-finanziari che troppo frequentemente vengono alla luce nel corso della istruttoria sul "crack Sindona"». «Non possiamo non fare una amara constatazione: è opinione del Requirente, formatasi sia pure nel corso di una breve e settoriale indagine, che l'Ente Minerario Siciliano sia una miniera di reati».

Ha ragione il giudice Guido Viola. Infatti, a parere dello scrivente, dietro l'Ente Minerario Siciliano c'è, fra l'altro, la scomparsa del giornalista De Mauro e la morte del petroliere Enrico Mattei, Presidente dell'ENI. I «democratici», a tale proposito, farebbero bene a leggere la relazione di minoranza che si trova fra le carte dell'Antimafia. Non quella del PCI (che è acqua fresca), ma quella del MSI. Si potrebbero convincere che non c'è solo l'eversione «rossa e nera». C'è anche quella «democristiana».

Nino Andreatta è il Ministro del Bilancio. Se l'Italia antifascista fosse una cosa seria, dovrebbe essere sollevata, nei confronti del neo-ministro, la questione morale. Infatti si dà il caso che il professor Nino Andreatta, prima di essere fatto Ministro, fosse, in contemporanea, consigliere di amministrazione della FIDEURAM (fiduciaria europeo-americana, fondi di investimento) e dell'IMI (Istituto Mobiliare Italiano). E quando la FIDEURAM ha fatto bancarotta e il suo capo, il bancarottiere Bernard Cornfeld, è stato arrestato in Svizzera, Nino Andreatta, come consigliere dell'IMI, ha fatto pagare dall'Istituto la parte italiana coinvolta nel dissesto Cornfeld. Roba da Codice penale, come l'accusa di concorso in peculato contestatagli dalla magistratura romana per lo scandalo SIR. Invece te lo fanno Ministro! E del Bilancio! Gesù, salvaci tu!

Dai giornali (1.8.79): il PM sollecita il giudice a ottenere l'autorizzazione a procedere nei confronti del senatore Talamona e degli onorevoli Amadei e Micheli. Per quest'ultimo la pubblica accusa chiede l'arresto. Si tratta dello scandalo dei petroli. Sempre dai giornali. È l'8 agosto. Fra i sottosegretari nominati: il socialdemocratico Amadei. È alle Finanze! L'uomo giusto al posto giusto. Accusato di truffa è nominato sottosegretario di Stato.

 

4 settembre 1979

Giacomo Mancini si duole dei tiri... mancini di cui è bersaglio. «La mia persona», ha scritto Mancini, «fu al centro della operazione linciaggio più costosa di tutti i tempi. Fu opera della destra. Chi ha pagato? Confido di poterla riaprire con la speranza di avere il contributo di giornalisti di buona spina dorsale». Così l'ex-segretario del PSI. Andiamo per ordine. Giacomo Mancini non dice il vero quando scrive che fu la destra politica ad iniziare su di lui il tiro a bersaglio. E dato che l'uomo è tutt'altro che uno smemorato, c'è da chiedersi perché commetta deliberatamente questo svarione. Ad attaccare ferocemente Giacomo Mancini nel lontano '68, fu "l'Unità". Con tre articoli del 13, 16 e 17 luglio, prima pagina, e dai seguenti titoli: «Mancini e i suoi sudditi», «Tutti gli uomini del Califfo», «Processo al potere feudale», l'Unità si chiede quanto sono costati i 110.000 voti di preferenza presi da Mancini nelle elezioni politiche del '68. E domanda: chi ha pagato?

È il fatidico interrogativo che pone Giacomo Mancini in questa estate '79. «Chi ha pagato il mio linciaggio?». Solo che "l'Unità" dà una risposta, mentre Mancini no. Il costo di quei voti? Più di un miliardo di lire. Chi ha pagato? I cementieri, i costruttori delle autostrade, i gruppi finanziari del Nord, interessati, scrive "l'Unità", «alla vittoria dell'uomo delle autostrade, dell'uomo che si è opposto alla Alfa Sud, dell'uomo che è capace e può concretamente minacciare dalle colonne dell'"Avanti!" un giornalista di destra, di farlo licenziare dai cementieri padroni della testata perché ha fatto qualche timida riserva alla politica del Ministero dei LL.PP.».

«Sulla mia pelle», ha scritto Mancini ("Avanti!", 24.8.79), «ho sentito i comportamenti di determinati settori dello Stato: la Guardia di Finanza, la Polizia, i Servizi segreti, la Magistratura, la stampa. Quell'attacco fu fatto con tutte le regole della malavita. È là che il mio garantismo nasce...» Sì, onorevole Mancini, la ascoltiamo, la possiamo anche comprendere e umanamente compatire; ma quell'interrogativo che "l'Unità" le poneva nel luglio '68, attende ancora una risposta: dove ha trovato oltre un miliardo di lire (valore 1968) per farsi quella campagna elettorale personale? Ricorda, onorevole Mancini? Da quegli articoli de "l'Unità" nacquero i pezzi di Enrico Mattei, con la famosa invettiva: «Quando un uomo politico può spendere per la sua campagna elettorale personale più di un miliardo di lire, è un ladro». Ricorda, onorevole Mancini? Ci fu una lunga vertenza giudiziaria. Perché, onorevole Mancini, non prova a pubblicare, accanto agli articoli che Mattei a lei dedicò, il documento che chiude la vertenza?

Scrive Giacomo Mancini: «Generale Dalla Chiesa. Io non approvo che, accanto alla Polizia, ai Carabinieri, alla Guardia di Finanza, si crei un altro organismo che sfugge a qualsiasi controllo... Io non ho generali da proporre al suo posto o ad altro». È un'altra bugia. Giacomo Mancini, anche nel settore dei generali, non si fa guidare dal «garantismo», ma piuttosto dalle simpatie e dalle antipatie, se così si può dire. Infatti l'ex-segretario del PSI ha sempre difeso, e pubblicamente (si vedano gli atti del Convegno delle Regioni meridionali, febbraio '77), il generale Maletti che pur è stato condannato a Catanzaro. Perché Giacomo Mancini non ne spiega i motivi? Non solo. L'avvocato che a Catanzaro difende il generale Maletti e il capitano La Bruna, condannati insieme a Freda e Ventura, è Luigi Gullo, cioè l'avvocato personale di Mancini, l'uomo che lo stesso Mancini, per tre volte, indicò al Parlamento perché lo eleggesse nel Consiglio Superiore della Magistratura, e sempre invano. Gullo nell'ottobre '76 non passò.

C'è una vicenda, molto nascosta, che l'ex-Ministro dei LL.PP. farebbe bene a chiarire. In una sentenza del Pretore del Tribunale di Torino Raffaele Guariniello (Torino, 26 luglio '75), pubblicata da Einaudi il 12.6.76 sotto il titolo «Il provocatore», sta scritto che ambienti vicini all'allora segretario del PSI Giacomo Mancini, incaricarono Luigi Cavallo, ex-comunista, braccio destro di Edgardo Sogno, di raccogliere notizie sugli avversari che non rendevano facile la vita al proletario Mancini. Il Cavallo, come è detto nella sentenza, scese anche nella mia Pisa a raccogliere sul sottoscritto notizie, magari da passare al giornalista Piero Ardenti, oggi direttore di "Calabria oggi", ma a quei tempi delegato a tenere in vita, a scopo provocatorio, il settimanale "AZ", con compiti di diffamare la destra politica inventando di sana pianta le menzogne più spudorate sul cosiddetto terrorismo nero. Ed è proprio in quel clima di linciaggio, di cui si dice vittima Giacomo Mancini, che maturarono vicende dolorose, come quella dell'anarchico Serantini, un giovane, la cui vita si spense, grazie ad una assurda campagna, montata con fredda determinazione e con molti mezzi, alla vigilia delle elezioni politiche del '72, «contro il fascista Niccolai» che, «cascasse pure il mondo su un fico, mai avrebbe parlato a Pisa».

Così, senza altra spiegazione. Avessero affermato che Niccolai era ladro, che Niccolai era un truffatore, uno specialista delle aste truccate, un arricchito della politica, un Califfo, un farabutto... No, nulla di tutto questo. Si vollero violenze e quel povero giovane, strumentalizzato come tanti altri, perse la vita nello scontro con la Polizia. Ecco: chi pagò? Chi pagò "Lotta Continua" e i suoi utili idioti? E perché? Erano i tempi in cui "Lotta Continua" aveva posizioni del tutto simili a quelle odierne del partito armato. E uomini di primo piano del PSI andavano ai suoi raduni. Ricorda qualcosa il «Califfo» di Cosenza?

 

20 settembre 1979

Anti-inquinamento: illuminante storia di una legge disapplicata
Non è vero che le preoccupazioni, che hanno portato la classe politica di vertice a varare la cosiddetta «Legge Merli» -quella anti-inquinamento, i cui termini, non ottemperati, ora si vorrebbe prorogare- siano state di ordine morale, o meglio, ecologico.
La Legge Merli viene pensata, discussa e varata esclusivamente per salvare Eugenio Cefis dalla galera, per ridare al Presidente della Montedison il passaporto perché possa poi andare in Canada.
Sono fandonie? State a sentire.

Il 27 aprile 1974 il Pretore di Livorno condanna Eugenio Cefis alla pena di mesi tre. giorni 20 di reclusione e al risarcimento danni alle parti civili, quale responsabile, come Presidente della Montedison, degli scarichi in mare, fra la Corsica e la Gorgona, di 3.000 tonnellate giornaliere di biossido di titanio (fanghi rossi), di cui all'11% di acido solforico provenienti dallo Stabilimento di Scartino,
Il legale di Eugenio Cefis che, non dimentichiamoci, risponde al nome di Giuliano Vassalli (sempre lui quando c'è da difendere dei potenti coinvolti in casi... dubbi), presenta i motivi di appello contro la sentenza il 3 Dicembre 1974.

Ed é da questa data che i signori parlamentari della Repubblica Italiana si sentono colti dal prurito dell'ecologia; che si accorgono che, specie le Città meridionali, sono sempre più colpite da epidemie di epatite virale, di colera, di tifo; che il colera del 1973 di Napoli è costato la perdita di oltre 100 miliardi di valuta pregiata: che città, coste, fiumi, laghi sono fogne a cielo aperto.
E si mettono, in parallelo all'appello di Cefis, a studiare l'inquinamento. Formalmente discutono di scarichi, fognature, depuratori. Sostanzialmente una sola cosa li agita: come formulare una norma grazie alla quale salvare Cefis dalla galera.
Cosi si arriva al Dicembre 1975 quando, improvvisamente, questo gran parlare intorno alla proposta dì «legge Merli», viene accantonato. Non se ne parla più. Tutto resta insabbiato fra le carte della Commissione LL.PP. della Camera.
Perchè? Che è mai accaduto?
E accaduto che il Tribunale di Livorno ha fissato, per il 14.1.76, l'udienza per la discussione dell'appello Cefis. Ed è evidente che, seguendo il ritmo dei lavori della Commissione LL.PP. della Camera, non ci si fa a tirare fuori dai pasticci il Presidente della Montedison.
Ecco che si accantona la «legge Merli» e si punta tutto su altra proposta di legge, quella detta Santalco, che, preparata in Senato per il caso Cefis, ha avuto più... fortuna di quella Merli, in quanto ha corso di più. Infatti, in data 20.XI.75, la Commissione LL.PP. e Comunicazioni del Senato, l'ha approvata in sede legislativa.

Accantonata dunque la «legge Merli», ecco la più fortunosa legge Santalco affrontare l'esame della Camera. Si notino queste sfumature. Il relatore delta legge Santalco alla Camera è l'onorevole Merli. La Commissione che esamina la proposta non è quella dei Lavori Pubblici, bensì quella dei trasporti. Sembrano cose da niente, sono autentiche scorrettezze.
Comunque la proposta Santalco viene esaminata e approvata (con modifiche) il 5 dalla Commissione Trasporti della Camera. Con velocità... supersonica il 23.XII.75 la proposta di «legge Santalco» è di nuovo al Senato per l'approvazione definitiva. Intanto il Tribunale di Livorno, rinviando ad Aprile l'udienza, dà a Cefis ulteriore... respiro. Se ne parlerà ad aprile.
Infatti in data 2.4.76, una lettera strettamente confidenziale, a firma Montedison, arriva ai legali di Cefis. Dice presso a poco cosi: «È certo che il Senato in data 14.4.1976 approverà in via definitiva la legge Santalco, di cui si allega il testo. Si prega di intervenire presso il Tribunale di Livorno perchè l'udienza fissata per il 5.4.76 venga rinviata in modo che il testo Santalco diventi legge».
E la proposta Santalco diventa legge. La Montedison azzecca tutte le previsioni. Sbaglia di un solo giorno. Infatti il Senato approva la legge, anzichè il 14 aprile, il 13.

Aprile, dolce dormire. Infatti la «legge Merli» dorme, dal dicembre 1975, fra le carte della Camera LL.PP. della Commissione. Santalco è stato un nome più fortunato in materia di... inquinamento.
Improvvisamente, che accade?
Accade che i parlamentari riscoprono le proprie vocazioni ecologiche e, con queste, la «legge Merli».
Perchè?
Perchè il Tribunale di Livorno ha fatto sapere che la «legge Santalco» non è sufficiente per salvare Cefis dalla galera. Ed ecco che, alle soglie ormai della sentenza e per di più con le Camere che stanno per essere sciolte, si... bruciano i tempi.
Basta un solo giorno, anzi poche ore. È il 14 aprile 1976: la Commissione LL.PP. della Camera approva, in sede legislativa, la proposta di legge, «presentata dalle forze dell'arco costituzionale» (come si legge nella presentazione); e si invia il tutto al Senato, addirittura nello stesso giorno. E il 30 aprile la Commissione LL.PP. della Camera, dopo avere approvato le modifiche del Senato, la rende legge. Cefis è salvo. L'operazione è compiuta. La Legge non dovrebbe chiamarsi Merli, ma «Cefis».

 

24 ottobre 1979

E il più grosso scandalo di questo trentennio democristiano. La Lockheed, nei suoi confronti, è una bazzecola. L'affare Sindona pure. Eppure il Parlamento ha messo le cose in modo che gli Italiani non ci facciano caso.
Si tratta ufficialmente della conversione in legge di un decreto di finanziamento del Banco di Sicilia, del Banco di Napoli, del Banco di Sardegna, del Credito Industriale Sardo. Ufficialmente è così, ma nella sostanza, la legge altro non è che un espediente per far sì che gli istituti bancari sunnominati possano partecipare al Consorzio di rilevamento della SIR di Nino Rovelli.

Nino Rovelli: da una modesta officina meccanica in Brianza ai vertici della chimica italiana. Uno dei tre... grandi, insieme a Cesis e Ursini. Nel disastro generale della chimica italiana è il più bravo: con cinque miliardi di capitale riesce a far debiti per cinquemila miliardi. È un record.

Per la SIR di Nino Rovelli conosce le amarezze del carcere Mario Sarcinelli, vice direttore generale della Banca d'Italia. Paolo Baffi, il governatore, riceve la comunicazione giudiziaria per peculato e il ritiro del passaporto. E cosi Giorgio Cappon, presidente dell'IMI. E così Franco Piga, presidente dell'ICIPU. E così Efisio Corrias, presidente del Credito Industriale Sardo. E così Ferdinando Ventriglia, già direttore generale del Tesoro. E così Edoardo Calieri, già presidente dell'ITALCASSE.
Tralascio i minori. L'elenco sarebbe troppo lungo per i fogli di cui dispongo. Comunque, per Nino Rovelli, tutto il mondo di vertice delle banche italiane, compresa la Banca d'Italia, rischia le manette e il carcere.
Il Parlamento fa finta di nulla. Se non ci fosse la caparbia opposizione del gruppo parlamentare del MSI-DN, il paese nulla saprebbe. Stampa di regime. TV in testa, hanno l'acqua in bocca. Sono muti.

Fra gli amici di Nino Rovelli: Giulio Andreotti, Giacomo Mancini, Giovanni Leone, il comunista Napoleone Colaianni, il ministro del Bilancio Andreatta.
Giulio Andreotti. Sono i tempi in cui l'ex presidente del Consiglio è ministro dell'Industria e Nino Rovelli è sulla cresta dell'onda. Al petroliere farebbe piacere che Andreotti partecipasse alla cerimonia di premiazione dei lavoratori anziani della SIR che si svolge a Porto Torres. Però Andreotti deve recarsi il giorno dopo, a Bruxelles per un impegno CEE.
Che ti fa Rovelli? Affitta un aereo privato e lo mette a disposizione dì Andreotti. E così il ministro, via Porto Torres, può recarsi a Bruxelles. I

Quando il Consiglio di Stato esamina la legittimità del comportamento di Rovelli che, per rastrella re a tappeto i contributi a fondo perduto e i finanziamenti agevolati, suddivide i complessi industriali da realizzare in decine e decine di piccole società, a difendere Rovelli chi c'é? Giovannino, o meglio Giovanni Leone. Non ancora Presidente della Repubblica, ma già presidente del Consiglio dei Ministri

Giacomo Mancini è sempre impegnato a denunciare complotti, congiure, eversioni, tradimenti. Quando però l'uomo di Cosenza è costretto ad andare al sodo e a precisare nomi, luoghi e circostanze, il prestigiatore delle aste ANAS, non si fa trovare o farfuglia. Ma perché allora non ci spiega di che natura furono i suoi rapporti con Nino Rovelli che, per lui, a Reggio Calabria, mise su il quotidiano "il Giornale di Calabria"?

Millecinquecento miliardi Nino Rovelli li pompa all'IMI. È una abbuffata pantagruelica di denaro pubblico. Incredibile. E tanto denaro pubblico viene concesso anche quando rapporti dei tecnici dell'IMI sconsigliano l'affidamento, perfino di una lira, al petroliere brianzolo.
Fra gli amministratori dell'IMI, che dicon «sì» a Nino Rovelli, c'è un altro Nino, l'Andreatta, l'... economista che la DC, malgrado sia coinvolto per peculato nello scandalo SIR, ha voluto lo stesso al governo e, nientemeno, al Bilancio.
Se andate a sfogliare gli annuari, prima che Andreatta fosse eletto senatore, troverete che l'illustre personaggio si fa chiamare Beniamino, Mino, e Nino, a seconda che figuri in un consiglio di amministrazione, o su una cattedra universitaria, o in un incarico politico.
Come mai? Sarebbe interessante conoscere come si faceva chiamare quando in Italia era il braccio destro del truffatore americano Bernard Cornfeld, già arrestato in Svizzera, la cui truffa (è incredibile, ma è cosi) è stata pagata dall'IMI, di cui Andreatta era consigliere.
Ma perchè il ministro del Bilancio non si ribella quando gli diciamo queste cose?
Forse perché ha la pelle più dura di un rinoceronte?

Poteva mancare nello scandalo SIR il repubblicano Aristide Gonnella? No, per carità. Ugo La Malfa lo difese a spada tratta contro i probiviri del PRI che lo volevano fuori dal partito. Torquemada da strapazzo, li chiamò e assolse Gonnella, in quanto campione della... moralizzazione pubblica in Sicilia.
Roba da matti! Qualcuno, a proposito del comportamento di Ugo La Malfa nei riguardi di Gunnella, teorizzò una nuova concezione della morale del potere, una concezione definita «a zone»; paragonandola alla vicenda di quei due innamorati seduti su un sofà: lui allunga la mano e la ragazza lascia fare; la mano si sposta e lei zitta; ma ad un certo momento la ragazza, respingendo la carezza, dice: no, lì no. Tu, risponde l'innamorato, la virtù la concepisci a zone.
Così anche Ugo La Malfa. Moralizzatore integerrimo a Roma, più... elastico in Sicilia con l'intrallazzatore Aristide Gunnella. Lo troviamo dappertutto. Dovunque c'è uno scandalo c'è lui. Anche nella vicenda SIR il nostro è accusato di truffa. Insieme all'ex (e latitante) senatore DC Verzotto versa a Nino Rovelli 16 miliardi di lire per la costruzione, in Sicilia, di uno stabilimento chimico. I siciliani lo stabilimento lo devono ancora vedere. E i 16 miliardi? Volatilizzati.

Nulla dunque come questo enorme sperpero di ricchezza pubblica suona condanna di una intera classe dirigente, politica e industriale.
La Camera discute come salvare il «disastro» Rovelli. Però di «Nino», della sua prodigiosa ascesa, grazie agli Andreotti di turno, nell'Olimpo del mondo industriale italiano; della sua abbuffata di 5.000 (cinquemila) miliardi (pensate: lo scandalo Lockheed verteva su una tangente di un miliardo!) nessuno parla. Meno di tutti i comunisti che, come al solito, fanno da copertura alla peggiore DC. Si contentano, in cambio del silenzio, di entrare nei consigli di amministrazione delle banche meridionali. lo do una cosa a te, e tu dai una cosa a me.

Intanto la nuova legge che si discute, alle spalle degli Italiani, istituisce, onde riparare alla bancarotta SIR, una vera e propria «tassa chimica». La pagano tutti gli Italiani. Per risanare la SIR?
Non sia mai detto. Non si risana nulla. Si continua a rapinare. E tutti i mezzi sono buoni.

Massimo De Carolis: «Tra Sindona, l'affare SIR, l'affare ITALCASSE c'è una coincidenza comune. Uno dei protagonisti ricorre in tutti e tre i casi. È un politico». E più sotto: «Credo che si debba purtroppo prendere atto che l'omicidio è diventato strumento di lotta politica in Italia».
Chi è questo personaggio? De Carolis, che le cose di... casa democristiana le conosce bene, il nome lo fa sottovoce.
Provate ad indovinare, cari lettori. Con tutta probabilità sarà il nuovo segretario nazionale della DC.
 

3 novembre 1979

Al convegno doroteo politica e sesso
«L'ipotesi di un governo a cinque, dal PSI al PLI, mi ricorda le vanterie giovanili di chi afferma "mi faccio tutte le ragazze", ma poi si scopre che quelle ragazze non ci stanno».
(Giulio Andreotti)

«Il PCI vuole essere sposato, se no non la l'amore con noi; il PSI pretende di sposare la DC, per poi andare a letto con il PCI in nome dell'alternativa»
(Ciriaco De Mita)

«Protesto per questi paragoni sessuali. Siamo in tempi di deviazioni pederastiche».
(Donat Cattin)
 
I socialisti: sempre affamati
La scena si svolge nell'ufficio del presidente del Consiglio Regionale della Liguria.
A tu per tu, nella stanza moquettata, difronte al tavolo grande, due signori. Uno è il dott. Alberto Renzi, segretario particolare del presidente della Regione ligure, il socialista Paolo Macchiavelli: l'altro è un impresario, certo Pierino De Francisco.
Di che cosa si discute?
Di una lottizzazione che, se realizzata, porterebbe i cittadini di Santo Stefano al Mare da 1.800 abitanti a 4.000. Si tratta di un affare di 40 miliardi.
«Lo vuole realizzare?», chiede il segretario (particolare) all'impresario.
«Io son disposto... ma quanto?».
Il segretario (particolare) tira fuori una biro, prende un foglio e scrive, lentamente: 500 (cinquecento) milioni.
Di questo si è discusso davanti al Tribunale di Genova, che ieri ha condannato a quattro anni e otto mesi di reclusione il Machiavelli socialista. Come di consueto: i socialisti... dentro. Fino al collo.

Fra comunisti e radicali si scoprono gli altarini
Aglietta (PR): «Vi siete spartiti le cariche, il potere, con la lottizzazione nella RAI-TV».
Pochetti (PCI): «Buffona!».
Roccella (PR): «Difronte alla buffoneria dei radicali c'è questa tragica serietà dell'esercizio di questo potere, una egemonia irresponsabile che mette, in zona franca la RAI e la fa agire con licenza di reato... Questa gente ha occultato 150 miliardi nel bilancio, parte dei quali finiscono al giornale "l'Unità"».
Pochetti (PCI): «Buffone, bugiardo!».
Peggio (PCI): «Nel PCI non ci sono giornalisti de "il Giorno" che sono pagati lautamente senza fare la loro professione!».
Roccella (PR): «Come sarebbe a dire? lo chiedo un giuri d'onore. Il mio stipendio di redattore de "il Giorno" è di 850.000 lire nette al mese. Al netto, naturalmente!».
Pochetti (PCI): «Cui si aggiunge il resto!».
Roccella (PR): «Nessun resto, onorevole Pochetti! Nessun resto!».
(dal resoconto della Camera)
Una lite. In famiglia. Tu prendi là, io prendo qua. E la moralizzazione della vita pubblica predicata da Pannella?
È da venire. Il popolo può aspettare.
 

8 novembre 1979

Mi vogliano perdonare i lettori, ma devo usare parole... pannelliane. Infatti i radicali sono nella merda. Fino al collo. Che melanconico tramonto!
Moralizzatori integerrimi, hanno inciampato nei... soldoni, o meglio sul finanziamento pubblico dei partiti politici.
Si tratta di quattro miliardi di lire. Il dilemma radicale era: chi deve amministrare questi soldi? Il partito o il gruppo parlamentare?
Hanno vinto (per poco) i parlamentari. A votazione conclusa i vincitori (di stretta misura) si sono messi ad applaudire. Un delegato ha urlato: «I ladroni fanno festa dopo il bottino».

Al congresso radicale è capitato di peggio. Quelli del "FUORI" (la lega degli omosessuali) avevano raccolto mezzo milione di lire dalla vendita di opuscoli, spille, distintivi. Questo mezzo milione è sparito. Se lo sono rubato. Dicono i giornali che una decina di radicali si sono tramutati in investigatori, ma i quattrini non sono saltati... Fuori.
E questi, secondo Pannella, dovrebbero rappresentare l'Italia nuova, libertaria, finalmente libera dai ladroni!

Si dice che raccordo raggiunto dai radicali sui «quattrini» sia stato opera dell'ex socialista ed ex senatore Lino Iannuzzi, il noto sifarita, coinvolto nella vicenda Sindona in merito ai fondi neri.
Non possono esserci dubbi. L'ex senatore, altro... moralizzatore, è sempre stato un competente in materia di soldi, in particolare, di cambiali (protestate). Anni fa si trovava in Jugoslavia a Portorose e precisamente nel locale casinò. Perse, al tavolo verde, tutti i soldi che aveva in tasca. Doveva pagare l'albergo. Si rivolse all'ambasciatore italiano. Venne aiutato. E non restituì.
Lino iannuzzi sta benissimo nel partito radicale.

L'altro sifarita Eugenio Scalfari, direttore de "la Repubblica", divinità del giornalismo, dedito al culto della personalità (di se stesso), deve ancora spiegare una cosa. E cioè come mai il 21 settembre 1971 si trovava, come parlamentare, ad interrogare il ministro del Tesoro, chiedendogli perché costui ostacolava, con misure discriminatorie, le operazioni finanziarie di Michele Sindona, operazione che, secondo l'interrogante, oltre a realizzare un investimento di capitale di sessanta miliardi «favorivano una massa di oltre trentamila piccoli azionisti».
La istituenda Commissione di inchiesta sul caso Sindona, farà bene ad ascoltare su questo punto Eugenio Scalfari, quest'altro moralizzatore.

Avete visto sul secondo canale della RAI-TV la commedia musicale "Addavenì quel giorno e quella sera"? Avete notato che, nella presentazione, veniva accuratamente omesso di citare il nome e il cognome dell'autore del testo e delle musiche?
Di «anonimo romano», stava scritto.
Niente paura. Autore del testo è Maurizio Ferrara; autore delle musiche è Giorgio Ferrara.
Chi sono costoro?
Maurizio Ferrara è senatore del PCI, già presidente della Regione Lazio, Giorgio è il figlio. Una cosa in famiglia. Ma il bello sta nel fatto che Maurizio Ferrara è membro della Commissione di Vigilanza della RAI-TV; quella Commissione che, fra i suoi compiti, ha anche quello di vigilare perché le scelte dei programmi non vengano fatte secondo criteri di favoritismo politico.
La trasmissione è costata un miliardo e mezzo. Il senatore non si è ancora dimesso dalla Commissione di vigilanza della RAI-TV.
La sua faccia è di bronzo.

C'è una arguta fotografia. Parla da sé. Si vede il presidente del Parlamento Europeo Emilio Colombo, in piedi, davanti a quattro sedie vuote. La didascalia dice: «Colombo, quattro poltrone e un desiderio: avere quattro sederi».
Battute a parte, è Emilio Colombo che fa partire l'inchiesta sui 13 parlamentari europei, accusati di avere rimesso note spese pazze. Il solo onorevole Lorenzo Natali, uno dei tredici incriminati, costa, in un anno, all'erario europeo, per soli trasporti, ottanta milioni.
D'accordo con questa azione moralizzatrice di Colombo. Ma perché l'ex presidente del Consiglio non rievoca la vicenda di quando, ministro del Tesoro, si fece pagare dall'erario italiano la sua trasferta nell'America latina, onde partecipare alla quinta Conferenza mondiale dei partiti democratico-cristiani?

Per l'assassinio del segretario provinciale della DC di Palermo Michele Reina, sono stati ascoltati al Palazzo di Giustizia di Palermo l'ex sindaco Ciancimino, spalla del ministro della Difesa Ruffini; il segretario provinciale della DC Nicola Graffagnini; gli assessori all'Annona Giuseppe Insalaco e al Traffico Salvatore Castoro; consiglieri comunali e assessori provinciali.
In tutto 27 persone. Si tratta di tutto lo stato maggiore della DC palermitana.
Il magistrato, dunque, sembra avere individuato l'ambiente in cui il delitto è maturato. Ambiente DC; motivo delle lotte sanguinose: gli appalti di miliardi per le opere pubbliche.
Per carità, non fraintendeteci: la DC è un partito moderato e democratico! La violenza sanguinaria non fa parte del suo patrimonio!

Nel libro di Alberto Statera, dal titolo "Storia di preti e di palazzinari", a pagina 164 trovo scritto: «Un malore dell'on. Giacomo Mancini portò all'onore delle cronache, nella primavera del 1977, un incontro conviviale svoltosi a Palermo al ristorante Charleston. Oltre all'ex segretario del PSI, della tavolata facevano parte Gaetano Caltagirone, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Franco Evangelisti, i magistrati romani Claudio Vitalone e Renato Squillante. Tutti erano sbarcati il giorno prima dal "Mystare" del palazzinaro che fa continuamente la spola tra Parigi, la Costa Azzurra, dove il palazzinaro ha le sue residenze, protette da alti muri e tiratori scelti, i cantieri in Italia o Nord Africa o i luoghi scelti per curare le relazioni politiche. Il viaggio pasquale a Palermo era di questo ultimo tipo: si trattava di mettere in moto l'affare di molte centinaia di miliardi che sarà il risanamento del centro storico di Palermo. Ma nonostante le protezioni di Andreotti e Mancini si tratta di un affare troppo grosso perché a beneficiarne sia solo Caltagirone. In lizza ci sono tutti i gruppi finanziario-speculativi della Sicilia e c'è, soprattutto, il gruppo fanfaniano ...»
Perché poi meravigliarsi che, in Sicilia e altrove, si spara e si uccide?
Ma la mafia dove sta? Perché si ha ancora timore di affermare che il veicolo della delinquenza è la partitocrazia, cioè la degenerazione del partito politico?

 

24 novembre 1979

Dai giornali: «Su 35 interpellati 33 ostaggi dell'ambasciata americana di Teheran chiedono la restituzione dello Scià al governo iraniano per essere liberati. Solo due donne hanno detto di no» È proprio vero: spesso ad avere gli «attributi» sono quest'ultime.

Lo sapevate? Antonio Gramsci, il santone del PCI, ha avuto un fratello. Si chiamava Mario. È stato federale del PNF a Varese, subito dopo la marcia su Roma. Valoroso combattente in Abissinia e in Africa Settentrionale. Caduto prigioniero degli Alleati fu portato in Australia. Qui, essendosi rifiutato di collaborare con gli inglesi, fu confinato fra gli irriducibili fascisti. Mario Gramsci, rientrato dalla prigionia molto malato, anzi moribondo, si spenge a soli 52 anni. Muore mussoliniano convinto.
Il PCI ha provveduto a farne sparire lettere, scritti e persino il ricordo.
Lo ricordiamo noi. E faranno bene le Federazioni del MSI a ricordarlo ai buoni italiani. E ai cialtroni versipelle del nostro Paese.

«Mi si può rimproverare tutto, non la mancanza di coerenza» (Montanelli Indro. Intervista con il settimanale "Contro", Ottobre 1979).
«E vuol sapere perchè io non sono più, da oltre due anni, un anticomunista viscerale? Perché sono profondamente convinto che Nikita Krusciov è in buona fede» (Indro Montanelli. Intervista a "Paese Sera", 20-X-79).
«Personalmente non sono contrario al PCI, anzi lo ammiro perché è l'unico movimento politico serio e coerente ancora in vita in Italia. Non ho quindi dubbi che una volta al potere i comunisti gestirebbero il Paese secondo schemi irreprensibili» (Indro Montanelli).
«I comunisti sanno benissimo (e dovremo finalmente deciderci a impararlo anche noi) che l'anticomunismo o è viscerale, o non è anticomunismo» (Indro Montanelli, "il Giornale", 13/11/79, pag. 23).
«Sa cosa le dico? Montanelli non è altro che un gran paraculo!» (Leo Longanesi).

Zanetti Livio, giornalista radicale, antifascista viscerale. Alcune tappe della sua vita. Durante la RSI lo si trova alla Scuola Allievi Ufficiali della Guardia Nazionale Repubblicana di Modena. Poi passa alla Compagnia "Propaganda legionaria" e diventa collaboratore di punta di "Radio Legionaria" e del giornale "Camicia Nera". L'on. Zanfagna Marcello potrebbe raccontarci particolari... piccanti.
Nel settembre 1944, insieme a Mirko Tremaglia, esce sottotenente della G.N.R. da Fontanellato (Parma). E, dato che non lo mandavano al fronte, sempre insieme a Mirko Tremaglia, manda un memoriale di protesta a Salò «perchè si boicottano gli ufficiali politici».
La sua protesta viene accolla e lo mandano al fronte. Ed eccolo in Garfagnana a combattere. «Quota 833, Battaglione "Marciano" della "San Marco"». Prigioniero, finisce a Coltano. Tremaglia, quando Zanetti esce dal Campo di Concentramento (Criminal Camp Fascist), gli dà 500 lire.
È finito direttore de "l'Espresso".

Pio La Torre, che siede ai vertici del PCI insieme a Berlinguer, scrive che il segretario provinciale della DC di Palermo Michele Reina, è stato fatto fuori in quanto «protagonista, in Palermo, dell'accordo DC-PCI».
L'informatissimo Pio La Torre è pregato a questo punto, di dire tutto quello che sa, e di smettere di parlare «a mezza voce». E cominci a spiegarci i motivi per i quali il segretario provinciale del PCI di Palermo Mannino Antonino che, insieme a Reina, aveva realizzato l'accordo PCI-DC, è stato silurato.
Ci dica tutto. Con estrema sincerità. Siamo qua ad ascoltarlo.

Intanto, qualche domandina non guasta. "l'Unità" del 1/11/79 (pag. 5) ci fa sapere che il magistrato, che ha in mano l'inchiesta sull'assassinio del segretario provinciale della DC Michele Reina, «sta scavando ormai da alcuni mesi nel groviglio di affari e di appalti che fanno da sfondo alla eliminazione dell'esponente DC». «La pista imboccata», scrive "l'unità", «è quella degli interessi covati a Palermo attorno a centinaia di miliardi spesi o da spendere nelle opere pubbliche».
Ma se così stanno le cose (ed è "l'Unità" che lo afferma) come si conciliano le dichiarazioni di Pio La Torre, per cui Michele Reina sarebbe un martire dell'... ideale, in quanto avrebbe pagato, con il sangue, l'accordo PCI-DC?
Ma come fa Berlinguer a dire a briglia sciolta un irresponsabile di tale fatta?

Ma andiamo un po' più nel... profondo. Sempre "l'Unità" ci informa che nell'ambito dell'indagine sul delitto Reina, si è proceduto ad una ondata di arresti, ondata «che ha portato in galera anche l'ex presidente della Provincia Gaspare Giganti della corrente Ruffini-Ciancimino».
Bene, ma se non andiamo errati il Giganti venne eletto Presidente della Provincia di Palermo con i voti determinanti del PCI in quanto, in quel momento, la DC risultava spaccata. Se cosi è (e così è) si deve scrivere che Gaspare Giganti appartiene alla corrente Ruffini-Ciancimino-PCI.
Pio La Torre risponda: ma è anche per questo che il segretario provinciale di Palermo Mannino Antonino, è stato destituito dall'incarico?

Procediamo. Altro interrogativo: diciamo cosa inesatta quando affermiamo che, alle origini del delitto Reina, c'è anche l'appalto di sette miliardi e mezzo, riguardante la strada provinciale San Mauro Castelverde-Gangi?
Pio La Torre, da siciliano, da studioso della mafia, da personaggio importante del PCI, sa darci qualche delucidazione in proposito?
Quei lavori ebbero, o no, l'assenso del PCI? C'è poi l'arresto dell'assessore al traffico del Comune di Palermo Castro Salvatore. Per gara truccata. Sbagliamo, o la delibera per la quale l'assessore è «dentro», è stata votata anche dal PCI?
Pio La Torre può darci conferma? Gliene saremmo grati. Anche perché ci potrebbe aiutare a dimostrare ai siciliani che quanto sta accadendo a Palermo è la conseguenza dell'accordo DC-PCI.

Di Giulio Ferdinando, presidente del gruppo parlamentare della Camera del PCI, su "la Navicella", raccontando le fasi salienti della sua vita, fra l'altro, scrive «È nato a Grosseto, risiede a Roma. Laureato in Giurisprudenza presso l'Università di Pisa. Partigiano, ha combattuto nella zona del Monte Amiata».
Di Giulio è un tantino reticente. Infatti omette di dire che anche lui è stato iscritto al partito fascista e, in quanto tale, ha usufruito, presso l'università di Pisa, delle facilitazioni riservate a chi vestiva la camicia nera.
«Tu quoque ...». Sì, anche lui. Italia antifascista e resistenziale, salutane un altro! Anche lui. In camicia nera.

Comunque è stato giusto che Alessandro Natta, il secondo dopo Berlinguer nel PCI, lasciasse il posto di presidente del gruppo parlamentare della Camera a Ferdinando Di Giulio. In fondo si tratta di una cerimonia di consegne. In perfetto stile fascista.
Infatti su "il Campano" (Marzo-Aprile 1941), organo del Gruppo universitario Fascista di Pisa, si legge: «In data 18 marzo 1941, il Segretario Federale ha ratificato la nomina ad addetto alla cultura nel Direttivo del GUF pisano di Natta Alessandro, laureato in lettere, iscritto al PNF dal 24/5/1937, proveniente dalle organizzazioni giovanili».
Su "la Navicella", Natta così scrive di se stesso: «Allievo della Scuola Normale Superiore di Pisa dal 1936 al 1941. Ha iniziato in quel periodo la sua attività antifascista».
Si, facendo, in camicia nera, l'addetto alla cultura nel GUF pisano!

 

9 dicembre 1979

Adone Zoli mi ha restituito i resti di mio marito. Andreotti mi ha ridato alcune lettere di Benito che sono tra le ultime. Vi sono frasi come queste:
«Cara Rachele, vedo che anche tu sei prigioniera. Io ho pagato l'affitto di casa fino a tutto agosto, con i miei soldi e non con quelli dello Stato».
Ci hanno confiscato quel poco che avevamo, compreso il podere che avevo comprato con i miei sudori. Non ci hanno potuto accusare di avere rubato centomila lire, anzi hanno detto che Mussolini non voleva la paga che gli spettava». (Rachele Mussolini, "Gente", 23/11/79)

Ricordate la vignetta di Guareschi su "Candido"? Si vede il corpo straziato di Mussolini appeso, testa all'in giù, ai ganci di Piazzale Loreto. Poco distante un padre, con il figlio per mano che, con l'ombrello alzato, indica al ragazzo il corpo di Mussolini.
La didascalia dice: «Vedi, figlio, quell'uomo appeso ha governato l'Italia per oltre venti anni. Lo hanno messo all'ingiù per vedere se dalle sue tasche cascava qualcosa. Non ne è uscita nemmeno una lira».
Se si appendessero, testa all'ingiù, vivi e naturalmente per scherzo, gli uomini che attualmente ci governano, potremmo dire altrettanto, e cioè che dalle loro tasche non è uscita una lira?
Provatevi a rispondere.

Dai giornali: «Il costruttore Alfio Marchini, già dirigente amministrativo del PCI romano, è stato raggiunto da mandato di comparizione insieme ad altri personaggi del mondo bancario, edilizio e industriale nel quadro dell'inchiesta sull'Italcasse».
Alfio Marchini, per chi lo avesse dimenticato, è un eroe. È lui che il 23 marzo 1944, in Via Rosella, vestito da spazzino, accende la miccia dell'esplosivo contenuto in un carro delle immondizie, e la accende nel momento in cui passa una colonna di soldati tedeschi. Perdono la vita 53 altoatesini e si ha, per rappresaglia, il massacro delle Fosse Ardeatine. Particolare interessante: l'esplosivo che Alfio Marchini fa esplodere viene fornito da Paolo Bonomi, il democristiano Presidente della Coltivatori Diretti.

Tangenti ENI. Il bubbone è scoppiato. Il MSI-DN aveva visto giusto. Infatti, nel dibattito in aula fu l'unico a denunciare di che cosa si trattava. Una faida interna al PSI fra Craxi e Signorile che butta all'aria un affare fatto in collaborazione con la corrente di Giulio Andreotti.
Ma, come, ancora lui?
Ancora lui. E avete notato la tempestività con cui il nostro Giulio si fa ricoverare in clinica per togliersi la cistifelia?
Auguri. Tutto serve. Per defilarsi. Al momento opportuno. Quella che non può defilarsi è l'Italia che, sputtanata nel mercato arabo, rischia di rimanere al buio.
Gli italiani quando capiranno che, per risorgere a nuova vita, occorre liberarsi, per sempre, dai ladri?

«Per mio conto accetto la proposta del camerata De Bella. Il nostro dissenso è di forma, non di sostanza. Tuttavia voglio e debbo dichiarare, per smentire apertamente e francamente un sospetto che non vorrei fosse stato avanzato, che nella mia relazione non ho inteso sottovalutare il pensiero e l'azione degli uomini della Guerra e della Rivoluzione. Ho voluto semplicemente porre in chiaro la necessità che gli uomini della Guerra e della Rivoluzione ci chiedono molto di più, e ci chiedono questo di più proprio per metterci in grado di approfondire e di difendere lo spirito della Rivoluzione fascista, spirito che noi vogliamo continuare, non solo con opere civili e sociali, ma anche, con le prove militari che possono essere vicine o lontane nel tempo, ma che debbono essere sempre mature nello spirito nostro».
È il 28 maggio 1935, anno XII. È il IV Rapporto degli Istituti Fascisti di cultura. Presiede Giovanni Gentile. E chi è questo giovane che vuole combattere per la Rivoluzione fascista?
Si chiama Salvatore Valitutti. Sì, è proprio lui: l'attuale Ministro della Pubblica Istruzione dell'Italia anti-fascista e resistenziale!
 

28 dicembre 1979

«Se nella vicenda dell'ENI irregolarità c'è stata, la finalità era questa. La dimensione della questione porterebbe a pensare che saremmo difronte, piuttosto, ad una grande operazione, ad una sorta di complotto politico-finanziario».
Così Craxi il 19-12-1979 davanti alla Commissione Bilancio e Partecipazioni Statali.

«Complotto politico-finanziario». Di che si tratta? La stampa ha taciuto, soprattutto quella moderata, perchè l'informazione in Italia è tutta venduta agli interessi politici ed economici che spingono all'accordo con il PCI.
Infatti nessuno ha scritto che, con il ricavato delle tangenti dell'ENI (in totale 120 miliardi), c'era «chi» voleva vincere il congresso della DC, portandolo a dire «sì» al compromesso con il PCI; e c'era «chi», nell'area socialista, voleva scalzare Craxi dalla segreteria. Con un unico intento: portare il PCI al governo.

Le prove? Guardate il comportamento del PCI nella vicenda. Non è indignato per lo scandalo, è solo irritato. Irritato perchè l'affare non è andato in porto. Il PCI difende Mazzanti, l'ex presidente dell'ENI: si guarda bene dall'attaccare Andreotti, che come sempre, sulla vicenda ne sa più di tutti; è schierato con Signorile contro Craxi. Insomma la vicenda dell'ENI è lo spartiacque fra coloro che vogliono il PCI al governo e coloro che ancora si battono per impedirlo.
Un losco affare di soldi per facilitare il PCI e ciò che rappresenta. Questa è la sostanza della vicenda, ma nessuno ne parla. E meno di tutti la stampa moderata. E come potrebbe quando succhia abbondantemente dalle mammelle ENI?

Sfilano, davanti agli occhi degli Italiani, tre vicende esemplari: quella di Parma dove, davanti a quel Tribunale penate, politici del PSI, del PCI e della DC, con contorno di palazzinari miliardari, si trovano in passerella coinvolti in un giro vorticoso di affari e di palazzi; quella di Ascoli Piceno (che racconteremo dettagliatamente in un altro "Rosso e nero") dove la recita di Parma si replica con varianti; quella di Palermo dove, sempre a causa di appalti e tangenti, la gente viene assassinata e i politici vanno in galera (purtroppo per poco).
Sorgono, dappertutto, comitati... antifascisti per combattere il terrorismo delle Brigate rosse e simili. Bene. Stentano invece a nascere i Comitati per ripulire l'Italia dai ladri e dai truffatori. Ed è questa una delle ragioni del perchè il terrorismo trova spazi per le sue imprese criminose.

A Parma, in particolare, l'imputato di nome Giuseppe Verdi (sic!) si è lasciato andare a dichiarazioni quanto mai illuminanti, specie per i contribuenti italiani che pagano le tasse.
Che ha detto, in sostanza, questo chiacchierone con tanto di tessera del PSI!
Ha detto che al centro degli «affari» (poco puliti) c'era una società denominata «Ufficio commerciale estero» (UCE) con lo scopo di procacciare affari sui mercati esteri. Affari di miliardi: legname dall'Est, scarpe da piazzare all'estero, ogni altra merce in vendita. Purchè vi fosse la percentuale, o tangente, a favore del partito, della corrente, della... famiglia. Questa società, che prende forza quando il PSI si installa al Ministero del Commercio con l'estero, fa affari d'oro, soprattutto quando l'on. Attilio Ferrari, federale del PSI di Parma, viene chiamato a sottosegretario per il Commercio con l'estero.

Ha chiesto il Presidente del tribunale: «L'UCE era l'agenzia commerciale del PSI?». Risposta: «L'etichetta non l'aveva, però tutti quelli che ci lavoravano erano del PSI, di Parma o di Roma, quindi doveva essere qualcosa del genere. Ad ogni modo ce n'era una per ogni provincia. Ma anche il PCI e la DC l'avevano. Chiedete ad un comunista come si chiamava la loro agenzia a Parma».

Particolare da non dimenticare. Il su nominato imputato Giuseppe Verdi, procacciatore di affari (per miliardi) per conto del PSI, è demartiniano; mentre il suo braccio destro, l'assessore all'Urbanistica di Parma Paolo Alvau, che gestisce l'abbuffata sul cemento, è lombardiano, amico personale di Signorile.
Fateci caso: sono le due correnti che, all'interno del PSI,sono solite «moraleggiare». Riccardo Lombardi, l'antifascista purissimo, una stella della resistenza e della moralità pubblica e privata; Francesco De Martino, professore universitario, specchiatissimo uomo politico.

Sarà, ma Riccardo Lombardi lo troviamo, immerso fino al... collo, nelle tangenti ENEL-Petrolieri. E il personaggio... storico deve ancora chiarire i motivi per cui i soldi, che prendeva dall'ENEL per conto dei petrolieri, li versasse sul conto corrente della propria signora.
Francesco De Martino, che deve ancora raccontare agli Italiani dove prese il «malloppo» per riscattare suo figlio, resta celebre per avere dato degli intrallazzatori del PSI, in testa Giacomo Mancini per le aste truccate dell'ANAS, questa lapidaria definizione: «Gli amministratori del partito che assicurarono i finanziamenti fecero quel che era imposto dalle necessità di far sopravvivere il partito, i suoi giornali, le sue possibilità di aiuti verso i compagni dei vari Paesi che lottavano contro il fascismo. I mezzi erano riprovevoli, ma il fine era nobile. Essi non possono venir censurati ...» (3/3/1976 /40° Congresso del PSI)

Sì... rubavano. A piene mani, ma vanno assolti «perchè lottavano contro il fascismo». Acquistando palazzi patrizi in Roma, costruendosi ville al mare e ai monti, viaggiando su auto da 40 milioni, possedendo gioielli per centinaia di milioni, appartamenti sulla Costa Azzurra... E prendendo soldi dalla Montedison perchè, dovendo la società operare licenziamenti (vedi l'episodio dello stabilimento di Aulla), "l'Avanti!", il giornale dei... lavoratori, non ostacolasse ma appoggiasse l'operazione... A questo siamo arrivati nella lotta al... fascismo!!!

Per finire. Ascoltate: «È la terza volta che l'avverto di non contravvenzionare la mia autovettura in quanto munita di disco stampa quale giornalista e del disco della Camera dei Deputati che ha un valore particolare. Fanno bene i cittadini a diffidare e insorgere contro le Istituzioni dello Stato e se le cose vanno cosi, la colpa è vostra».
Chi è che cosi si esprime?
È il deputato del PCI Esposto Attilio. E la frase è riportata nella richiesta di autorizzazione a procedere (Doc. IV N. II/A) contro questo rappresentante del... popolo, per oltraggio a pubblico ufficiale e rifiuto di indicazioni sulla propria identità personale, autorizzazione richiesta dal Tribunale penale di Roma.
Siamo al solito: «Ma lei non sa chi sono io!»
Un po' prepotentino e un tantino spocchioso questo... amico delle masse.
Voi che ne dite?

Beppe Niccolai

Inviato da Andrea Biscàro - http://www.ricercando.info