Rosso e Nero
anno 1980

 

17 gennaio

  22 gennaio   3 febbraio  
6 febbraio   16 febbraio   21 marzo  
11 aprile   5 maggio   8 maggio  
14 maggio   16 maggio   28 maggio  
3 giugno   20 giugno   25 giugno  
2 luglio   9 luglio   20 luglio  

26 luglio

  2 agosto   21 agosto  
30 agosto   11 settembre   19 settembre  
25 settembre   3 ottobre   9 ottobre  
11 ottobre   17 ottobre   22 ottobre  
25 ottobre   30 ottobre   7 novembre  
9 novembre   15 novembre   18 novembre  
22 novembre   26 novembre   30 novembre  
3 dicembre   5 dicembre   9 dicembre  
11 dicembre   16 dicembre   21 dicembre  
27 dicembre   31 dicembre      

 

17 gennaio 1980

Il "Corriere della Sera" (13.1.80) titola: «Leo Valiani nominato senatore a vita dal Presidente Pertini. Spadolini: la scelta di Pertini premia una delle più alte figure della democrazia e dell’antifascismo». Per quanto riguarda la dichiarazione di Spadolini, raccattata dal "Corriere", siamo davanti ad una incredibile sfrontatezza. Infatti Giovanni Spadolini (e questo giornale lo ha documentato) il 22 aprile '44, commemorando la morte di Giovanni Gentile, scriveva su "Italia e Civiltà" che traditori della Patria, non erano certo quelli che stavano dalla parte del grande filosofo assassinato, ma coloro che «si adoperavano, in un modo o nell’altro, che l’Italia rimanesse quella terra di straccioni e di pezzenti, di servi e di lacché, di albergatori e di mezzani, che corrispondeva ai desideri della parte più spregevole e degenerata della nostra razza».

Ora si dà il caso che Leo Valiani fosse, ai tempi della prosa spadoliniana, ai vertici dell’Italia «stracciona e pezzente» ricolma di «servi e lacché» di cui parlava l’attuale segretario nazionale del PRI. Addirittura Leo Valiani, quell’Italia descritta da Spadolini nel '44, la rappresentava in prima persona. Ora il neo senatore incontrerà nei corridoi di Palazzo Madama il segretario nazionale del PRI. Che si diranno, guardandosi negli occhi?

A proposito di Leo Valiani, nulla da dire sul suo antifascismo. Nulla da dire della coerenza con cui ha servito, pagando di persona, i propri convincimenti. Resta però da chiarire una vicenda che lo storico Attilio Tamaro, nel terzo volume della sua opera "Due anni di storia: 1943-1945", così descrive: «Fu uno dei fatti più criminali della guerra civile; un’ecatombe di Italiani provocata per colpire un generale tedesco, che forse in quel momento non era più nella Città. Misfatto, se la generale accusa è vera, più grave delle Fosse Ardeatine, perché qui i Morti divennero tre volte tanti, la loro innocenza era altrettanto piena e altrettanto santa e a farli massacrare erano Italiani, non Tedeschi». (Attilio Tamaro, "Due Anni di Storia 1943-1945", volume III, pagina 7).

Si tratta del bombardamento di Treviso del 7 aprile '44. Ora le vicende vogliono che Leo Valiani conosca la verità su quel terribile bombardamento, soprattutto conosca il nome dell’italiano che ordinò il massacro. Si tratta di migliaia di Morti che, innocenti, furono sacrificati sull’altare dell’odio di parte, ormai traboccante su ogni altro sentimento. Non erano né fascisti, né antifascisti. Erano Italiani. E il loro destino non influenzava certo le sorti della guerra. Furono massacrati. Siamo sicuri che il neo senatore, rappresentante la Nazione, parlerà. Con la schiettezza che gli è nota.

Il deputato Pio La Torre, autorevole membro della segreteria nazionale del PCI (uno dei sette saggi del PCI), così si è espresso in una intervista al "Secolo XIX", dopo il delitto Mattarella: «Denuncio il tragico modo che alcuni gruppi hanno scelto per fare politica in Sicilia: a colpi di assassinio. Accuso la DC di non voler capire che i suoi gruppi più retrivi stanno compiendo un massacro degli esponenti del partito che vogliono tagliare col sistema del potere mafioso». Tralasciando il fatto (non secondario) che quando si affermano certe cose il primo dovere è quello di fare nomi e cognomi, noi ci permettiamo chiedere a Pio La Torre se, fra coloro che vogliono tagliare col sistema mafioso, vi sia anche il deputato europeo Salvatore Lima.

Infatti si dà il caso che l’ex-sindaco di Palermo, ieri fanfaniano oggi andreottiano, Salvatore Lima, sia, in Sicilia, il propugnatore primo dell’accordo definitivo con il PCI; tanto che la sua persona, fino a ieri nel mirino delle accuse del PCI, in quanto ritenuto mafioso, è oggi accuratamente lasciata in pace. Domandiamo a Pio La Torre: forse, per il PCI, la qualifica di mafioso si perde o si acquista a seconda se si sta con il PCI, o gli si è contro?

Ora su Salvatore Lima (che sta bene al PCI) c’è la testimonianza di un altro assassinato, il giudice Terranova. State a sentire. Si tratta della sentenza istruttoria del 23.6.64 su delitti di mafia. Così Terranova si esprime: «Restando sull’argomento delle relazioni, è certo che Angelo e Salvatore La Barbera conoscevano l’ex-sindaco Salvatore Lima, ed erano con lui in rapporti tali da chiedergli favori. Basti considerare che Vincenzo d’Accardi, il mafioso ucciso nell’aprile '63, non si sarebbe certo rivolto ad Angelo La Barbera per una raccomandazione al Sindaco Lima». «Gli innegabili contatti dei mafiosi La Barbera con colui che era il primo cittadino di Palermo, costituiscono una conferma di quanto si è già detto sulle infiltrazioni della mafia nei vari settori della vita pubblica».

Il lettore sappia che quando si parla di fratelli La Barbera si parla di «stelle» di prima grandezza nel Gotha della mafia «moderna». La loro ascesa ai vertici dell’organizzazione avviene grazie ad uno spargimento di sangue che non ha eguali. L’on. Pio La Torre è pregato di rispondere: quale è il suo pensiero su Salvatore Lima? Di quale gruppo fa parte? Della DC... buona? Perché lavora per l’accordo con il PCI? Gradiremmo una risposta (che non verrà).

Ha destato sorpresa che il PRI delegasse Aristide Gunnella a parlare, alla Camera, sul delitto Mattarella. E gli effetti si sono visti. Infatti il parlamentare trapanese si è sbracciato a dimostrare che il delitto Mattarella non è mafioso, ma opera del terrorismo. La differenza fra mafia e terrorismo ci è stata sempre difficile a capire, dato che da sempre, per noi, la mafia è terrorismo, e il terrorismo è mafia. Comunque che su questo «argomento» il PRI abbia dato la parola ad Aristide Gunnella, cioè a colui che, amministratore dell’Ente Minerario, assumendo senza concorso, il mafioso Di Cristina Giuseppe (traffico di droga), recentemente assassinato, significa che si è perduto ogni pudore. Il Di Cristina (che sapeva tutto sul rapimento del giornalista De Mauro e sulla morte del petroliere Mattei) controllava i voti gravitanti sul Comune minerario di Riesi. Si vada a vedere quanti voti il PRI prendeva in questo Comune, prima che Aristide Gunnella assumesse all’Ente Minerario il Di Cristina. Non si arrivava ad otto voti. E si vada a vedere, ad assunzione avvenuta, quanti voti il PRI prese, nel giugno '68, a Riesi e quanti di questi portarono la preferenza «Gunnella». Così si diventa deputati. Non è mafia, è terrorismo, urla il deputato Gunnella. Abbiamo capito. Abbiamo capito tutto.

 

22 gennaio 1980

«Caro Presidente, in relazione alla tua del 25 settembre '72, in cui mi solleciti la definizione della pratica di danni di guerra della Società Aeroplani Caproni, ti assicuro di avere interessato nel senso da Te indicato l’intendente di finanza di Milano che sta seguendo dallo scorso luglio con attenzione questa posizione. Tuo Giovanni Malagodi. (Roma, Ministero del Tesoro, 11.10.72)»

Di che si tratta? Ce lo dice il Pubblico Ministero Guido Viola del Tribunale di Milano che, proprio in questi giorni, a conclusione dell’istruttoria sulle false pratiche per i danni di guerra subiti dalla Caproni e dalla SIAI Marchetti, ha presentato la sua requisitoria. Il Magistrato così definisce la vicenda: «Uno dei più gravi scandali della Repubblica, una delle più incredibili truffe ai danni dello Stato e dei contribuenti ideata da falsari senza scrupoli che hanno potuto agire grazie anche all’appoggio di taluni uomini politici... Nonostante gli sforzi degli inquirenti sono rimaste nell’ombra le eventuali responsabilità penali di taluni ministri coinvolti pesantemente nelle indagini, ma non è escluso che il dibattimento possa riservare nuove sorprese con conseguente invio degli Atti alla Commissione Inquirente».

Ora torniamo alla lettera del 25.9.72, di cui fa cenno nella sua il Ministro del Tesoro del tempo, Giovanni Malagodi, rispondendo l’11.10.72 al «Caro Presidente». Chi è costui? È Giulio Andreotti, Presidente del Consiglio dei Ministri. Qui a sollecitare i pagamenti alla Caproni non sono la segreteria particolare o il capo di gabinetto della Presidenza del Consiglio dei Ministri, ma il Presidente del Consiglio, in persona, che prende carta e penna perché il Ministro del Tesoro intervenga personalmente sulla Intendenza di Finanza di Milano al fine di definire la pratica in favore dei falsari; cioè, per dirla con le parole della requisitoria, Giulio Andreotti si trova nel mezzo «ad una delle più incredibili truffe ai danni dello Stato che sia stata ideata da falsari senza scrupoli».

Incredibile truffa. Infatti la nuova Società che aveva rilevato la Caproni, basandosi su una «leggina» ad hoc approvata «alla chetichella», chiedeva, con contratti scritti, bollette e fatture, un indennizzo per una somma di 13 miliardi e mezzo «in quanto i tedeschi tra l’8 settembre '43 e il 25 aprile '45 avevano prelevato dalla Caproni 3.300 aerei senza pagarli». Solo che nella pratica c’era un inconfessabile particolare: e cioè che la Società Caproni non aveva mai costruito i 3.300 aerei e le relative bollette e fatture rilasciate dai Tedeschi erano state stampate 20 anni dopo in un sottoscala della Toscana. Ed ecco che questo ignobile imbroglio, di uno Stato che truffa sé stesso, immerso fino al collo, l’uomo più prestigioso della DC! Intorno silenzio. Specie da parte dei comunisti. Andreotti si presenta al Congresso della DC come l’alfiere dell’accordo di governo con il PCI. Non va disturbato. Non gli va dato dell’amico dei falsari. Tutto ciò non conta. È cancellato. Questa è la... moralizzazione dei comunisti!

Scriveva "L’Espresso" il 30 gennaio '77, quando l’affare dei falsi danni di guerra cominciò a venir fuori: «È la più colossale truffa di regime finora nota». «Impallidiscono, al confronto, lo scandalo Lockheed e quello dei petrolieri, non tanto per la somma in ballo (tra i 40 e 60 miliardi, se tutto fosse andato in porto rapidamente, secondo i desideri dei governi succedutisi tra il '67 e il '74), quanto per le caratteristiche stesse di tutta l’operazione: una truffa invereconda dello Stato ai danni dello Stato stesso. Non siamo infatti di fronte al pagamento di tangenti per ottenere favori legislativi (petrolieri), o per facilitare la vendita di prodotti industriali (Lockheed), ma ad una leggina, la n° 955 del 29.9.67, inventata apposta per costruirvi sopra la truffa. Una truffa che, come emerge in modo inconfutabile dai documenti, è stata se non gestita, certamente seguita in ogni passo da almeno un Presidente del Consiglio (Giulio Andreotti) e due Ministri del Tesoro (Emilio Colombo e Giovanni Malagodi)».

Ora a giudizio, nel silenzio di tutta l’informazione, da quella televisiva alla carta stampata vengono rinviati Gilberto Bernabei, segretario particolare dell’allora Presidente del Consiglio Giulio Andreotti e Dario Crocetta, Capo Gabinetto dell’allora Ministro del Tesoro Emilio Colombo. I Ministri restano fuori. Per un pelo, dice la requisitoria, ma non è detta l’ultima parola. Speriamo, ma restiamo scettici. Soprattutto perché a proteggere Giulio Andreotti è l’ombrello del PCI. Morale. Può meravigliare, alla luce di quanto abbiamo raccontato, l’odierno scandalo ENI? Il personaggio centrale è lo stesso: Giulio Andreotti. Così come nello scandalo Sindona. Lui, sempre lui.

 

3 febbraio 1980

Enrico Mattei si sta avviando, su il settimanale "Gente", alla 80ª puntata della storia del fascismo raccontata da sé medesimo. Il fascismo secondo Mattei, una parentesi tragico-comica; una farsa; una operetta da quattro soldi. Mussolini: un frustrato, un drogato, un testone egocentrico; a non altro intento se non a curare la propria immagine. Questa è la storia che Enrico Mattei (grande giornalista) ci dà del ventennio mussoliniano. Ma se questa è la storia vera del fascismo che diventano personaggi storici come Antonio Gramsci, i fratelli Rosselli, Giovanni Amendola, Gobetti, gli stessi Nenni e Pertini che si sarebbero fatti battere da un paranoico, per sconfiggere il quale, bisognò ricorrere alla strapotenza industriale e militare di tutto il mondo, Stati Uniti in testa? Scrivendo così di... storia non si umilia tutti?

La prosa che riportiamo è tolta da "La Stampa" di Torino. La data: 20 maggio '39. Al di là dei contenuti che possono anche dispiacere (agli antifascisti), gustatene la scioltezza, la facilità con cui i periodi scorrono, l’esatta grammatica, soprattutto la religiosità che la pervade. Essa è stata scritta in occasione della visita di Mussolini al Piemonte, più in particolare ai minatori di Cogne. Ecco il racconto, riportato fedelmente, anche nella punteggiatura, soprattutto nell’uso delle maiuscole. Il titolo dice: «La sesta giornata del Fondatore dell'impero si conclude ad Aosta in un'atmosfera di apoteosi». «Ieri, durante la Sua visita al cantiere della Cogne, nel tumulto festoso delle maestranze che Gli si stringevano intorno, il DUCE notò a un tratto, nel gruppo dei dirigenti, un volto bruno, energicamente squadrato, acceso da due vividi occhi neri. Con la memoria ch’EGLI serba infallibile di uomini e cose, il DUCE riconobbe il dottor Elter e lo salutò cordialmente: "È un pezzo che non ci vediamo, disse, ma staremo insieme domani. Verrò su", e accennò la montagna. Elter, un domenicano della miniera, è il Direttore degli impianti minerari di Cogne. Vive da anni coi suoi uomini, a duemilacinquecento metri e lavora a dare vanghe e aratri ai colonizzatori di Littoria, baionette ai Legionari dell’Impero, motori alle vittorie dell’ala fascista e tricolore. Stamane il DUCE è salito, di buonora, alla miniera di Cogne. Giornata di schiette soddisfazioni per la grande famiglia, che in quelle solitudini montane, nella cerchia dei ghiacciai immani, trascorre con le aquile la sua esistenza di lavoro, e si intana ogni giorno nelle viscere della terra, per addentarne il grembo e strappargli la sua resistenza recondita. Già altra volta, nel ’28, il DUCE era salito lassù. Ora vi tornava. Trovava le stesse accoglienze di allora, ma più gente, più edifici, più gallerie, un sistema rapido di raccordo con le acciaierie, e una produzione moltiplicata, che in pochi mesi supera quella raggiunta, nel passato, in un secolo. Opera degli uomini che lassù eseguono il SUO comandamento; ai quali la SUA visita si annunciava come un premio: il premio di un CAPO a una generazione di costruttori. Dell’ora che il DUCE ha trascorso lassù, resterà vivo su quel monte traforato e tormentato il ricordo infervorante. È stato un incontro appassionato. Al DUCE piacciono, come EGLI stesso disse, "Quelli che lavorano secco, duro, in silenzio". Queste parole andavano ad un uditorio di minatori. La fatica e l’ardimento sono i segni sotto cui si svolge la loro opera, negli oscuri cunicoli sotterranei, tra i pericoli che minacciano con la falda d’acqua che irrompe improvvisa o con la volta che frana. Sono le truppe d’assalto, i reparti arditi della guerra per l’autarchia. Quando EGLI si trova in mezzo a loro, all’Arsa, a Carbonia o, come stamane, a Cogne, un’aura di cameratesca affabilità si sprigiona dal contatto vivificatore, una corrente comunicativa di simpatia si stabilisce. Si intendono senza parlarsi, come gente che hanno qualche cosa in comune, sono d’una stessa razza e d’una stessa fede. «Partito poco dopo le 7 da Aosta, il corteo del DUCE, con il quale si trovavano il Ministro Segretario del Partito, il Ministro Alfieri, il Ministro Thaon di Revel e il Ministro Cobolli-Gigli, lasciata poco oltre il castello della Sarre la vallata della Dora, ma imboccato quella di Cogne, sfiorando schieramenti di forti popolazioni montanare. Gli abitanti di Aimavilla, (per cui è in corso il provvedimento, già approvato dalle Camere, che lo reintegra nella dignità di Comune autonomo) LO hanno accolto con una scritta che diceva: «Grazie, o DUCE, per averci restituito il Comune"». L’articolo prosegue per altre due pagine. Ebbene, contate quante volte l’articolista riesce a nominare il DUCE, il CAPO, e a usare i pronomi SUO, SUA, EGLI, GLI, LO con la lettera maiuscola. Io vi do il risultato finale, cioè comprensivo delle due pagine che per ragioni più di buon gusto che di spazio, non riporto. L’articolista riesce a nominare il DUCE trentaquattro volte; due volte la parola CAPO, e a usare per ben 16 volte i pronomi SUO, SUA, EGLI, GLI, LO con la lettera maiuscola. Il tutto in 130 righe! È un record!

Sapete chi è l’autore? Enrico Mattei. Sì, si tratta proprio di LUI (maiuscolo, proto, mi raccomando!), del «grande giornalista» che, sul calar degli anni, si mise a scrivere la storia del duce con la «d» minuscola. Chiediamo: può un giornalista, sia pure grande, dopo avere scritto tante maiuscole, giudicare il suo tempo in chiave di farsa senza scadere LUI stesso al rango di povero diavolo? Lo chiediamo ai lettori.

 

6 febbraio 1980

La Giunta delle autorizzazioni a procedere del Senato ha proposto all’Assemblea di Palazzo Madama che il senatore del PSI Augusto Talamona non venga processato. Di che si tratta? Di peculato continuato. Di quale vicenda? Quella dell’Italcasse. Il Senatore Talamona e il peculato camminano di pari passo. Dove c’è Talamona, c’è il peculato, e viceversa. L’inizio di tale sposalizio ha un nome magico nella memoria politica degli Italiani. ANAS. Un capolavoro. Le aste dei lavori non furono mai tanto truccate. Tecnica inimitabile! Consulente: Giacomo Mancini.

Talamona Augusto compare anche nello scandalo dei fondi neri della Montedison, fin dai tempi in cui l’ing. Giorgio Valerio era presidente. Nella deposizione dell’ingegnere, si legge: «Ricordo che, dovendo la Montedison ridimensionare alcune fabbriche della Val di Magra (Aulla), dove si producevano sacchi non economici, e dovendo quindi ridurre l’occupazione, per evitare ostacoli, avvicinammo il dott. Talamona de "l’Avanti!", prospettandogli il problema. Questi, nell’ambito del partito pose la questione e si rese conto della esattezza dei nostri rilievi, ma nel contempo ci chiese 150.000.000 per "l’Avanti!"...» Sicché, per tradurre in termini semplici quanto afferma l’ex-presidente della Montedison, le cose sarebbero andate così: la Montedison aveva necessità di licenziare dei lavoratori, e a chi si rivolge per avere aiuto nell’operazione per mandare a casa dei padri di famiglia? Al senatore Augusto Talamona, il quale (udite! udite!) consulta il partito (il PSI!) e riferisce al padrone: «Sta bene. Licenziate pure. Non muoveremo foglia. Però dateci 150 milioni per "l’Avanti!" il giornale dei... lavoratori».

Avevate mai assistito all’episodio di un partito dei lavoratori che prende soldi dal «padrone» per mettere a spasso degli operai? Ora ce lo avete davanti. Questa è l’Italia, nata dall’antifascismo e dalla resistenza! Ma lo sapete come il senatore Talamona si è difeso davanti alla commissione senatoriale? Presto detto: «Io ero un semplice funzionario del PSI. Quando il segretario nazionale, fosse questo Francesco De Martino o Giacomo Mancini, mi ordinavano di andare a prendere i soldi, io ubbidivo. Ed era tanta la mia buona fede che quando il personaggio di turno mi chiedeva se i soldi, per ragioni di prudenza, li volevo in contanti, io replicavo no, e mi davano allora le somme in assegni, che io versavo regolarmente nelle casse del PSI».

Talamona ha aggiunto un’altra cosa. Ha posto una domanda: «E per che cosa credete che il PSI mi abbia fatto senatore?». Perché se restavo a... terra, i processi si sarebbero svolti e come avrebbero potuto restarne fuori Giacomo Mancini e Francesco De Martino?

"la Repubblica" (30.1.80) ci fa sapere che Leo Valiani, recentemente nominato senatore a vita da Pertini, ha aderito al PRI. Il quotidiano di Eugenio Scalfari ci racconta che «la decisione e stata comunicata dallo stesso Valiani al segretario nazionale del PRI senatore Giovanni Spadolini, col quale si è incontrato a lungo nella mattinata di ieri». Chissà se avranno ricordato tempi passati ('44), quando Spadolini, dalle colonne di "Italia e Civiltà", tacciava di «straccioni» tutti quelli che, come Leo Valiani, combattevano nelle file della Resistenza!

In località Mammola (Reggio Calabria) è stato scoperto dai carabinieri un cimitero di rapiti e di rapinatori uccisi da una banda per la spartizione del bottino. Particolare interessante: il capo della banda, Isidoro Macrì, ritenuto responsabile di sette omicidi, è stato consigliere comunale del Comune di Mammola. Macrì, eletto nelle liste del PCI, è stato capogruppo del suo partito. Della notizia invano troverete traccia nei notiziari della RAI-TV. Il silenzio, in questi casi, è d’obbligo.

"l’Unità" (29.1.80) ci annuncia la scomparsa del compagno senatore Paolo Fortunati. Nelle note commemorative è detto che «alla fine del '41 Paolo Fortunati si era incontrato col PCI», che era stato combattente nella Resistenza e arrestato il 20.10.44 «mentre si svolgeva la battaglia per l’Università». Spiace polemizzare su persona scomparsa e non l’avremmo fatto se "l’Unità" non avesse passato il segno della decenza nel raccontare bugie. Verissimo che il Fortunati, è senatore della Repubblica dal '48 al '68 per conto del PCI, ma è pur vero che lo stesso Fortunati, durante il ventennio mussoliniano, è centurione della Milizia e che nel '43 viene proposto alla nomina di seniore «per provata fede fascista», promozione che non ha seguito a causa del 25 luglio. C’è di più. La sua nomina a titolare della cattedra di Statistica dell’Università di Bologna avviene nel '40 ed è motivata «per preclare benemerenze fasciste». Tanto è vero che il Fortunati, nell’Ateneo bolognese, oltre statistica, insegna anche cultura militare (fascista). E del suo arresto? Davvero glorioso? Davvero drammatico? il professor Fortunati, che alloggiava nella foresteria dell’Università, in occasione di un rastrellamento compiuto nella sede dell’Università, venne fermato. È vero. Ma è altrettanto vero che si trattò di un fermo momentaneo. Il Fortunati venne subito liberato per l’intervento del tenente colonnello Continella e in seguito a dichiarazione firmata da due ufficiali della Milizia i quali, sotto la loro personale responsabilità, dichiaravano di garantire la sicura fede fascista del professore. È tutto. Questa è la verità. Non quella che ci racconta "l’Unità".

 

16 febbraio 1980

Posso sbagliare, ma mi sa che sia vicino il definitivo tramonto politico dell’on. Giacomo Mancini. Voci attendibili lo danno in trasferimento, con tutta la famiglia, nelle Americhe. Vero o no, vale la pena ripercorrere, a grandi linee, la «carriera» di questo personaggio perché niente, meglio dei suoi comportamenti, ci aiuta a capire i caratteri della presente vita politica italiana in cui, massacrato lo Stato, sono tornati, come ai tempi del Rinascimento, a vivere e a contare gli individui dotati di spade e di veleno.

Ricordate il '68 elettorale? Maggio '68: socialisti e socialdemocratici, uniti nel PSU, affrontano le elezioni politiche. Giacomo Mancini, dall’agosto '64 uomo di governo, si presenta al corpo elettorale nella sua qualità di ministro dei Lavori Pubblici. Qual è la sua posizione nel firmamento politico? Ce lo spiega "l’Unità", commentando i risultati elettorali in Calabria. In un articolo del 17 luglio '68, dal titolo «Processo al potere feudale», "l’Unità" scrive che «Mancini rappresenta nel PSU la linea socialdemocratica», la «Struttura feudale che, al posto delle idee, dei programmi, dei convincimenti, fa trionfare il clientelismo, l’affarismo, la corruzione». «Il PSI in Calabria: una azienda personale di Giacomo Mancini, un personaggio potente e prepotente». Non basta. "l’Unità" chiede un’inchiesta per sapere dove il ministro dei LL.PP. abbia trovato oltre un miliardo di lire, grazie al quale ha pagato il fiume dei manifesti personali, di volantini, di schede, di patacche, di dischi, di mangiadischi, di altoparlanti; tutte cose che hanno reso la Calabria un enorme baraccone pubblicitario al servizio di «questo notabile» che ha raccolto, fra tanta miseria, 109 mila voti di preferenza. Chi ha pagato, incalza "l’Unità"? E il giornale comunista non lascia senza risposta l’interrogativo. Hanno pagato i cementieri, le grosse imprese edili, i monopoli del Nord, «tutta quella solida rete di interessi che nei cinque anni di ministero Mancini ha fatto buona pesca nel Sud...».

Questo è Mancini descritto da "l’Unità" nel luglio '68: un socialdemocratico reazionario, a servizio del capitalismo più retrivo. Un ministro sotto accusa per malversazione del denaro pubblico. Non meravigli quando affermiamo che è da quelle vicende che prende corpo la scissione fra socialisti e socialdemocratici avvenuta il 4 luglio '69. A capitanarla è Giacomo Mancini tra la fine e il principio di maggio del '69. Due sentimenti lo animano quando decide di passare all’azione: la bramosia di potere, innanzi tutto, e l’impellente necessità di ottenere dal PCI la protezione e il silenzio sulle sue vicende... morali, condizione questa essenziale per dare la scalata al vertice del PSI. E quale è la contropartita che il PCI può chiedere per il silenzio? Semplice: che Mancini si faccia, all’interno del PSU, portatore di una politica di apertura al PCI. E Mancini questo fa.

Ed è tale la grossolanità della «manovra» che su "La Nazione" del 18.5.69, Enrico Mattei scriverà: «I contrasti che travagliano, anzi straziano il PSU sono, dobbiamo ammetterlo di difficile decifrazione. Gioca in essi evidentemente la scatenata ambizione di un uomo, il ministro dei LL.PP. Mancini, il cui temperamento spregiudicato si è rivelato quello di un vero gangster della politica». Gangster della politica. Nello spazio di pochi mesi, Giacomo Mancini passa da posizioni socialdemocratiche a sostenitore dell’apertura al PCI. Ed è altrettanto vero che il PCI, in pochi mesi, passa dall’accusa nei suoi riguardi di ladro e di corruttore, al di lui più spericolato elogio.

Questo è Giacomo Mancini, questo è il PCI, o meglio questi sono i caratteri della presente vita politica italiana. Quando un uomo politico ha da nascondere qualcosa (e vuole fare carriera) si sposta sotto l’ombrello comunista. Con ciò copre... tutto, sistema tutto. Può fare la vita da miliardario, può rubare, può tiranneggiare. È amico del PCI: ciò basta perché sia amico del... popolo. Così è stato per Giacomo Mancini, un personaggio di modeste capacità, che non sa scrivere un articolo, né pronunciare un discorso se non interviene l’aulico ispiratore Antonio Landolfi; ma, al tempo stesso un personaggio che, ahimè, ha intriso di sé, e non certo positivamente, le vicende balcaniche della politica italiana.

Scrive di lui il "Corriere della Sera" (20.11.73) sotto il titolo: «Il barone dimezzato in Calabria»: «Nel PSI di Cosenza sono parecchi che si ritengono scampati ai killers politici di Giacomo Mancini. Dice un esponente socialista: io stesso mi domando come ho fatto a sopravvivere! Un altro: guai ad essere contro Mancini: lui e il suo gruppo pestilenziale ti riducono al midollo. I demartiniani hanno addirittura scritto che i manciniani sono specializzati nella menzogna. E un demartiniano di grido aggiunge: Mancini parla così perché è in difficoltà. Ha vissuto tanti anni mandando il galoppino di turno a darti la sciabolata nella schiena, e mo’, grazie a Dio, mo’ è finita».

È finita sul serio? Aste truccate dell’ANAS; l’accusa di collusione con la mafia, addirittura con «Cosa Nostra» ("Panorama", 12.6.69, pagina 30); la rovente polemica con il compagno professore Paolo Sylos Labini dell’Università di Cosenza per una cattedra mancata all’avv. Luigi Gullo, suo difensore di fiducia e, nel contempo, di «don» Momo Piromalli, capo mafia di rispetto; la altrettanto rovente polemica contro il magistrato Mariano Lombardi, pubblico ministero nel processo di Catanzaro, accusato da Mancini di infierire contro «democratici» come il generale Gian Adelio Maletti e il capitano Antonio La Bruna; i finanziamenti, prima a "Lotta Continua", poi all’area dell’autonomia; il definire il giudice Calogero «pazzo furioso», e l’incriminazione del prof. Negri una «scelta vigliacca»; la sua vicenda nella Commissione Moro...

«Mo’, è dunque finita?». Riteniamo di sì . A confermarlo, come dicevamo all’inizio, il proposito di lasciare l’Italia... A pensarci bene il destino di Giacomo Mancini si compie per avere chiesto troppo a sé stesso e alle condizioni politiche che si vivevano. Scosso da una ambizione terribile, Giacomo Mancini ha sempre giocato al rialzo, via via che le carte che aveva in mano perdevano di significato. Ed ora che quelle carte le vanno a vedere tutti, compreso il suo partito, Giacomo Mancini non sa più a che cosa aggrapparsi. È triste restare soli. Specie quando si è stati Califfi. In una selva di cortigiani.

 

21 marzo 1980

A ricordarci che fra gli amici della «cosca Caltagirone» c’è anche il PCI ci pensa Antonello Trombadori che su la "Repubblica" (7.3.80), con aria addolorata (lui stesso si trova in mezzo agli assegni di Caltagirone), ci canta le lodi del comandante partigiano Alfio Marchini, arrestato con la retata dei «49». Però tace su un particolare, e cioè che Alfio Marchini è colui che accese la miccia in Via Rasella provocando, insieme a Calamandrei e Bentivegna, il massacro dei soldati tedeschi che, a sua volta, determinò il massacro delle Fosse Ardeatine.

In "Due anni di storia" (volume II, pagina 534) di Attilio Tamaro è scritto: «Fu calcolato cronometricamente il tempo che la colonna degli altoatesini impiegava per raggiungere un determinato punto (presso il Palazzo Tittoni) e lo studente Rosario Bentivegna che, vestito da spazzino insieme ad Alfio Marchini, stava presso un carro di immondizie carico di esplosivo, quando Franco Calamandrei gli fece il segnale togliendosi il cappello, accese la miccia e fuggì. L effetto fu terribile: 32 soldati e alcuni civili, tra cui un bimbo, giacevano morti e un gran numero di feriti vicino ad essi».

Anche il «papà» dello scandalo, il maestro elementare di Lodi Giuseppe Arcaini, salito ai fastigi bancari dell’Italcasse e oggi defunto, è stato comandante partigiano. Lo stesso può dirsi di un altro «ladrone», oggi latitante, il senatore Graziano Verzotto. È proprio vero: le storie si ripetono. Tutti cominciano da «partigiano». Poi vengono ricercati. Non dai tedeschi, ma dai carabinieri.

Abbiamo scritto che anche l’ex-camerata oggi comunista, ieri comandante partigiano Antonello Trombadori, risulta titolare di un assegno di 150 milioni a firma Caltagirone. Si tratta, ha dichiarato Trombadori, di una mediazione per l’acquisto di quadri di autore, genere, come si sa, di largo consumo da parte degli sfruttati e dei lavoratori. E va bene. Una curiosità: ma almeno su quei 150 milioni il proletario Antonello le tasse le ha pagate? Vuoi scommettere che è un evasore?

Nella vicenda dell’Italcasse un altro patriota: il presidente della Federconsorzi Paolo Bonomi, colui che per l’attentato di Via Rasella, fornì a Bentivegna, Calamandrei e Marchini l’esplosivo.

Infatti all’Italcasse, imperante il comandante partigiano Arcaini, vengono depositati dalla moglie di Bonomi i risparmi del marito. «I risparmi di una vita spesa per la DC», spiegherà. Un miliardo tondo. Un’operazione, spiegano i tecnici bancari, del tutto irregolare perché l’Italcasse non è abilitata dalla legge a ricevere fondi di privati. Per la famiglia Bonomi, una famiglia «patriota», però l’operazione è redditizia: dopo tre anni, quando va a ritirare il suo miliardo, c’è una sorpresa. Trova che, grazie agli interessi, il suo miliardo e diventato un miliardo e mezzo. Buon appetito! Questi patrioti! Dalla vecchia esperienza di comandanti partigiani portano con sé il gusto dell’avventura e delle operazioni spericolate. Non ne possono fare a meno. Vanno capiti.

Su "l’Unità" (15.3.80) Fortebraccio, sotto il titolo: «Vivissimi applausi a sinistra», tesse gli elogi di Riccardo Lombardi. «Oggi siamo qui», scrive, «a battergli le mani con entusiasmo. Non crediamo che l’on. Lombardi, pur così diverso nel temperamento da Pertini, sia della stessa razza». Ora si dà il caso che anche questo applaudito «santone» sia pesantemente coinvolto nello scandalo delle tangenti. Non di quelle dell’Italcasse, ma di quelle dei petrolieri. Infatti risulta percettore diretto di una bella manciata di milioni che i petrolieri, via Enel, distribuirono perché la classe politica imponesse la costruzione di centrali termoelettriche funzionanti a petrolio. Ed il bello è che il «santone» Riccardo Lombardi versa i milioni dei petrolieri sul conto corrente bancario della moglie. E fu proprio Sandro Pertini a commentare la sconcezza di tutta la operazione in una intervista alla "Domenica del Corriere". «È evidente», disse, «che se questi giannizzeri (sic!) si sono voluti coprire sotto le gonnelle della moglie, la coscienza pulita non ce l’hanno». Scrive Fortebraccio: «È qui, è soprattutto a questo punto che i nostri applausi a Riccardo Lombardi si fanno addirittura No, Fortebraccio, non gli applausi, ma le pernacchie. Valanghe, ce ne vogliono!

 

11 aprile 1980

Scrive il "Corriere della Sera" che nel 2° Governo Cossiga il senatore Andreatta, con l’incarico speciale di supervisore economico, sarà un super consigliere del presidente del Consiglio.

È giusto. Pertini aveva chiesto a Cossiga che la scelta dei ministri cadesse su persone «oneste e competenti». Lo hanno subito accontentato. Infatti Andreatta, super consigliere, è sotto giudizio per peculato continuato aggravato per avere concesso, quale amministratore dell’IMI, mille miliardi alla SIR di Rovelli. Sicché nel momento in cui il giudice del processo SIR chiede il ritiro dei passaporti per Baffi, Ventriglia, Ossola, Cappon, Corrias, e non può farlo per Andreatta perché è ancora in attesa che il Senato conceda l’autorizzazione a procedere, il Governo italiano, tiene a caratterizzarsi con il superincarico dato ad Andreatta. Di bene in meglio.

Nella vita... economica di Nino Andreatta c’è di peggio. Insieme all’avvocato Pasquale Chiomenti, personaggio di Agnelli, e a Bruno Pagan, direttore di "Mondo Economico", Nino Andreatta consentì al noto filibustiere della finanza internazionale Bernard Cornfeld, poi finito in galera in Svizzera, di mettere piede con la Fideuram (fondi di investimento) in Italia. E quando il castello finanziario di Cornfeld va all’aria, Andreatta riesce a far salvare la parte italiana all’IMI, a suon di miliardi. Nessuno, nemmeno il giudice Alibrandi, ha rilevato che nel momento in cui l’IMI interveniva a salvare i risparmiatori italiani caduti nell’imbroglio, Andreatta è, in contemporanea, amministratore della Fideuram e dell’IMI. Materia da codice penale. Te lo fanno superconsigliere del governo! Se ci pensate, dati i tempi, è giusto.

Il senatore Salvatore Formica, matricola del Governo Cossiga, va ai Trasporti. Qualche mese fa si è reso protagonista nella vicenda delle tangenti ENI. Ecco un suo conclusivo giudizio su quell’episodio: «La vicenda ENI deve chiudersi presto, con un provvedimento del governo che rimuova il professor Mazzanti uscito dall’indagine della Commissione bilancio della Camera con le ossa rotte. Vani sono stati i tentativi degli onorevoli Bassanini e La Loggia di tradurre in una relazione politica le tesi dei professori Guarino e Nicolò, avvocati di Mazzanti. Lo scandalo della Sophilau che viene sciolta e costringe i mediatori ad abbandonare per strada un malloppo di tre milioni di dollari, costituisce il più grande imbroglio organizzato dall’onorevole Andreotti e soci. Adesso l’autorità giudiziaria e la Commissione parlamentare inquirente, dovranno accertare le responsabilità penali dei singoli e fare giustizia sul castello di menzogne e di illazioni che sono state costruite, con la compiacenza della stampa di regime per coprire il colossale affare».

Parla un neo-ministro della Repubblica italiana, non l’ultimo venuto. Chiede che Andreotti e soci siano messi sotto processo. Rinnoverà l’accusa ora che è in poltrona? O se ne dimenticherà? Comunque ci saremo noi a ricordargli che deve tenere fede a quello che ha detto.

Il commercio con l’estero è andato al socialista Enrico Manca. Il "Corriere della Sera" scrive che Manca è stato uno dei protagonisti della battaglia politica e parlamentare per la riforma della RAI-TV. Non ci sono dubbi. Infatti l’unica... riforma che Manca lascia alla TV, di cui era dipendente prima di darsi alla politica, è la straordinaria e disinvolta carriera che ha fatto avanzando negli organigrammi dell’azienda televisiva a velocità supersonica. Nemmeno la moglie del Presidente della Repubblica ha fatto una carriera simile alla Cassa del Mezzogiorno. Peccato. Di Manca, come professionista televisivo, non è rimasto nulla. Solo la sua carriera. Non c’è dubbio: ha la stoffa per essere ministro di questa Repubblica!

Aniasi, ministro della Sanità, rappresenterà nel Governo la sinistra del PSI. Lo ha deciso (mi raccomando, toccatevi i c...!) Riccardo Lombardi. Il repubblicano onorevole Antonio Del Pennino su "L’Europeo" di tanti anni fa (26.7.73) scriveva: «Altro esempio di malcostume sono le cooperative, nuovo strumento della speculazione edilizia qui a Milano, dove sono state assegnate alle Case popolari aree per la costruzione di 3000 alloggi, mentre aree per costruirne 4000 sono state date alle Cooperative che fabbricano appartamenti di lusso. Ma la cosa più grave è che alcuni consorzi di Cooperative, cui le aree sono state assegnate, avevano come presidenti o consiglieri degli assessori del Comune di Milano». Del Pennino ha ragione. Infatti la cooperativa Piemonte, costituita il 19.10.54, vede amministratore Aldo Aniasi, allora sindaco di Milano. In via Quadronno 24, la cooperativa Piemonte costruisce uno stabile di otto piani, composto da appartamenti di lusso. In uno di questi abita Aldo Aniasi, oggi ministro della Repubblica.

Qualche anno fa, "il Settimanale" (15.3.75), sotto il titolo: «Pronto? Parla la mafia. E il PSI dall’altro capo del filo», riportò una conversazione telefonica fra Italo Jalongo, consulente fiscale del mafioso Frank Coppola, e un dirigente del PSI. Ripetutamente, in quella conversazione, correva il nome di Aldo Aniasi. Il neo ministro fece sapere di avere querelato il settimanale. Si può sapere come è andata a finire?

Il Ministero più desiderato, fra quelli andati al PSI è le Partecipazioni statali. È andato al veneto onorevole Gianni De Michelis. La notizia più interessante, che lo riguarda, viene da... Catanzaro. Infatti Giovanni Ventura, poi condannato per la strage di Piazza Fontana, nell’esibire i suoi amici «socialisti», alcuni dei quali condannati insieme a lui, cita anche Gianni De Michelis. (Vedi verbale dell’udienza del 18.2.77, interrogatorio dell’imputato Marchesin Giancarlo, segretario del PSI di Castelfranco Veneto). Nulla di male. Sono cose che capitano.

Dal governo a Luigi Longo presidente del PCI. Ha compiuto 80 anni. Il Capo dello Stato ha telegrafato «ricordando le battaglie combattute per la libertà e la democrazia». Anche quando, per obbedienza a Stalin e alle sue direttive di politica internazionale, Luigi Longo massacrava, con l’ausilio della polizia segreta comunista, trotzkisti, sindacalisti e anarchici che a Barcellona, in nome del popolo, avevano preso il potere? Nella "Storia del PCI" di Giorgio Galli (pagina 33) è scritto: «Dopo avere distrutto il "nido delle vipere" a Barcellona, i dirigenti comunisti, ossessionati dal sospetto, danno il via all’epurazione nelle stesse file delle Brigate Internazionali. Longo, Marty, Dahlem, personalmente dirigono l’azione epuratrice, procedono agli interrogatori, comminano le condanne a morte. Basta un leggero sospetto, basta aver mosso obiezioni contro i processi di Mosca, all’epurazione in corso nell’URSS, allo sterminio dei poumisti e degli anarchici, perché fulminea s’abbatta sull’incauto la mano spietata della polizia militare comunista. Ogni logica umana sembra venir meno». Fu una carneficina. Fra gli assassinati: l’anarchico-poeta Camillo Bernieri. Negli ottanta anni di Luigi Longo c’è anche questo. Ma il Presidente della Repubblica non potrebbe stare un po’ più attento quando invia telegrammi?
 

5 maggio 1980

È il 14 agosto 1942. Le Armate dell'Asse dilagano nel Caucaso e in Africa. Sul settimanale di Cuneo, "La Provincía grande", compare un articolo dal titolo:

"Documenti dell'odio giudaico: i protocolli dei Savi anziani di Sion". Eccone alcuni stralci:

«Il sovvertimento mondiale attuato dagli ebrei, prima con le istituzioni liberali, poi con il collettivismo ha ricevuto un colpo tremendo dal sorgere dei movimento fascista che ha denunciato la inconsistenza pratica della parola libertà in campo politico dove gli uomini sono in tal modo costruiti da trasformare la libertà loro accordata in anarchia. Una rabbia immensa deve avere riempito il cuore degli anziani di Sion, nel sentire dei non ebrei dire che il comunismo è una utopia irraggiungibile e che le sue applicazioni pratiche sono costruzioni meccaniche e crudeli dove milioni di schiavi lavorano per una minoranza. L'odio di chi vede svelati i suoi piani è enorme, l'odio di chi vede rovinare i propri piani è tremendo. Questo odio degli ebrei contro li Fascismo (la maiuscola è dell'autore dell'articolo, N.d.R.) è la causa prima della guerra attuale. La vittoria degli avversari solo in apparenza, infatti, sarebbe una vittoria degli anglosassoni e della Russia: in realtà sarebbe una vittoria degli ebrei. A quale ariano, fascista o non fascista, può sorridere l'idea di dovere in un tempo non lontano essere schiavo degli ebrei? Da ciò la necessità ineluttabile di questa guerra, intesa come una ribellione dell'Europa ariana al tentativo ebraico di porla in stato di schiavitù».

Chi è l'autore di questa nota? Provate ad indovinare. È il giornalista più coccolato della sinistra radical-chic. È il giornalista più intervistato d'Italia. È il giornalista, senza il quale, la Televisione non dà avvio a dibattiti sulla libertà, l'antifascismo, il terrorismo.

Si chiama Giorgio Bocca. È stato comandante partigiano della Decima Divisione Giustizia e Libertà, vice commissario politico nel cuneese. Lo ricordano spietato, crudele. La cosa non sorprende: la necessità di dover far dimenticare il suo passato «in camicia nera», quando la sorte delle armi cambiò in sfavore dell'Asse, lo portava ad essere feroce. I voltagabbana si caratterizzano sempre così.

 

8 maggio 1980

Novembre 1952. È annunciato a Pisa un comizio di Augusto De Marsanich, allora Segretario nazionale del MSI. Sono i tempi in cui il PCI dà dell'«assassino» al maresciallo Tito. La Federazione giovanile del PCI affigge sui muri il manifesto che segue e di cui conservo l'originale.

«a TITO la tessera del MSI
se la merita

• perchè lo sciovinismo e l'odio per gli altri popoli stanno alla base della sua storia;
• perchè, al pari dei missini che plaudirono agli «spostamenti di truppe» sul confine jugoslavo decisi dal Governo Pella, pensa, come tutti i tromboni sfiatati di poter risolvere le controversie internazionali con la forza e la violenza: e per questo mobilita l'esercito e minaccia la guerra;
• perchè, quello che ieri facevano i fascisti alle popolazioni dell'Istria, Tito lo fa oggi, opprimendo le stesse popolazioni con il terrorismo del suo regime;
• perchè nell'accampare diritti sulla Zona A si rende ridicolo, come si resero ridicoli i fascisti che volevano fare di Lubiana una città italiana, e annessero la Dalmazia definita italiana perchè ancora vi si trovano i ruderi della "Roma imperiale";
• perchè Trieste è per Tito un pretesto per guadagnarsi i galloni di primo servitore atlantico, tate e quale come De Marsanich, il quale ha detto che gli americani non possono scontentare l'Italia per accontentare le pretese di una Jugoslavia che non ha alcuna possibilità di iniziativa militare;
• perchè Tito, come Mussolini, è un istrione;
• perchè Tito, come Mussolini, tradisce il popolo e le sue aspirazioni di progresso;
• perchè Tito, come De Marsanich, è un fascista».
Confrontate quello che il PCI di Tito diceva e scriveva nel 1952 e quello che dice e scrive oggi. Poi diteci da che parte stanno i buffoni, gli istrioni, i traditori (di professione).


Le autorità di Milano hanno accolto il 25 aprile Sandro Pertini con un palco allestito a forma di un distributore di benzina.
L'allusione è scoperta: quel palco deve ricordare il massacro di Piazzale Loreto.
Che pessimo servizio al Presidente della Repubblica!
La civiltà comincia con il rispetto dei morti. Questa è barbarie. E poi i sociologi si domandano da dove spuntano i mostri che, a venti anni, in nome del comunismo, massacrano i propri simili!

Sul palco. insieme con il Presidente della Repubblica. Amerigo Boldrini, Presidente nazionale dei partigiani. Ha parlato della resistenza, della libertà, della pace. "l'Unità" ci informa che, mentre parlava Boldrini, i giovani della Federazione giovanile comunista scandivano lo slogan: «Carter boia!».
25 aprile 1945: dove sarebbero finiti i partigiani, trentacinque anni fa, se le fortezze volanti, i carri armati, le armi degli Stati Uniti d'America non fossero intervenuti? Sarebbero esistiti?
Nessuno meglio di Amerigo Boldrini potrebbe rispondere all'interrogativo. Infatti il primo partigiano d'Italia, prima dell'intervento americano, vestiva la camicia nera. Con il grado di centurione della MVSM (Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale). Al servizio di Benito Mussolini.

Venticinque aprile 1945 - 25 aprile 1980. Sono passali trentacinque anni. Sulla rivista "Tempi Nuovi", diretta da Alberto Moravia, trovo questa «ninna nanna partigiana»:
«Partigiani della menopausa della Storia, / partigiani, dove siete oggi? / Con chi siete oggi? / Vi vedo alle commemorazioni ufficiali, / doppio petto, guancia flaccida e / «pur bisogna andar». / Ma dove? / A conquistare la nostra Citroen / dove vagisce l'ultimo nato / della società del benessere... / Dentro i mezzi da combattimento / dai nomi quieti come Fiat, Alfa, Simca 1000. / Mirate bene, Partigiani! / Sparate a zero! Attaccate l'ultimo semaforo. / Oggi il guidatore ha una dimensione ideologica. / Tacete. Il pedone vi ascolta. Lo vedete? / Occhio alla striscia. E l'uomo della rivoluzione piegata!».

È il 14 agosto 1942. Le armate dell'Asse dilagano nel Caucaso e in Africa. Sul settimanale di Cuneo, "la Provincia grande", compare un articolo dal titolo: «Documenti dell'odio giudaico: i protocolli dei Savi anziani di Sion».
Eccone alcuni stralci: «Il sovvertimento mondiale attuato dagli ebrei, prima con le istituzioni liberali, poi con il collettivismo ha ricevuto un colpo tremendo dal sorgere del movimento fascista che ha denunciato la inconsistenza pratica della parola libertà in campo politico dove gli uomini sono in tal modo costruiti da trasformare la libertà loro accordata in anarchia. Una rabbia immensa deve avere riempito il cuore degli anziani di Sion, nel sentire dei non ebrei dire che il comunismo è una utopia irraggiungibile e che le sue applicazioni pratiche sono costruzioni meccaniche e crudeli dove milioni di schiavi lavorano per una minoranza. L'odio di chi vede svelati i suoi piani è enorme, l'odio di chi vede rovinare i propri piani è tremendo. Questo odio degli ebrei contro il Fascismo (la maiuscola è dell'autore dell'articolo - N.d.R.) è la causa prima della guerra attuale. La vittoria degli avversari solo in apparenza, infatti, sarebbe una vittoria degli anglosassoni e della Russia: in realtà sarebbe una vittoria degli ebrei.
A quale ariano, fascista o non fascista, può sorridere l'idea di dovere in un tempo non lontano essere schiavo degli ebrei?
Da ciò la necessità ineluttabile di questa guerra, intesa come una ribellione dell'Europa ariana al tentativo ebraico di porla in stato di servitù».
Chi è l'autore di questa nota? Provate ad indovinare. È il giornalista più coccolato della sinistra radicai-chic. È il giornalista più intervistato d'Italia. È il giornalista, senza il quale, la Televisione non dà avvio a dibattiti sulla libertà, l'antifascismo, il terrorismo.
SI chiama Giorgio Bocca. È stato comandante partigiano della "Decima Divisione Giustizia e Libertà", vice commissario politico nel cuneese. Lo ricordano spietato, crudele. La cosa non sorprende: la necessità di dover far dimenticare il suo passato «in camicia nera», quando la sorte delle armi cambiò in sfavore dell'Asse, lo portava ad essere feroce. I voltagabbana si caratterizzano sempre così.
 

14 maggio 1980

È in corso una polemica, strumentale come al solito, fra PCI e DC su chi ha le mani più pulite. Pare dalla fiacchezza delle argomentazioni e dalla vetustà delle reciproche accuse, più che una polemica politica, una gara pubblicitaria sul tipo: «La mia camicia e più bianca».
Comunque, quello che interessa sottolineare è che questo «scontro» è fasullo; è un inganno per la pubblica opinione, perchè DC e PCI gli «affari» li hanno sempre fatti insieme, sporcandosi vicendevolmente la camicia.
Prove? Si prenda la Società Rest-Ital che, costituita nel febbraio 1966, ha visto i suoi giorni di... gloria nell'aprile 1976 quando polemiche giornalistiche la portarono all'attenzione del mondo politico italiano.
Intatti, nell'aprile 1976 fu chiesto al Ministro delle Partecipazioni Statali, l'eterno Bisaglia (5° governo Moro), se era al corrente del fatto che tutte le Aziende di Stato avevano avuto un vincolo in rappresentanza esclusiva con la Rest-Ital (che in quel momento si metteva precipitosamente in liquidazione) e per essa il geometra Ezio Gemma, cui venne riconosciuta una provvigione del 6% su tutte le commesse conseguite in Unione Sovietica. Cifre dell'ordine di miliardi che, attraverso le aziende a partecipazione statale, erano finite nelle casse del PCI.

Ma come è possibile? Il governo DC che finanzia il PCI? /' Perchè tanta meraviglia? Quando nel 1954 scoppiò lo scandalo INGIC che cosa venne dimostrato se non che l'Istituto Nazionale Imposte di Consumo (INGIC), gestito dai democristiani, faceva affari d'oro con i comuni amministrati dal PCI e dal PSI, dando a sindaci, amministratori, funzionari di partito, buste (ho scritto buste, e se hanno fegato perchè non provano a contraddirmi?) consistenti?
Allora, democristiani e comunisti andarono in galera. Insieme. La Toscana «rossa» rischiò di rimanere senza amministratori.
Poi si misero d'accordo. E. in fretta e furia, democristiani e comunisti, fecero votare dal Parlamento una leggina che ridonava la libertà ai peculatori.
1954-1980. Come vedete nulla è mutato. Ladri ventisei anni fa. Ladri oggi. Insieme.

Ora fanno finta di litigare per prendersi i voti. È una tattica trentennale. Resta una truffa bella e buona.
I comunisti stendono la propria biancheria dell'Emilia Romagna. Ecco, dicono, vedete come è bianca! Sono i comuni meglio amministrati d'Italia!
Altra falsità. Lasciamo da parte le ruberie palesi (vedi la vicenda del Parco Talon nel comune rosso di Casalecchio di Reno). Lasciamo da parte le statistiche odierne perchè non dicono più nulla, in quanto gli Enti locati, perdendo ogni autonomia, altro non sono diventati che dei mantenuti dalla finanza dello Stato, Andiamo ai dati dell'indebitamento quando ancora i comuni una loro autonomia contabile l'avevano. E allora si vedrà che i comuni dell'Emilia Romagna e della Toscana (rosse) erano quelli che avevano i «buchi» più vistosi.
L'Emilia Romagna presentava l'88,5% degli Enti locali in deficit, la Toscana addirittura il 91,2%.
Non solo, ma la Cassa Depositi e Prestiti, gestita dalla DC, concedeva agli Enti locali dell'Emilia Romagna e della Toscana, indebitatissimi e «rossi», prestiti in misura nettamente superiore alle altre Regioni italiane. Nel 1974, tanto per citare un solo esempio, i cittadini emiliani vengono ad usufruire di ben 21.182 lire di mutui pro-capite, mentre i cittadini (poverissimi!) della Sardegna e del Molise ne hanno, rispettivamente, 15.412 e 19.064. Questa è la politica... meridionalistica, della DC!.
E tutto questo a favore di una Regione come l'Emilia Romagna che è la prima Regione agricola d'Italia, la 3ª nello sviluppo industriale, la seconda in quello terziario!
Anche qui: la DC aiuta i «rossi» a farsi propaganda. Con i soldi del contribuente italiano!

Nel 1976 la Società "Standa" distribuisce buste per ottenere dagli amministratori comunali i permessi per l'apertura di Supermarket. La piazza prediletta è Milano. Prendono soldi: il Segretario regionale del PSI Carlo Polli; il Segretario regionale della DC Alberto Galli; l'onorevole Oscar Mammì del PRI; Angelo Capone del PSDI; il Segretario amministrativo del PCI di Milano, Vladimiro Monti. Ci sono tutti. Scrive "la Stampa" di Torino (1.4.76): «Il segretario del PSI ha dichiarato di avere fatto da tramite tra Ialongo e il presidente della Standa, il partigiano Gino Sferza. Fu lui infatti a presentare a Sferza il «consulente» Italo Ialongo (ora rinchiuso nella rocca di Spoleto) su sollecitazione dell'avvocato Giuliano Vassalli».
Benone! E chi è Italo Ialongo? Ma non è il consulente del mafioso Frank Coppola, «tre dita»?
E il presentatore? Ma è Giuliano Vassalli, eroe della resistenza, difensore di Lefebvre, che diamine!
Ma. per caso, non è colui che i socialisti volevano al Quirinale? Si è proprio lui!

La camera dei Deputati, da mesi, ha deciso e approvato la nomina di una Commissione di Inchiesta sul caso Sindona. La proposta di legge, per la definitiva approvazione, è passata al Senato. E si è... arenata. Perchè?
Perchè, fra l'approvazione della proposta da parte della Camera e il suo invio al Senato, è accaduto un fatto nuovo, e cioè che Giulio Andreotti, al congresso della DC, si è pronunciato per l'ingresso del PCI al governo. E dato che l'inchiesta su Sindona significa mettere sotto accusa Giulio Andreotti, ecco che il PCI mette il bastone fra le ruote dell'inchiesta.
Mani pulite? Decidete voi, cari lettori.

Ma nella vicenda Sindona il PCI rischia in prima persona. Infatti, e la denuncia è partita da noi e non siamo mai stati smentiti, nei consigli di amministrazione delle banche di Sindona, figurano personaggi di primo piano del mondo politico del PCI. Primo fra tutti l'avvocato Calogero Cipolla, già presidente del consiglio di amministrazione del giornale comunista "l'Ora" di Palermo, fratello del senatore del PCI Niccolò Cipolla. Mani pulite? Decidete voi, cari lettori.

Un esempio di sana amministrazione del PCI. Amministrazione provinciale di Modena: Istituto provinciale per l'infanzia. Per l'assistenza (agosto 1975) di tre (letteralmente tre) bambini, spende 127 milioni di lire, di cui 16 milioni per il vitto (davvero famelici questi tre bambini!) e 64 milioni per retribuzioni al personale addetto, composto da ben 19 persone, cioè sei per bambino!
Mani pulite? Decidete voi, cari lettori.
 

16 maggio 1980

Rivolta per l'acqua in Sicilia. «Tutta colpa del governo trentennale della DC padrona del Mezzogiorno».
Non contestiamo questa accusa, aggiungiamo qualcosa di più.
Si tratta delle «mani pulite» del PCI e del PSI. Infatti a Patagonia, dove la rivolta ha assunto toni violenti, regnava, fino a poco tempo fa, un deputato regionale e nazionale con tanto di tessera del PSI: Savino Fagone. Per anni è stato sindaco di Patagonia.
Ora è latitante: per truffa, bancarotta, peculato.
Ma, fra le varie attività... imprenditoriali che il socialista Fagone svolgeva, e per cui quando si dette alla politica (nel partito giusto), divenne miliardario, cosa c'era?
L'Industria dell'acqua. Lui, socialista e amico dei contadini, trivellava pozzi e, trovata l'acqua, la vendeva ai lavoratori della terra. Fra le carte dell'Antimafia ci sono tutti i conti e le cifre che, mensilmente, Fagone intascava dal commercio dell'acqua.
Ebbene, quando si è trattato di «denunciare», nella relazione conclusiva dell'inchiesta sulla mafia, il «caso Fagone», non solo i socialisti hanno preteso che il tutto venisse cancellato, ma i comunisti, in testa il... meridionalista Pio La Torre, hanno dato man forte ai cugini del PSI perché Savino Fagone venisse salvato. Allora era libero cittadino e deputato. Oggi è ricercato dai carabinieri. Comunque se ne volete sapere di più, dovete ricorrere alla relazione del MSI, dove, minutamente è scritta la storia di questo «nullatenente» che diventa, in dieci anni, miliardario. Grazie alla tessera giusta (PSI).
Dove sono le mani pulite della sinistra italiana?
. . .
«C'è un costume mafioso che sta contagiando il discorso del Paese... Il terrorismo, nel modo in cui colpisce testimoni, giudici, cronisti, nel modo in cui si finanzia e perpetua, è mafia. Il sottobosco economico e politico che commercia in uno stillicidio di spiate, di minacce, di protezioni, pronto all'imboscata e al patteggiamento per ogni nomina, per ogni scelta di uomini e di indirizzi, è mafia».
Così, nel suo fondo del 10.5.80, il "Corriere della Sera". Non è una novità. Il MSI, da anni, sostiene, con prove alla mano, che la mafia, non solo è divenuta cardine della vita del paese, ma addirittura incarnazione della stessa politica. Dall'assunzione di un netturbino alla nomina di un primario di ospedale, il metodo è mafioso. Non si sceglie il migliore, si sceglie colui che fa parte della cosca del potere.

Montanelli, dalle colonne de "il Giornale", ha già rivolto il consueto appello elettorale. Ha invitato infatti, nella edizione del 6.5.80, a votare in favore dei «preambolisti» della DC, del PSDI e del PLI. E, dopo il consueto invito, ha testualmente aggiunto:
«I candidati che queste tre forze presentano ci sono al novantacinque per cento ignoti. Nessuno ci tenga responsabili dei loro eventuali tradimenti. Ce ne saranno di certo».
Cosi, candidamente, come se nulla fosse. Il discorso è dunque questo: «Io vi invito a votare per gente che non conosco. Non solo, ma per dei potenziali "farabutti", i quali, ricevuto il vostro voto, vi tradiranno. Sicuramente!».
Aveva ragione Longanesi. Quanto è paraculo Montanelli!
* * *
Dario Fo che, insieme a Franca Rame, è un santo protettore dell'antifascismo, in particolare dell'autonomia e oltre, è stato riconosciuto -in una sentenza emessa dai giudici di Varese, e promossa da una querela dello stesso Fo contro un giornalista che lo aveva definito «fucilatore dei partigiani»- «repubblichino e rastrellatore».
L'area della sinistra radicale lo va ancora ad applaudire. Il buffone non è lui. Sono quelli che battono le mani. Ma che razza di «rivoluzione» può saltare fuori da questi saltimbanchi?
* * *
I giornali della grassa borghesia italiana titolano, a caratteri di scatola, che l'ex governatore della Banca d'Italia e ex presidente della Confindustria Guido Carli, si è candidato nelle liste del PRI nel Comune di Monte Argentario (Grosseto), insieme al sindaco uscente Susanna Agnelli.
Così, dopo avere contribuito come governatore della Banca d'Italia a dissestare le finanze italiane, a danneggiare contribuenti e risparmiatori, a favorire bancarottieri come Sindona e industriali avventurieri come Rovelli, eccolo candidato consigliere comunale in quel Comune che, posto geograficamente e paesaggisticamente in posizione splendida, gli è servito finora, usufruendo della Villa Agnelli e di «barche da mille e una notte», per riposarvi le stanche membra ogni fine settimana.
Ora Susanna dichiara: «Mi sarà molto utile averlo come consigliere comunale, perché Carli avrà molto da dire ai pescatori e alla gente di mare di Monte Argentario ...».
* * *
No. I pescatori e la gente di mare, Guido Carli ha già provveduto a rovinarli. Nulla ha da dire, se non che va a Monte Argentario per hobby. Una specie di «colonia» estiva, come ai tempi dell'impero britannico era Assuan. Viceré e sudditi.
Ma quello che fa scandalo in tutta questa vicenda non è tanto Guido Carli (e soci). È il PCI che, da tempo, collabora a questa sceneggiata, presta i voti a Susanna Agnelli, ora si accinge a darli a Carli.
Monte Argentario figura fra i Comuni che registrano la più atta percentuale di emigrati.
Con Susanna Agnelli le cose non sono cambiate, sono peggiorate.
Ora arriva Guido Carli. Cittadini di Monte Argentario qui ci vogliono delle «pernacchie». Delle sonore, vibrate «pernacchie».
Al PCI, socio dei monopoli e delle multinazionali.
* * *
E il PRI? Dove sta la sua carica moralizzatrice? Come l'hanno data a bere! Il PRI ha preso i soldi dai petrolieri, dall'Italcasse, dalla Standa. E poi ci viene a dare lezione di rigorismo finanziario: contro gli sprechi, i parassitismi, i favoritismi. Ci ricorda quella commedia in cui si vedono, seduti su un sofà, fidanzato e fidanzata. Lui allunga la mano, e lei zitta. Sposta la mano, e lei zitta. Poi, quando tu mano... scivola più in giù, lei esclama: «No, li no!».
Ed allora lui: «Ma cara, la tua moralità è a... zone!».
Ecco, la moralità del PRI è a zone. Fa il moralizzatore pubblico, ma poi ruba. Come gli altri.

 

28 maggio 1980

[I puntini entro le parentesi sostituiscono il testo originale reso illeggibile dalla targhetta con indirizzo incollata sulla copia dalla quale abbiamo estratto l'articolo. Pensiamo che il brano si "capisca" egualmente... e, in attesa sostituire i puntini con il testo originale, lo proponiamo così]

Il caso del questore Silvano (...) del SISDE, per una ironia de (...) in contemporanea all'altro caso (...) riguardante Piazza Fontana.
Quale è l'insegnamento che (...)
Lo Stato, in Italia, è defunto (...) incontrastate, bande rivali, o (...) prevalere, si servono di tutto.
Si è scritto, a chiare lettere (...) questore Russomanno, sarebbe Giulio Andreotti.
Giulio Andreotti non è nuovo a questi colpi. Magistrale quello del luglio-settembre 1974 quando, per stornare da sé la bufera Sindona, per avere la protezione del PCI, rimise a nuovo il «golpe Borghese», vendendo all'eversione i servizi informazione delle Forze Armate.
Ora però le cose non gli vanno più lisce. Tutti i suoi amici sono nei guai. Anche Russomanno.
Come avvenne la sua designazione?
* * *
Messo su il democratico SISDE dato che coloro che vi andavano a lavorare avrebbero ricevuto una cospicua indennità «fuori busta», vi fu una corsa alla ricerca delle protezioni politiche. Andreotti allora era Presidente del Consiglio e Russomanno a lui si rivolse per essere «assunto». E cosi è stato.
Cosa è accaduto ora? È accaduto che Russomanno ha voluto restituire a Giulio Andreotti il favore che ebbe. E quale migliore occasione se non quella di «sputtanare» l'avversario primo di Giulio, cioè Donat Cattin, il creatore del «preambolo» contro il PCI?
È andata male. Ma che squallore! Non si tratta quindi, come racconta il questore nel suo memoriale, di scagionarsi dall'accusa di avere pubblicizzato quei verbali «per aiutare i terroristi».
Le cose sono e stanno in modo diverso. È cosi compenetrata la solidarietà di cosca che perfino il Vicecapo del SISDE, pur di rendere un servigio al padrino, mette a repentaglio tutto. Non ci sono più servitori dello Stato, ma vassalli. Al servizio del feudatario. Questa è la verità!
* * *
La stampa «democratica», davanti al caso, ha sollevato meraviglie. E perché, mai? Forse il caso Russomanno è una novità?
Che dire, tanto per citarne alcuni, del «caso» del dicembre 1961 quando, per favorire l'avvento del centro-sinistra, i vertici politici dello Stato ricorsero ai Servizi segreti per corrompere i delegati al Congresso repubblicano di Ravenna perché sposassero la tesi di Ugo La Malfa, contro quella di Randolfo Pacciardi?
Nella relazione della Commissione di inchiesta, redatta dal presidente generale Beolchini, è detto: «Cercai di saperne qualcosa da Allavena (generale Giovanni Allavena, capo del SIFAR - N.d.R) chiedendogli anche se l'operazione Ravenna era partita da un ministro. EGLI RISPOSE CHE VENIVA DA MOLTO PIÙ IN ALTO».
Vinse Ugo La Malfa, il moralizzatore, lo statista, il politico illuminato. E si ebbe la svolta a sinistra del 1962. Con le conseguenze che tutti oggi constatiamo.
* * *
E sapete come si difese Ugo La Malfa l'8 maggio 1967 alla Camera, a scandalo scoppiato? Con queste parole: se per corrompere i delegati del congresso repubblicano di Ravenna il SIFAR ha impiegato 30 milioni, quanti ce ne sono voluti per corrompere partiti molto più grossi di quello repubblicano?
Cosi si fanno le maggioranze e i governi in Italia!
* * *
Meraviglie per il caso Russomanno. Ma che dire dell'incontro, preparato dall'allora ministro degli Interni Paolo Emilio Taviani, incontro avvenuto nella stanza del ministro del Turismo Achille Corona, fra il generale Egidio Viggiani. comandante del SIFAR, e Pietro Nenni, allora nientemeno vicepresidente del Consiglio dei Ministri?
E che si dissero il generale e Pietro Nenni?
Si dissero poco, ma fecero molto. Perché, in quell'incontro, fu concordato il finanziamento, da parte del SIFAR. del giornale "l'Avanti!". È stato pubblicato il mandato di pagamento. Dell'incontro si sanno, alla perfezione, anno, mese, giorno e ora. Era il 24 febbraio 1964, ore 13,30.
Roba da sprofondare dalla vergogna!
* * *
Particolare da non trascurare: quando la polemica infuriava, in relazione ai documenti che la stampa aveva pubblicato circa i rapporti... finanziari PSI-SIFAR, chi difese in Parlamento Pietro Nenni dall'accusa di avere ricevuto finanziamenti da parte del Servizio segreto delle Forze Armate?
Aldo Moro, allora presidente del Consiglio dei Ministri. Era il 31 gennaio 1968.
* * *
E con quali argomentazioni Moro difese Pietro Nenni? La prima di ordine morale: Pietro Nenni, disse Moro, è al di sopra di ogni sospetto. La seconda di ordine giuridico. E Moro, per salvare Nenni, si gioca, in quella occasione, la sua reputazione di professore di procedura penale presso l'Università di Roma. Infatti, in replica a coloro che chiedevano a Pietro Nenni di difendere la sua onorabilità, querelando i diffamatori, Moro rispose che ciò risultava impossibile, in quanto la documentazione contabile presso il SIFAR risultava distrutta.
Facile la replica. Non era Nenni che doveva fornire la prova, ma i suoi accusatori. E fu chiesto al «professore» Aldo Moro cosa sarebbe capitato ad un suo allievo se costui, all'esame di procedura penale, avesse sostenuto le argomentazioni del Presidente del Consiglio dei Ministri. Una sicura bocciatura.
* * *
Comunque i rapporti fra SIFAR e PSI furono sepolti sotto il segreto di Stato. E fu Emilio Colombo, allora presidente del Consiglio dei Ministri, a comunicare al Tribunale di Roma il non luogo a procedere in quanto i fatti erano... segreto di Sfato (1.XII.1970).
In replica a "l'Avanti!", "il Tempo" cosi scrisse: «Si registrò il silenzio del PSI, il vergognoso comportamento dei suoi uomini, che si sono fatti coprire dal segreto di Stato per non rendere conto dei denari che si disse essere affluiti nelle loro tasche dal Servizio segreto delle Forze Armate» (20.7.71).
Il caso Russomanno ha quindi illustri precedenti. La Repubblica italiana, laica, democratica e antifascista e come Re Mida. Solo che, a diversità del re di Frigia, non trasforma in oro quello che tocca, ma in sterco.
* * *
«Il PRI è un partito inquinato, il cui leader regionale (Sicilia - N.d.R.) l'attuale segretario Aristide Gunnella è stato inquisito dall'antimafia come protetto-protettore di Giuseppe Di Cristina».
Così Emanuele Macaluso, uno dei grandi del PCI ("Giornate d'Italia", 15 maggio 1980).
Per chi non lo sapesse. Giuseppe Di Cristina, assassinato di recente a Palermo, era un mafioso di tutto rispetto, che «sapeva» sulla scomparsa del giornalista De Mauro, sull'assassinio del petroliere Enrico Mattei e sul traffico di droga nell'Isola.
Però Macaluso dimentica una cosa: di Aristide Gunnella, oggi sottosegretario nientemeno che agii Affari Esteri (!!!), nulla si saprebbe leggendo la relazione di minoranza sulla mafia del PCI. Di Aristide Gunnella si sa tutto leggendo, invece fa relazione del MSI. E quanto siano ipocriti i comunisti nelle vicende di mafia lo dimostra il fatto che finché il PRI è rimasto sull'albero a cantare l'accordo con il PCI, i comunisti sono stati zitti sul conto di Gunnella. Ora che il PRI è convolato a nozze con i compari del centro-sinistra, lasciando a terra il PCI, i comunisti rispolverano il caso Gunnella.
Diteci un po', cari lettori: come lo definireste questo comportamento del PCI?
Mafioso. Sì, avete ragione.

 

3 giugno 1980

"l'Unità" (6.5.80): «Così i comunisti governano nella Città. Fatti, idee, opere e nessun Caltagirone».
Molti Marchini però. Palazzinaro come Caltagirone. E come Caltagirone in galera per lo scandalo dell'Italcasse.
Il palazzinaro Marchini, fra l'altro, è costruttore del quartiere della Magliana in Roma. È sotto il livello del Tevere e se il fiume (Dio non voglia!) dovesse straripare, l'intero quartiere va sotto. Un disastro di immense proporzioni.
È uno scandalo. Ed è tutto da scoprire. E finora è stato coperto perchè Marchini, eroe partigiano, è stato protetto dall'ombrello (rosso) del PCI.
* * *
È stato pubblicamente (e cortesemente) chiesto all'onorevole Signorile, vicesegretario del PSI, se è vero che assieme all'avvocato Spoti, presidente dell'Ente irrigazione pugliese e al dott. Scardaccione dell'Ente di sviluppo e Puglia e Lucania, ha acquistato la fattoria (500 ettari) di Torre Pinta nell'agro di Galatina, fattoria proveniente dal fallimento di Gigante Umberto. Prezzo pagato: un miliardo e mezzo.
Silenzio. La vicenda è stata ripresa dal periodico di Bari "Meridiano Sud". Ancora silenzio. Non riusciamo a capire tanta riservatezza, anche se ci rendiamo conto che, essendo l'operazione caduta in contemporanea alla vicenda delle tangenti ENI, un certo imbarazzo possa sorgere. Imbarazzo del resto che dovrebbe essere felicemente superato se è esatto quanto i socialisti di Lecce vanno dicendo, e cioè che Signorile (e soci) la fattoria l'avrebbero acquistata per donarla al popolo, in particolare ai braccianti.
* * *
Giorgio Bocca: «Nell'inverno 1943 -1944 i partigiani non erano più di 5.000 (cinquemila)». Maggio 1980: i cittadini italiani, con tanto di brevetto di partigiano ammontano a 358.000 (trecentocinquantottomila). E come presidente hanno un centurione della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale.
Ogni commento è superfluo.
* * *
«Siamo arrivati al punto che un membro del Governo, che si firma Minister, tiene una rubrica su un settimanale per svelare i mediocri retroscena delle riunioni di Palazzo Chigi. Così l'onorevole Cossiga ha la netta sensazione che tra i suoi collaboratori c'è almeno un mascalzone. Non è grave quello che dice, è vergognoso l'espediente. Io escludo che lo sconosciuto personaggio sia una invenzione de "l'Espresso", mi chiedo che cosa aspettino per individuarlo e buttarlo fuori, e mi domando anche perché dobbiamo andare a votare per eleggere di questi mascalzoni».
(Enzo Biagi, "Corriere della Sera", 22.5.80).
Ogni commento è superfluo.
* * *
Il "Corriere della Sera" (18.5.80) pubblica una serie di annunci mortuari in occasione della scomparsa del padre del ministro Aldo Aniasi. La stampa di sinistra, nelle sue analisi sociologiche, ha sempre dato una importanza rilevante alla lettura di tali annunci per rilevare la condizione sociale ed economica, tenuta nascosta, dalla famiglia del defunto.
Ora, nel «caso» della scomparsa del padre di Aniasi, sono comparsi alcuni annunci (mortuari) davvero curiosi. Eccone alcuni:

* la fratelli Biella Petroli s.p.a. di Bellusco
* la Italcalor s.p.a. di Milano
* la Sovegas s.p.a. di Milano
* la Gerondo Oils.r.l. di Cavacurta
* La Visigalli Luigi s.r.l. di Milano
* La Gulf Italiana
* la Ditta Bruschi e Muiler di Brescia
* la Ditta Pacini Ottorino venditrice prodotti Gulf
* la P.I.S.A. petrolifera s.p.a. di Como
* la Ditta Recoli di Gallarate
* la Ditta Termopetroli s.p.a. di Modena
* l'Ambrogio Moro s.p.a. di Meda
* la Ditta Carbotermo di Milano
* la Ditta Emilcarbo s.p.a. di Milano
* la Petrol oil s.p.a. di Bologna
* la Ditta Anna Romani Galli di Piacenza
* la Ditta Termoagricola di Piacenza
* la Ditta Alpes di Milano.

Tutte queste ditte ruotano, come si vede, nel settore petrolifero. Ora, a quanto ci risulta, il padre del ministro della Sanità, era, in vita, un dipendente statale, diventato poi pensionato. Non ci risulta, quindi, una sua diretta attività nello specifico settore petrolifero.
E proprio... faticoso per il ministro Aldo Aniasi spiegare da dove provengano queste solidarietà petrolifere?
* * *
Falco Accame: un moralizzatore di ferro. Il castigamatti delle Forze Armate. Il fermo, rigoroso denunciatore di ogni ingiustizia, arbitrio, sopruso accaduti in Italia e nel mondo. Davanti a lui trema il mondo politico.
E poi? Ecco qui il Documento IV numero 23 del 22.1.1980, stampato dalla Camera dei Deputati.
Che roba è?
È una richiesta di autorizzazione a procedere in giudizio contro il deputato Falco Accame, il moralizzatore.
E la motivazione?
Assegno a vuoto. Ogni commento è superfluo.

 

20 giugno 1980

[I puntini entro le parentesi sostituiscono il testo originale reso illeggibile dalla targhetta con indirizzo incollata sulla copia dalla quale abbiamo estratto l'articolo. Pensiamo che il brano si "capisca" egualmente... e, in attesa sostituire i puntini con il testo originale, lo proponiamo così]

 

Giorgio La Malfa, il figlio dell'on. Ugo La Malfa, attuale Ministro del Tesoro (...) episodio che lo riguarda. La Giunta delle Elezioni di Montecitorio, nell'esaminare (...) retribuiti erano compatibili con il mandato parlamentare, si trovò dinanzi a questo «caso»: il 7.5.75, quando Giorgio La Malfa viene eletto deputato, risulta direttore della società per azioni "Ricerche e Studi" (RES) della Medio Banca, società nel cui consiglio di amministrazione figuravano, oltre Gianni Agnelli e Leopoldo Pirelli, la Banca Commerciale, il Credito italiano e il Banco di Roma,
La Giunta delle Elezioni comunica a Giorgio la Malfa che tale incarico non è compatibile con il mandato parlamentare. Deve scegliere: o direttore della RES (Ricerche e Studio), o parlamentare.
Giorgio la Malfa la scelta la compie, solo che la fa nel Gennaio 1974; e ciò significa che per due anni, l'attuale Ministro del Tesoro ha continuato, con quell'imperturbabile tranquillità tutta... britannica trasmessagli dal padre, a percepire due stipendi: quello di direttore della RES e quello di parlamentare.
Ma non è finita. Infatti Giorgio la Malfa, dopo le dimissioni da direttore delta RES, viene chiamato a ricoprire la carica di presidente dei Comitato scientifico della stessa società RES.
Cosa abbia fatto a questo punto la Giunta delle elezioni non ci è noto.
Potrebbe dircelo il Ministro del Tesoro.
* * *
È stato pubblicato il bonifico n° 1453 del 15 giugno 1977 con il quale i Cantieri Navali "Breda" del gruppo Partecipazioni statali EFIM, pagano parte della tangente, stabilita in due miliardi e mezzo, alla società del PCI Rest-Ital, come provvigione per avere svolto compiti di intermediazione nelle commesse statati contratte in URSS.
I deputati missini hanno chiesto ragione di ciò al Governo. Soprattutto del fatto, che scaturisce evidente dall'episodio, per cui le Partecipazioni statali, gestite fino a ieri dai democristiani, finanzino, con i quattrini del contribuente il PCI. Il che mette in luce come la polemica elettorale fra DC e PCI, circa le «mani pulite», sia stata strumentale e truffaldina. La DC finanzia il PCI. Non è una novità. Lo abbiamo già rilevato. Nel 1954 (e si era ai tempi di De Gasperi) quando scoppiò lo scandalo INGIC (imposte di consumo), andarono in galera democristiani e comunisti. La Toscana rischiò di rimanere senza sindaci. Poi dalle patrie galere furono tirati fuori con la solita «leggina» fatta approvare celermente in Commissione. Democristiani e comunisti d'accordo. Come volevasi dimostrare.
* * *
Sull'agenzia "OP" (1.4.76 n° 61) del giornalista Mino Pecorelli, assassinato a Roma (a proposito se ne sa nulla dei suoi assassini?) trovo scritto:
«Durante il recente viaggio in URSS del Presidente Leone i nostri managers di Stato hanno riconosciuto agli intermediari del PCI una tangente del 6% su un monte di affari che solo la crisi della lira è riuscita a contenere entro i 720 miliardi di lire. Tanto che si è potuto dire che la missione di Leone a Mosca è in realtà servita a finanziare il partito di Berlinguer».
Nessuno ha mai chiesto a Pecorelli ragione di queste affermazioni. Ora non c'è più. Lo hanno fatto fuori. E si è fatto silenzio.
* * *
Anche la COIN e Clerici avevano, fino a poco tempo fa, un giro di affari con la Russia di 200 miliardi. La COIN e Clerici si occupano di petrolio, carbone e materiale ferroso. I proprietari, dai quali la Società trae il nome, sono gli stessi che nell'estate del 1975 ospitarono nella loro villa di Santa Margherita Ligure il genero di Breznev, venuto in Italia per trattare con la Finsider.
* * *
Dimenticavamo di dire che il procuratore speciale della Rest-Ital, prima che questa Società fosse posta in liquidazione dal PCI, era il geometra Enzio Gemma, abitante ad Alessandria, Piazza Massimo d'Azeglio 1, fedelissimo del Presidente del PCI Luigi Longo.

 

25 giugno 1980

Un curioso ed emblematico episodio. "Panorama" ha pubblicato alcune lettere inedite, indirizzate, durante il ventennio, da alcuni purissimi intellettuali antifascisti all'Eccellenza Giuseppe Bottai. La piaggeria caramellosa verso il ministro fascista si spreca, anzi gronda. I nomi: Renato Guttuso, Corrado Alvaro, Guido Piovene, Giuseppe Ungaretti, Salvatore Quasimodo, Massimo Buontempelli, Emilio Cecchi, Mario Alicata, Riccardo Bocchelli. Le date? Dal 1940 al 1942. E tutti, puntigliosamente, accanto alla data, scrivono: anno XVIII, anno XX dell'Era fascista.
Una lettera per tutte: «Eccellenza. Vi ringrazio dell'onore fattomi con l'invito a collaborare alla rivista e Vi prego di contare su tutto quello che io posso. Mi ero già accordato con Mino Maccari su vari argomenti. Vi ripeto la mia gratitudine ed il mio entusiasmo a collaborare a "Primato"».
firmato: Renato Guttuso (attuale senatore del PCI - N.d.R.). La data, scritta di pugno da Guttuso: «5 febbraio 1940. anno XVIII».
* * *
Alla pubblicazione di queste lettere ha replicato Giulia Mafai, vantando la mancata partecipazione del padre, il pittore Mario Mafai, alle iniziative culturali del ministro fascista Giuseppe Bottai; scrivendo, fra l'altro, con sottile ironia, di non avere mai saputo che esisteva allora, secondo quanto afferma oggi Renato Guttuso, una direttiva del PCI, per cui la gioventù antifascista doveva aderire al fascismo, e ciò «per utilizzare tutti i mezzi a disposizione per far passare messaggi controcorrente».
«Dunque Guttuso», scrive Giulia Mafai, «obbedì anche in quella occasione ad una direttiva di partito. Immagino con quanta fatica e quanto malvolentieri lo abbia fatto. Ma mi rendo anche conto che la disciplina di partito richiedesse questi e ben altri sacrifici. Probabilmente (prosegue la Mafai) questa direttiva non giunse a mio padre, o egli pensò più giusto trasgredire. Forse per individualismo esasperato, per pigrizia, per fastidio... Mio padre non era un comunista disciplinato».
Cosi Giulia Mafai.
* * *
Ahimè, Giulia Mafai fa fare una pessima figura a suo padre. Infatti basta sfogliare i numeri di "Primato" e, precisamente, la collezione del 1940, del 1941 e del 1942. Vi si trovano numerosi disegni originali di Mario Mafai. Non solo. Mario Mafai, nel 1940, è vincitore del Premio «Bergamo», fondato e patrocinato dal ministro fascista Giuseppe Bottai. E il premio, particolare non da trascurare, risultava molto sostanzioso per il vincitore.
Dunque la morale di Giulia Mafai, indirizzata a Renato Guttuso, è errata?
Non diremo. È giusta. Solo che non si salva nessuno. Dentro fino al collo. Tutti quanti,
Affermano che la parola d'ordine era collaborare con il fascismo per farsi sentire. E chi ci dice che, ancora oggi, continuino sul solito metro?
No, non siamo d'accordo. Potremmo usare parole cattive. Se lo meriterebbero. Preferiamo cucinare questi «voltagabbana» con le parole di un comunista che, alla direttiva raccontata da Renato Guttuso, preferì il carcere e l'esilio. Scrive Umberto Terracini ("Il Paese", 21/3/J951): «Chi si è inchinato a due bandiere non ne stima alcuna e non ne può onorare nessuna».
* * *
«Ammetto che la mia esistenza non è stata del tutto ingenua. Anzi ne ho passate di tutti i colori. Tragedie personali e catastrofi nazionali. Due guerre, quella d'Africa seguita come inviato e quella sul territorio nazionale subita come altri 45 milioni di cittadini. Due fratelli morti in Russia, la lotta contro i tedeschi nella Roma clandestina. I difficili esordi della professione. Una vicenda umana come tante».
Cosi Vittorio Gorresio, notista politico dell'antifascistissima "la Stampa" di Torino, ad un redattore di "Epoca" che lo ha intervistato, in relazione all'uscita di un suo libro dal titolo: «La vita ingenua». Inutile dire che l'antifascismo di Vittorio Gorresio scorre come un torrente. È uno scroscio. Non si riesce a trovare riparo. Siamo davanti ad un altro sacerdote del liberalismo e della democrazia. È la fazione «antifascista» è continua, penetrante, ossessionante.
C'è venuto in mente l'articolo che lo stesso Vittorio Gorresio scrisse, qualche anno fa, contro l'Associazione Nazionale Alpini che aveva protestato per l'inserimento, nel film di Pasolini "Salò", delle canzoni «Il ponte di Perati» e «Stelutis Alpinis», quale commento musicale di due... signorili sequenze: la sodomizzazione di un Cardinale e l'immersione di una bella fanciulla nello sterco.
Vittorio Gorresio, pur di affermare il proprio antifascismo, non si ferma nemmeno dinanzi a questo episodio la canzone "Il Ponte di Perati" (che è una preghiera) usata in una vicenda da trivio. Gli sta bene.
» * «
Ma chi è questo Vinario Gorresio? Ahimè, la sua vicenda è peggiore di quella di Renato Guttuso. Perché il signor Vittorio Gorresio, per chi non lo sapesse, è stato responsabile politico de "il Popolo di Roma" durante l'occupazione tedesca; e c'è chi ha scritto ("Agenzia Aipe", 9/4/76) che l'antifascistissimo notista del giornale degli Agnelli, «era un abituale frequentatore dei rapporti che il Maresciallo Kesserling teneva alla stampa». Quando avvenne la rappresaglia delle Fosse Ardeatine (24/3/44), Vittorio Gorresio non era alla macchia. Era al suo posto di redattore, con funzioni di direttore, del quotidiano "il Popolo di Roma", ed ha continuato a restarci (e a firmare gli articoli di fondo) fino all'arrivo degli anglo-americani. «Quale lotta», dunque, «contro i tedeschi nella Roma occupata»? È, soprattutto, con quale diritto polemizzare con gli Alpini sul rispetto dei loro Morti?
* * *
Pietà, pietà, Signore Iddio! Soprattutto in nome di Umberto e Paolo Gorresio, ufficiali degli Alpini, scomparsi nel gelo di Russia. Il tenente Paolo, già in salvo, volle tornare indietro a cercare il fratello. E nell'uno, né l'altro fecero più ritorno.
Umberto e Paolo Gorresio, abbiate pietà di Vostro fratello.
Questi sono tempi feroci. Non risparmiano nemmeno le memorie. Voi siete in pace. Vittorio no.
* * *
"La Stampa" ci da notizia che alcune navi della Germania Federale hanno raggiunto, dopo manovre combinate con la flotta francese, l'Oceano Indiano.
Sono navi dotate di una tecnologia avanzatissima. Solo i loro nomi sono antichi: Lutjens, Molders, Rommel. Un marinaio, un pilota, un soldato.
Gunter Lutjens, è l'ammiraglio che fu al comando della corazzata Bismark. Lottò, prima di morire, contro l'intera flotta inglese. Finì sotto il fuoco di corazzate, due portaerei, incrociatori pesanti, caccia e aerosiluranti. La nave affondò con la bandiera al picco.
Werner Molders, pilota da caccia, mori il 22.XI.1941. Ebbe tempo di abbattere 115 aerei nemici.
Erwin Rommel: di lui sapete tutto.
In Germania governano i socialdemocratici. Sono dei «socialisti» speciali. Non dimenticano. Hanno una bandiera e, come tutte le bandiere, sanno che è fatta di ricordi, di sangue, di tormenti. E la rispettano. E la tramandano ai giovani. Non sono bastardi. E sono tornati protagonisti di storia.
Noi no. I nostri ragazzi. Eccoli là, seduti sui gradini delle Cattedrali rinascimentali. Attoniti, storditi. Si chiedono: chi siamo? da dove veniamo? che ci stiamo a fare?
Figli di nessuno. Perché sono senza bandiera.
 

2 luglio 1980

È deceduto, qualche mese fa. il poeta Gianni Rodari. La stampa comunista è stata carica di elogi. È stato definito «favoloso» e tra i poeti maggiori del nostro tempo. Era un comunista militante.
Lungi da noi la irriverenza; ma su Rodari poeta ricordiamo una furiosa polemica di tanti anni fa fra Alberto Giovannini e il critico de "l'Unità" Paolo Robotti. Quest'ultimo, scrivendo della poesia di Gianni Rodari, annotava che il diffusissimo organo centrale dell'Associazione scrittori sovietici "Literaturnaia Gazieta" aveva lungamente parlato della poesia di Gianni Rodari, dedicandogli quattro colonne in prima pagina. E, per giustificare il proprio giudizio, l'importante organo letterario moscovita pubblicava del poeta in questione i seguenti versi:

«Sanno di terra i contadini
di vernice gli imbianchini
Sul camice bianco del dottore
di medicine c'è buon odore.
I ricchi non sanno di niente, però
puzzano un po' ...».
E ancora:
«Gli operai dell'officina
hanno una bella tuta azzurrina,
hanno le mani sporche di grasso.
I ricchi invece vanno a spasso
non si sporcano nemmeno un dito
ma il loro mestiere non è pulito ...».

Ora, scriveva Alberto Giovannini, per far sì che in Russia non credano che Rodari, per quanto degnissimo, sia un fenomeno isolato, onde dimostrare che la stirpe di Dante non finisce con Gianni Rodari (così come farebbe intendere il critico Robotti de "l'Unità"), ci permettiamo dedicare al censore Paolo Robotti, questi «nostri pochi versi»:

«I marinai sulla navicella
hanno mutande di calda flanella;
mentre gli addetti all'industria del vaso
si mettono spesso le dita nel naso;
passano accanto ai vigili urbani
che portano sempre guanti alle mani;
ma appena vedono Paolo Robotti
fanno pernacchie che sembrano "botti"»

Giovannini aggiungeva: «Con preghiera di far pervenire alla "Literaturnaia Gazieta" questi versi, per una recensione di almeno tre colonne sulla prima pagina».
* * *
"l'Unità", nel celebrare la consegna del premio Saint Vincent a Mario Melloni (il "Fortebraccio" de "l'Unità"), ricorda che il corsivista del quotidiano del PCI cominciò a scrivere i suoi famosi corsivi per "l'Unità" il 12 dicembre 1967 e che il primo bersaglio della sua ironia fu l'on. Paolo Bonomi. "l'Unità" (22.5.80) cosi racconta l'episodio:
«Fortebraccio cominciò a scrivere i suoi corsivi il 12 dicembre del 1967. Il primo bersaglio della sua ironia fu l'on. Bonomi. Aveva parlato a Firenze e detto, in un comizio: non ci facciamo illusioni, non ci mettiamo in testa di avere il potere di convertire il comunismo contro la sua volontà. Il corsivo finiva così: l'on. Bonomi. Dunque, non si scoraggi. Fra coloro che fanno ridere, egli è, dopo Togni, il preferito».
Paolo Bonomi. Il nome ci ricordava qualcosa. Infatti siamo andati a vedere come si comportò l'allora deputato democristiano Mario Melloni, oggi "Fortebraccio" de "l'Unità". quando in una seduta memorabile della Camera dei Deputati, si trovò a decidere, con il suo voto, se mettere o no sotto inchiesta Paolo Bonomi, bersaglio allora di accuse pesantissime da parte del deputato monarchico, la medaglia d'oro Ettore Viola. Correva il 7 giugno 1950. Mario Melloni, il caustico corsivista de "l'Unità", volò contro l'inchiesta, votò a favore di Paolo Bonomi.
È quindi giusto. come scrive "l'Unità", che i suoi penetranti corsivi sul quotidiano del PCI. abbiano inizio con Paolo Bonomi. La lingua batte dove il dente duole. Così un vecchio (e saggio) proverbio popolare.
* * *
A proposito dello scandalo dei falsi danni di guerra riguardanti le aziende Caproni e Siai Marchetti, per cui esistono lettere dell'allora Presidente del Consiglio dei Ministri Giulio Andreotti, dirette al Ministro del Tesoro dell'epoca Giovanni Malagodi, invitanti lo stesso ministro a sollecitare l'Intendente di finanza di Milano perché desse corso al pagamento delle pratiche, pratiche risultate poi false, per cui se si fosse pagato, lo Stato avrebbe regalato a dei truffatori 60 miliardi, c'è da registrare una energica presa di posizione dell'ex capo di Gabinetto di Andreotti, Gilberto Bernabei, diretta al periodico "il Settimanale".
Il Bernabei, replicando ad un servizio de "il Settimanale", sulla vicenda, scrive che «si é voluto colpire lui per parlare a suocera» e «che se si vuole arrivare a nuora si abbia il coraggio di arrivarci direttamente perché il sottoscritto (Bernabei - N.d.R.) non intende fare da bersaglio a chicchessia» e che aspetta il processo per chiarire tutto.
Siamo d'accordo. Non deve pagare Bernabei. Deve pagare Andreotti.
È da tempo che lo scriviamo.

 

9 luglio 1980

Fortebraccio su "l'Unità" (26.6.80): «Adesso che le cose vanno a rovescio perché non cominciano gli Anelli a risponderne? Prima di mettere sulla strada migliaia di lavoratori perchè non provano a licenziare se stessi? Gli Agnelli mantengono, con centinaia di miliardi l'anno, una pletora di parenti fannulloni e arroganti. Possiedono ville, alberghi in Italia e all'estero. Sono padroni di banche, di industrie, di aziende varie. Vi risulta che abbiano ridotto di una sola lira queste proprietà, ora che le faccende volgono al peggio?»
* * *
Ahimè, a pagina quattro, sempre de "l'Unità", sotto il titolo: «una Giunta di sinistra (sic! - N.d.R.) guiderà il Comune di Monte Argentario», sta scritto: «Sabato 5 luglio a Monte Argentario è convocato il Consiglio comunale per l'elezione del Sindaco e della Giunta municipale. A questa decisione che anticipa sui tempi, non solo gli altri Comuni della Maremma, ma presumibilmente dell'intero Paese, si è giunti in conseguenza di un positivo accordo sancito a livello locale tra PCI, PSI, PRI e PSDI».
"l'Unità"... candidamente, cosi prosegue: «Al PRI andranno il Sindaco, con la riconferma dell'onorevole Susanna Agnelli; al dott. Guido Carli, ex governatore della Banca d'Italia ed ex Presidente della Confindustria, l'assessorato alle finanze; al PCI il Vice Sindaco e l'assessorato all'urbanistica; al PSDI l'assessorato ai porti; al PSI l'assessorato ai Lavori pubblici e al personale. L'accordo programmatico, termina l'Unità, per il momento politico in cui si colloca, è una chiara indicazione positiva».
* * *
Ha ragione "l'Unità". Nel momento in cui la multinazionale FIAT, considerato il partito della svalutazione, minaccia chiusure e licenziamenti, nel momento in cui la stessa "l'Unità" scrive che gli Agnelli altro non sono che dei miliardari fannulloni e arroganti, è giusto che il PCI, il partito dei proletari, vada a... nozze con Susanna Agnelli e il suo assessore Guido Carli.
Hanno scritto: a Monte Argentario accoppiata di lusso.
Che vergogna! Ma non si deve vergognare Susanna Agnelli. Si deve vergognare il PCI.
* * *
Martedì 4 luglio, conferenza stampa di Gianni Agnelli. I giornali titolano: «A picco le vendite di auto, La FIAT con l'acqua alla gola». Nel dramma FIAT, un caso giornalistico industriale. Infatti l'avvocato Agnelli, riferendosi ad un servizio del settimanale "il Mondo" (gruppo Rizzoli) sulla «catastrofica situazione finanziaria della FIAT», così si è espresso: «Appena avuto in mano quel giornale l'ho passato al nostro ufficio legale per vedere che cosa bisognava fare. Mi hanno risposto che si querelano solo i giornali seri e "il Mondo" non è un giornale serio. C'è differenza, come voi giornalisti sapete, -ha proseguito il presidente della Fiat- fra giornali di informazione e giornali di diffamazione. Stupisce, soprattutto la gioia con cui sono state diffuse false notizie sul nostro conto. Ma quello di Rizzoli è un gruppo nel quale c'è un certo amore per il gioco: si giocava sulle partile di calcio (il riferimento è al giornalista Laiolo del "Corriere della Sera", coinvolto nella vicenda delle partite truccate - N.d.R.). Non so se si giocava in borsa. Certo non ne ho te prove. E non so se anche il vertice di questo gruppo abbia la passione del gioco. Date le sue condizioni economiche però, potrebbe giocare solo alla roulette russa».
I giornali raccontano che, dinanzi a questa dura requisitoria di Gianni Agnelli contro il gruppo Rizzoli, un redattore del "il Mondo" ha tentato una battuta: «Avvocato, lei è molto duro con noi». Gianni Agnelli, di rimando: «Lei non può dire che sono cattivo. Non ho nemmeno fornito le cifre dei vostri bilanci!».
* * *
Da qui, querele incrociate. Il gruppo Rizzoli-Corriere della Sera ha querelato Gianni Agnelli; la FIA T ha querelato il gruppo Rizzoli-Corriere della Sera.
È una vicenda interessante. Infatti lo scontro non è solo fra due gruppi industriali, proprietari entrambi di attività legate alla carta stampata. Lo scontro è fra due centri culturali che, in Italia, hanno fatto il bello e cattivo tempo, con effetti devastanti su tutta la società civile.
* * *
Si pensi al gruppo Agnelli-Caracciolo con "l'Espresso", "la Repubblica", "la Stampa". Quale «funzione» ha svolto? Qual è stato il prezzo pagato al regime perché gli venissero conservate le immense ricchezze possedute? Sopratutto: che cosa ha aggredito il radicalismo da miliardari, di cui questo gruppo si è fatto portavoce?
La Patria, la famiglia, le tradizioni, la bandiera. Dissacrato tutto. E in nome di che cosa?
In nome di che cosa, «questi miliardari», hanno ammansito il popolo? Presto detto: aborto, pornografia, droga, tutti «paradisi» nei quali è stato affogato il proletariato; soprattutto perchè non pensasse ai problemi reali da cui e angosciato: la casa, l'assistenza, i trasporti, l'avvenire dei figli. È così che i figli dei meridionali, senza più bandiera, sono finiti sui marciapiedi di Torino, drogati o terroristi.
* * *
Non diversa la funzione dell'altro gruppo culturale, quello che fa capo, con Rizzoli, al "Corriere della Sera", capofila, per ragioni di opportunismo, del falso perbenismo comunista fra le fila della borghesia italiana.
Non libero giornalismo dunque, ma congrega di bande della carta stampata, sguinzagliate a servire (o a pugnalare, secondo i casi) le varie cosche politico-finanziarie. Con il fine precipuo di spillare soldi allo Stato, cioè al contribuente, per far fronte, ai propri dissesti.
«Siete con l'acqua alla gola», urlano le penne vendute del gruppo Rizzoli-Corriere della Sera all'avvocato Gianni Agnelli.
Replica dell'avvocato: «Ecco i vostri bilanci. Non vi resta che spararvi!»
Lo spettacolo è attraente. Non solo perchè costoro rappresentano il fior fiore del giornalismo democratico e antifascista, ma soprattutto perchè, proprio in questi giorni, in nome della libertà di stampa, chiedono, con la legge sulla riforma dell'editoria, miliardi, e ancora miliardi, appartenenti alla collettività italiana.

 

20 luglio 1980

 

Vassalli, il nazismo, una polemica e una conferma

Fra il luglio e il novembre 1971 la Camera dei Deputati, dietro una mia denuncia in aula circa i trascorsi nazifascisti dell'allora onorevole del PSI Giuliano Vassalli (illustre penalista), ebbe a pronunciarsi con un lodo di una Commissione di indagine che, su istanza dello stesso Vassalli, fu chiamata a confermare, o no, la veridicità di quanto dal sottoscritto affermato. Quale la sostanza dell'accusa?
* * *
Il sottoscritto sollevava nei riguardi del socialista e antifascista Vassalli, fra l'altro presidente della Giunta delle autorizzazioni a procedere, una questione morale; per avere egli partecipato al convegno giuridico italo-tedesco di Vienna del marzo 1939, «plaudendo insieme ai vari Rosemberg anche la relazione razza e diritto».
La Commissione di indagine della Camera, pur dandomi atto che il prof. Giuliano Vassalli aveva partecipalo a quel convegno, convenne sulla infondatezza delle affermazioni da me fatte, in quanto l'illustre penalista, già professore universitario, pur partecipando ai lavori e al ricevimento («una fugace apparizione», dirà lo stesso Vassalli!) nel Municipio di Vienna (presenti alcuni dei 12 impiccati di Norimberga), non poteva avere plaudito alle tesi razziste, perchè presente a quel convegno solamente «per rapporti di parentela che aveva con alcuni membri della delegazione» (il padre, prof. Filippo Vassalli); sia, soprattutto, per la sua perfetta conoscenza nelle materie giuridiche.
Insomma, l'illustre e antifascistissimo penalista, professore universitario, Giuliano Vassalli a Vienna, in quel marzo 1939, c'era; ma così, come tecnico delle... traduzioni, e non vide, non ascoltò, e tantomeno non approvò nulla.
* * *
Enrico mattei su "il Tempo" (25 novembre 1971), sotto il titolo: «Obiettività antifascista», così commentò questa vicenda parlamentare: «Il valoroso parlamentare Giuliano Vassalli, antifascista della prima e di tutte le ore, non immaginava lontanamente che quel convegno potesse essere più politico che giuridico. Vi andò non come delegato, ma come membro di una segreteria che avrebbe dovuto dare assistenza tecnica ai delegati. Non si accorse che i delegati, che egli avrebbe dovuto assistere tecnicamente, erano fascistoni della più bell'acqua, capeggiati dal Guardasigilli di Mussolini. Son ebbe tempo di leggere l'ordine del giorno del convegno, e cosi non notò che tra i temi da discutere ce n'era uno sui rapporti tra diritto e razza. Si occupò solo di problemi di diritto privato, nella giusta convinzione che le concezioni giuridiche nazifasciste si sarebbe fermate dinanzi al recinto del diritto civile. Nessuno lo avverti che tra i partecipanti a quel convegno c'erano dei gerarchi hitleriani già celebri, che poi sarebbero finiti sulle forche di Norimberga. Non vide uniformi nere, nè grigie, né fasci littori, né croci uncinate, né udì mai grida di «Heil Hitler» o «Viva il duce». Se qualcuno applaudì qualche cosa, questi non fu lui, che fu visto tenere sempre le mani in tasca. Partecipò al ricevimento ufficiale offerto dalle autorità naziste di Vienna (la capitale dello Stato di cui le SS si impossessarono dopo aver macellato il cancelliere Dollfuss); ma solo fuggevolmente, un solo istante, senza prendere un gelato senza bagnarsi le labbra di un sorso di birra bavarese.
Questa sentenza assolutoria, cosi stupendamente motivata, è stata sottoscritta da tutti i partiti dell'arco costituzionale e antifascista, liberali compresi, con la sola eccezione del rappresentante del MSI, che così è apparso ancora una volta squallidamente isolato. Siamo dunque di fronte ad un tipico esempio di obiettività costituzionale, ispirata ai valori della Repubblica nata dalla resistenza. Con giudici meno antifascisti, meno democristiani, meno «resistenti», si sarebbe corso il serio rischio di sentir affermare che un severo antifascista, giunto e dotato di discernimento, anche perchè professore universitario avrebbe dovuto tenersi alla larga di un convegno nazifascista, e non parteciparvi neppure per dibattere il problema giuridico dello stillicidio di una grondata sul fondo del vicino».
* * *
E si deve all'onorevole Franchi, membro della Commissione di indagine insieme ad Alessi, Amadei, Biondi, Cacciatore, Dell'Andro, Guidi, Malagugini, Micheli, Reale, Reggiani; alla caparbietà con cui inchiodò per due mesi la Commissione (non per nulla Franchi è denominato per questa tenacia -mi raccomando, proto, non toccare l'espressione che è comunemente accolta in tutto l'ambiente politico di Montecitorio- «culo di pietra»), se il lodo non fu ancora più smaccatamente di parte. Tanto che l'on. Franchi, in quella circostanza, in cui i primi a rendersi conto della debolezza delle proprie posizioni erano gli avversari, riuscì ad innovare perfino la prassi parlamentare in materia, perchè chiese, e ottenne, per la prima volta nella storia parlamentare, che il lodo di una Commissione di indagine contenesse il suo dissenso. E cosi fu.
* * *
Ora si dà il caso che sia uscito il 10° volume degli "Atti e Documenti della Santa Sede relativi alla seconda guerra mondiale, dedicato all'azione svolta in favore delle vittime della guerra fra il gennaio 1944 e il Luglio 1945».
Le pagine 220-221-222-281-282 di questo Volume ci parlano appunto di Giuliano Vassalli.
Cosa risulta? Risulta che l'allora monsignor Montini, poi Papa Paolo VI, in data 18 aprile 1944, prepara un appunto in relazione alla domanda di un intervento a favore del prof. Giuliano Vassalli, così concepito:
«Il prof. Filippo Vassalli segnala il caso del figlio prof. Giuliano Vassalli, titolare di diritto penale all'università di Genova, giovanissimo, ma molto conosciuto nel mondo scientifico; è stato arrestato il 3 aprile a Roma dalle SS e si trova in Via Tasso. Pare sia incolpato di far parte del Comitato di liberazione.
Ha studiato in Germania, dove è conosciuto, in Italia su "la rivista di Diritto Penale" divulgava normalmente le dottrine penali germaniche (sic! - N.d.R.). Ha genitori anziani, moglie e due teneri figli.
Fare appunto caloroso per padre Pancrazio Pfeiffer» (in calce la sigla: «Ex Aud. SS. Mi», cioè per ordine del Santo Padre: «per il prof. Vassalli fare ciò che si può»)
* * *
In data 20 aprile altro appunto riservato per il Santo Padre in cui, fra l'altro, si suggerisce di:
«Segnalare e raccomandare il caso del prof. Giuliano Vassalli al Ministro della Giustizia del Reich dr. Thierac e al Governatore Generale della Polonia Ministro Franck, i quali conoscono personalmente il prof. Giuliano Vassalli e il di lui padre».
* * *
Infine il 6 maggio 1944 Pio XII, in persona, nel corso di una udienza accordata al capo della polizia tedesca in Italia, generale Wolff, chiese la liberazione di Giuliano Vassalli «come pegno di pace», il che afferma la nota vaticana, valse a salvare la vita del professore che (vedi pagina 282 del volume citato) potè essere liberato, e portato via da Via Tasso «con automobile del Vaticano» e con nulla osta del colonnello Kappler».
* * *
Credo che ve ne sia abbastanza per dimostrare che quello che l'umile sottoscritto rimproverava a Giuliano Vassalli nel dibattito del luglio 1971 e che la Commissione di Indagine affermò non rispondente al vero, trovi invece, dagli ineccepibili e non smentibili documenti vaticani, puntuale, piena conferma.
Davanti alla Commissione Giuliano Vassalli molto si dolse del fatto che il sottoscritto lo aveva accusato dì essersi trovato a Vienna a plaudire le tesi razziste «insieme ai vari Rosemberg». Nella relazione della Commissione di indagine (Atti parlamentari, n° 526. 20.XI.71, pag. 20) è detto che l'on. Giuliano Vassalli, non ebbe mai alcun rapporto, nemmeno occasionale, nè con Rosemberg nè con altri gerarchi nazisti. Non conosceva nessuno.
La nota Vaticana afferma: se può servire a salvare la vita di Giuliano Vassalli si dica che, non solo il professore si è fatto propagandista su "la rivista di Diritto Penale" delle tesi giuridiche penali germaniche, ma conosce personalmente il Ministro della Giustizia del Reich dr. Thierac e il Governatore Generale della Polonia Hans Franck.
* * *
Fermiamoci qui. Siamo al commento finale. Hans Franck. Chi è costui? A pag. 762 del volume "Hitler" dello storico Joachin Fest, è scritto: «Della Polonia non incorporata nel Reich venne fatto un governatorato generale affidato a Hans Franck, e il governatorato fu sottoposto ad uno spietato processo di germanizzazione, in parte a una azione di schiavizzazione e genocidio. Hans Franck vagheggiava un'«Epoca dell'Oriente» e che, finalmente, si iniziava per la Germania «un periodo di violentissima riplasmazione colonizzatrice e di ripopolamento».
Questo era l'uomo, per la cui amicizia, veniva chiesta la liberazione di Giuliano Vassalli. E così avvenne. E se la sorte delle armi fosse stata favorevole alla Germania, state pur certi. Giuliano Vassalli avrebbe fatto carriera lo stesso. Ancora in nome di quella amicizia poi finita sulla forca a Norimberga.
* * *
Il "Secolo d'Italia" è l'unico quotidiano ad essersi occupato di queste lettere vaticane, venute alla luce nel marzo 1980, riguardanti l'onorevole professore Giuliano Vassalli; un personaggio non da poco se, appena due anni fa, il PSI lo indicava come un candidato alla presidenza della Repubblica.
Tutta la stampa di regime ha taciuto. Nessun servizio speciale è uscito dagli studi della RAI-TV. Silenzio.
Si vergognano. Non hanno tutti i torti.

 

26 luglio 1980

Sulla «crudeltà» di Walter Reder è stato scritto tutto. Non c'è da aggiungere nulla. Veniamo alle polemiche sul perdono.
Il senatore Leo Valiani ("Corriere della Sera", 16.7.80) scrive: «Reder giustificava con la sua condizione di soldato nel mezzo di una guerra mondiale le fucilazioni che fece eseguire. Obbediva ad ordini gerarchici. Erano però delitti. Non è opportuno perdonare. La norma che la morte di un soldato debba essere vendicata col massacro dì dieci o più civili fu ripristinata da Hitler -dopo che gli Stati l'avevano ripudiata come relitto di tirannidi feroci e barbare- per una scelta di principio: uccidere chiunque, se questo potesse contribuire alla vittoria».
* * *
Il senatore Leo Valiani ci perdonerà se, prendendo spunto dal suo argomentare sul «caso Reder», gli porremo, data anche la sua autorevolezza di conoscitore profondo delle vicende della Resistenza in quanto vissute in prima persona, una domanda: «Coloro che, italiani appartenenti al Partito d'azione, ordinarono, così come ci racconta Giulio Andreotti, in un suo introvabile libro ("Concerto a sei voci", edizione la Bussola, editrice tipografia del Senato, Luglio 1945). i bombardamenti sull'Italia del 31 agosto 1943, al solo fine di accelerare le pratiche dell'armistizio: bombardamenti sotto i quali, donne e bambini compresi, morirono migliaia di italiani innocenti, devono essere giudicati sul metro con cui si giudica Walter Reder, oppure meritano un trattamento diverso?».
* * *
Giulio Andreotti, nel luglio 1945, poneva questa precisa domanda: «Ma, ed è forse, ora che è finita in Europa la guerra, giunto il momento di veder chiaro in questo, è vero o meno che proprio uomini del Partilo d'Azione furono quelli che chiesero durante il 1943 agli Alleati l'intensificazione dei bombardamenti delle Città italiane per affrettare gli sviluppi della situazione?»
* * *
Sono passati 37 anni da quella domanda che è rimasta senza risposta. Posso, senatore Valiani, rinnovarla, nella speranza di avere una precisazione? Furono italiani, sia pure antifascisti, coloro che fecero massacrare, sotto i bombardamenti, migliaia di italiani innocenti? Se la risposta è affermativa, qual'è la giustificazione del massacro? Forse le leggi crudeli della guerra che non possono ispirarsi alla pietà? Ma se è cosi, perchè Reder, dopo 35 anni di carcere, non deve essere perdonato quando vi sono italiani che, per avere ordinato inutili massacri, vengono addirittura onorati?
* * *
Aprile 1944: i morti in questo mese per causa dei bombardamenti sono 2148, la maggior parte di queste vittime sono di Treviso.
Lo storico Tamaro in "Due anni di storia: 1943-1945", volume terzo, pagine 5 e 6, scrive:
«Lo stesso giorno in cui cadevano quei partigiani, fu perpetrato uno dei più feroci dei più barbaricamente inutili e dei più disastrosi bombardamenti che colpissero una Città italiana, quella di Treviso. La bella città veneta fu ridotta ad un vasto ammasso di rovine e macerie: sotto rimasero più di mille morti e migliaia di feriti, non avendo pensato mai i cittadini che la loro piccola e innocente patria potesse tirarsi addosso le furie del nemico e che perciò dovessero proteggersi. Si disse poi che i bombardieri avevano scambiato Treviso con Tarvisio, ma fu pietosa menzogna, con cui si volle, non solo scusare gli autori dell'orrenda strage, ma anche deviare l'attenzione dei veri responsabili della strage. C'è chi afferma essere stata nelle mani di Mussolini una circostanziata documentazione che provava come il bombardamento di Treviso fosse stato provocato da una precisa segnalazione d'italiani, che ubbidivano alla disciplina del Corpo Volontari della Libertà e del CLN (Silvestri, "Mussolini. Graziarti e l'antifascismo", pagina 105). Nella Città e nel Veneto la cosa è notoria e si fa anche il nome del Capo partigiano che avrebbe chiamato gli aerei americani, «per via di un generale tedesco di passaggio», dice con accento sospetto qualcuno che la sa lunga (Valiani, "Tutte le strade conducono a Roma", pag. 183). Fu uno dei fatti più criminali della guerra civile, un'ecatombe di italiani provocata per colpire un generale tedesco, che forse in quel momento non era più nella Città. Misfatto, se la generale accusa è vera, più grave delle fosse Ardeatine, perchè qui i morti erano almeno tre volte tanti, la loro innocenza era altrettanto piena e altrettanto santa e a farli massacrare erano italiani, non tedeschi».
* * *
Così Attilio Tamaro. Nessuno, fino ad oggi, ha replicato a questa tremenda accusa. Alla cortesia del senatore Valiani precisare, visto che è chiamato direttamente in causa dallo storico triestino. Specie quando, con autorevolezza, si continua, su questa terra, dissennata e feroce, a dividere gli uomini in buoni e cattivi, non in ordine ai propri comportamenti, ma secondo l'etichetta politica che si riveste. E ciò è barbarie.

 

2 agosto 1980

Il PCI ha inondato l'Italia di manifesti dal titolò: «La mafia non ci piegherà». E non passa giorno che "l'Unità" non riferisca di iniziative dei parlamentari comunisti perchè la mafia venga combattuta a dovere, specie in Calabria dove, negli ultimi tempi, dirigenti del PCI sono stati assassinati.
Fra questi impegni solenni del PCI una grossa smagliatura che, ancora una volta, viene a confermare che, perfino vicende sanguinose come quelle contro la mafia, servono al PCI, dietro il velame delle battaglie ideali, a perseguire la via della doppiezza che è una seconda natura del comunismo italiano, natura addirittura teorizzata da Palmiro Togliatti.
Contro e a favore della mafia, se ciò serve alla causa del comunismo. È la filosofia del PCI.
* * *
Infatti su "l'Unità" del 18.7.1980, mescolato fra questi impegni contro la mafia, si trova un neretto, tipograficamente molto vistoso, con cui si fa sapere ai lettori del foglio comunista che l'onorevole Riccardo Misasi, della sinistra DC, è favorevole, in Calabria, ad un accordo di governo con il PCI.
Ci siamo stracciati gli occhi e ci siamo chiesti se era vero ciò che leggevamo: Riccardo Misasi, preso a simbolo, dal foglio comunista per un accordo, in Calabria, fra DC e PCI.
No, non era una nostra allucinazione. Era, è vero.
* * *
Il PCI ha dimenticato? Possibile? Possibile che il PCI dimentichi, anche se sono passati degli anni, che ad alimentare la polemica, per cui l'allora ministro della Pubblica Istruzione Riccardo Misasi veniva accusato di collusioni con la mafia calabrese, erano ambienti della sinistra, in particolare quelli socialisti, in testa l'onorevole Frasca?
Possibile che il PCI dimentichi che quell'accusa a Misasi è stata travasata in atti parlamentari; addirittura nella proposta di legge n° 1978 del 30 ottobre 1969, presentata da 16 deputati del PSI, fra i quali l'attuale presidente della Corte Costituzionale Leonetto Amadei, «per la estensione alla Calabria dei compiti della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia»?
* * *
Nella parte espositiva di tale proposta è testualmente detto: «Ma è anche evidente che alcuni settori della mafia non potrebbero essere in grado di svolgere in maniera pressochè indisturbata le loro attività senza il sostegno di una certa parte della classe politica e di alcuni organi ed uffici dello Stato. Non a caso, la stampa ha largamente scritto, in questi ultimi due anni, di "clan familiari" che "assoldano pregiudicati per fare opera di persuasione fra i votanti" e di "politicanti calabresi" che "esercitano pressioni per far liberare i criminali", di "convegni della onorata società tenuti con la partecipazione di candidati ad elezioni politiche e amministrative"».
* * *
Riferimenti rimasti, nel vago? Non direi, se l'onorevole Frasca, il primo firmatario della citata proposta di legge, in data 15 aprile 1970 (Bollettino della Camera dei Deputati n° 263), dava, con l'interpellanza che segue, all'accusa un volto e un nome preciso: Riccardo Misasi, inquadrandolo nella sua qualità di sottosegretario al Ministero di Grazia e Giustizia, carica ricoperta prima di quella di Ministro della Pubblica Istruzione. Vale la pena di riportare per intero questa interpellanza di dieci anni fa. Il caso, testè concluso, Cossiga-Donat Cattin la rende attualissima. Dieci anni fa il PSI, in testa l'attuate presidente della Corte Costituzionale, accusava Riccardo Misasi, ministro della Pubblica Istruzione «di essere un amico delta mafia calabrese». Il Ministro, pur direttamente sollecitato dall'allora Presidente della Camera, e oggi Presidente detta Repubblica, Sandro Pertini, a tutelare la propria onorabilità, facendo ricorso atta Commissione di indagine (seduta della Camera, 2 ottobre 1970), si guardò bene dal raccogliere quell'invito. Si tenne l'accusa e la carica di Ministro.
Ecco il testo dell'interpellanza. Giudicate.
* * *
«Se è vero che tal Ienco Rocco da Bagnara Calabra, definito, in una sentenza del tribunale di Reggio Calabria: "cervello della malavita di Bagnara" abbia ottenuto, nel 1967, un provvedimento di grazia, prima non concesso e poi concesso per intervento del Sottosegretario di grazia e giustizia del tempo (Riccardo Misasi - N.d.R.) il quale, nel frattempo, si interessava, pure di fare trattenere il suddetto Ienco nelle carceri di Reggio Calabria, mentre era stato già emesso dalle competenti autorità l'ordine di trasferimento nelle carceri di Brindisi;
se è vero che il famoso bandito Romeo da Bova Marina, ucciso in circostanze non ancora chiarite e senza che tuttora siano stati identificati gli autori della sua uccisione, trovandosi, alla vigilia della campagna elettorale del 1968, nelle carceri di Reggio Calabria, ove era stato trasferito, per essere sottoposto ad un nuovo procedimento penale anzichè essere tradotto presso il penitenziario di Porto Azzurro, per scontare il resto della pena, sia stato invece associato alle carceri mandamentali di Melito Porto Salvo, a quattro passi dal comune delta sua residenza, ove avrebbe avuto contatti con noti mafiosi della zona; e se è vero che tutto ciò sia avvenuto per interessamento del già menzionato Sottosegretario;
se è vero che il detenuto Trunfio Francesco, da Reggio Calabria, responsabile di un delitto ritenuto mafioso, sia stato trasferito dalle carceri di San Geminiano (ove era stato associato qualche mese prima, a seguito di alcuni incidenti verificatisi nel carcere di Augusta, nel quale scontava una pena di 22 anni di reclusione) alle carceri di Bari; e se è vero che ciò sia avvenuto sempre per intercessione del citato Sottosegretario;
quali sono le ragioni per le quali il brigadiere di pubblica sicurezza, ora maresciallo, Porcari Ugo, in servizio presso la questura di Reggio Calabria, noto per la sua attività antimafiosa, venne trasferito d'ufficio, e con il parere contrario del questore di Reggio Calabria, alla questura di Livorno; e se è vero che anche ciò sia avvenuto a seguito del vivo interessamento del sopraddetto Sottosegretario;
se è vero che la pistola Star registrata alla questura di Reggio Calabria con il n. 887956, ora in possesso di un alto funzionario del Ministero di grazia e giustizia, sia appartenuta ad un elemento noto per i suoi legami con la "onorata società"; e se è vero che il suddetto funzionario abbia partecipato all'istruttoria della pratica relativa al provvedimento di grazia di cui si è fatto cenno».
* * *
Quale la morale? Abbiamo scritto che la vicenda Misasi diventa attuale dopo il caso Cossiga-Donat Cattin.
È vero. Per diversi motivi, il primo è che non stupisce affatto che la classe politica, avendo acquisito in pieno la mentalità mafiosa, si autoassolva. Quando si portano ai vertici dello Stato uomini accusati di mafia, è che restano al loro posto anche quando ne sono pubblicamente accusati, perchè meravigliarsi che Cossiga resti al suo posto?
Il secondo motivo di riflessione è che il PCI, nella sua tradizionale doppiezza, così come ha dimostrato nella recente vicenda Cossiga-Donat Cattin, non può assolutamente, rappresentare l'elemento moralizzatore della vita pubblica italiana. Anzi. Mafiosamente, per i suoi fini, strumentalizza tutto. Anche la mafia.
Doppiezza. È la sua seconda natura.

 

21 agosto 1980

Il "Corriere della Sera", per l'orrendo massacro di Bologna, ha ritenuto bene far scendere in campo, in armonia alla direttiva di Cossiga «la bomba è nera», il giornalista Davide Lajolo, una penna navigatissima e che conosce tutte le tempeste di una avvincente carriera.
Davide Lajolo è un antifascista purissimo. E il "Corriere della Sera" fa opera meritoria, nel dramma sanguinoso di Bologna, a portare alla ribalta un personaggio di tale fatta. Il senatore Valiani, siamo certi, da quel gentiluomo che è, non si è adontato vedendo, il giorno di ferragosto (15 agosto 1980), comparire sul "Corriere" l'articolo del già vigoroso Ulisse, lo pseudonimo, con il quale, Davide Lajolo firmava, anni fa, essendone il Direttore, gli articoli su "l'Unità".
Cosi Davide Lajolo titola articolo di ferragosto: «Le armi della politica possono sconfiggere l'Italia delle trame».
Non vi è dubbio: dati i precedenti, Davide Lajolo è un ottimo medico per curare le piaghe italiane.
* * *
Questa prosa. Ascoltate:
«Un attenti urlato nel silenzio di Palazzo Venezia ci fa irrigidire.
É nella sala. La sala è piena di Lui (le maiuscole sono nel testo - N.d.R.). Noi non esistiamo che in Lui, Legionari di Spagna.
Passa davanti ad ognuno. Lentamente. Ma quei suoi occhi paiano più grandi della sala stessa.
Profondi, lontani e vicini, buoni e terribili. Gli occhi del DUCE!
L'orgoglio di fissarsi in quelle pupille mi entusiasma, mi accende.
Ecco il DUCE è davanti a me. Guarda me. Voglio urlare il suo nome, forte come una cannonata. Ma un'onda di commozione mi assale, mi serra la gola.
Bisogna guardarlo estasiato... Si sente ancora l'attenti. Non ci si può contenere più. Bisogna urlare per non annegare sotto l'onda dei sentimenti che travolge.
«DUCE! DUCE!» L'urlo tremendo scuote la sala, ripete gli echi di tutto il Palazzo, su Roma.
«DUCE! DUCE!» e l'urlo fermava il nemico, gridava il nostro valore di italiano, la nostra intransigenza di fascisti...
Ora lo urliamo a LUI. Nel nostro grido c'è qualcosa di puro, di degno. Sono voci di trinceristi.
É ancora là, sotto la gran porta. È Cesare, davanti ai capi delle Legioni che ha mandato per il mondo nel nome di Roma...
Ci guarda a lungo. Perdiamo gli occhi in Lui. Lo vediamo anche quando s'è allontanato seguito dal nostro urlo. Lo vedremo sempre nella vita.
DUCE, un tuo cenno, e i legionari di Spagna balzeranno ancora coi garretti induriti da due anni di guerra. Essi dormono con "la testa sullo zaino" per essere ancora i volontari mistici, i guerrieri di acciaio, i Legionari di Roma».
* * *
Non emozionatevi. Sì, si tratta di uno squarcio lirico di Davide Lajolo. Il titolo dell'... opera: "Bocche di donne e di fucili". La data: 28 maggio 1939, anno XVIII. Chiediamo scusa al lettore se abbiamo dovuto epurare lo scritto. Infatti, là dove il lirismo del legionario di Spagna raggiungeva i toni della sinfonia, lo stomaco non ha retto, pensando che «costui» il PCI l'ha fatto Direttore de "l'Unità" e il "Corriere della Sera" lo lascia libero di pontificare sul fascismo!
* * *
Una volta tanto mi trovo d'accordo con il Presidente della Repubblica che davanti ai corpi straziati di Bologna, ha detto: «non ci sono più parole».
Sì, Signor Presidente, le parole non servono più. E quando queste parole le affidiamo a Davide Lajolo significa che si è toccato il fondo!
* * *
Nel marzo 1968 "l'Espresso", sotto il titolo «mio figlio vietkong», intervistò cinque illustri personaggi, padri di ragazzi «cinesi». Protagonisti: l'avvocato Adolfo Gatti, l'onorevole Bruno Corbi, i professori universitari Giorgio Spini e Bruno Zevi e il poeta Alfonso Gatto.
Di quest'ultimo conservo, in tasca, l'affermazione che, spontanea, gli uscì di bocca. È di 12 anni fa, pensate!
«Io credo», disse Gatto, «che il nostro dovere di padri non è di presentare ai giovani i nostri meriti, le nostre benemerenze e le nostre ideologie, DOBBIAMO DARGLI IL NOSTRO ESEMPIO. Dobbiamo permettergli di verificare, per esempio, se la resistenza ci ha modificato davvero nel profondo. Perché la resistenza è stata certo un atteggiamento nobilissimo, dal quale possiamo essere usciti canaglie, carogne come prima».
* * *
Canaglie, carogne. Il Senato della Repubblica il 31 luglio 1980 si è riunito per decidere se dare, o no, l'autorizzazione a procedere contro il senatore Onorio Cengarle, già ministro della Repubblica, accusato di peculato per avere lucrato interessi neri su un deposito di 10 miliardi effettuato dalla GESCAL nelle Banche di Sindona. Già il Senato il 10.XII.75 deliberò di non far processare Cengarle. Ora la posizione del senatore, pupillo di Donat Cattin, si è aggravata, in quanto è stato trovato un assegno, intestato alla moglie di Cengarle, e versato poi alla Immobiliare Edilgaia per l'acquisto di un appartamento. Il che fa pensare che il senatore, oltre prendere soldi non suoi per finanziare la corrente, li utilizzasse per i suoi affari personali o familiari. La GESCAL insomma, delegata per costruire case ai senzatetto, serviva al già ministro della Repubblica per costruirsi appartamenti. Bello, no!
Ebbene il Senato, a maggioranza, ha sentenziato: Cengarle non deve essere processato. Vada pure, beato e tranquillo, in vacanza. E così è stato.
Ciò è avvenuto il 31 luglio 1980, a poche ore dalla strage di Bologna.
* * *
Bologna: 2 agosto 1980. Povera gente, donne, bambini: massacrati.
Se ci pensate è l'Italia che amiamo: non sa di «Palazzo», spesso ha la valigia legata con lo spago. Se è intenta a vedere un po' di mondo lo fa frugalmente. Eppure l'hanno colpita! Non trovo le parole per qualificare l'episodio. È stato come colpire una scuola elementare, un asilo, un ospedale.
Quella è l'Italia che non ruba, non corrompe, non assolve gli imbroglioni, per dirla con Gatto, le carogne e le canaglie.
E l'hanno colpita. Alle spalle.
* * *
Ma c'è una logica? Cosa dice il potere, il Palazzo? Come ragiona?
«Si, è vero, siamo ladri, rubiamo da mattina a sera, nessuno ci punisce per quello che facciamo. Siamo ricchi. Di tutto: potere, denaro, arroganza. Ma nessuno attenti al nostro potere! Perché è sempre meglio essere governati da dei "ladri" che da degli "assassini"».
È la logica del massacro di Bologna?
Se così è, quei «mostri», oltre il sangue versato, hanno sulla coscienza un altro delitto: quello di lavorare per le carogne e per le canaglie di regime.

 

30 agosto 1980

Questa lettera è datata da Firenze. Porta la data del 3 Settembre 1971. Ed è indirizzata al Signor avvocato Edoardo Gaeta, Direttore Generale della Cassa di Risparmio di Firenze, Via Bufalini 12.
Ecco il testo:
«Egregio Avvocato, mi permetto segnalare con viva premura alla Sua cortesia il geometra Mario Tuti, residente a Empoli, via Cavour 48, il quale ha presentato domanda di assunzione all'Istituto di Credito Fondiario della Toscana il 28 agosto u.s.
Si tratta di persona di cui possiamo assicurare referenze molto buone e appartenente ad un'ottima famiglia.
Sarò pertanto assai grato di quanto, nei limiti del possibile, potrà essere fatto per andare incontro alla aspirazione del suddetto.
Profitto intanto della circostanza per porgerLe il mio deferente saluto.
Firmato: Ermenegildo Florit, cardinale Arcivescovo di Firenze.

Chiediamo: la DIGOS, fra gli schedati della «destra eversiva», di cui stampa e televisione parlano con abbondanza di particolari, annovera anche il già Arcivescovo di Firenze?
È stato, forse, perquisito, nelle indagini per la strage di Bologna, anche il Palazzo vescovile di Firenze?
* * *
L'arcivescovo di Firenze raccomandava il poi «ergastolano» Tuti. Non ne facciamo un dramma. Sono cose che capitano. Nelle migliori famiglie.
Il "Secolo", sempre in tema di lettere e di ergastoli, ne ha pubblicata, tempo fa, un'altra. Questa, di cui si parla, e indirizzata all'allora Ministro di Grazia e Giustizia Silvio Gava. Porta la data dell'11 gennaio 1971. Non segue le defatiganti vie della Posta italiana. Viene, dalla scrivente, affidata addirittura alle mani dello stesso interessato: Giovanni Ventura.
Vi dice qualcosa il nome? È in Argentina. La Corte di Assise di Catanzaro lo ha condannato all'ergastolo per la strage di Piazza Fontana.
Sentiamo che dice questa lettera:
«Caro Silvio, grazie dei tuoi auguri che ricambio a te, a Flora, alle piccole e a mamma. Con l'anno nuovo spero di maltrattare meno gli amici e di poter avere la gioia di passare qualche ora con voi.
L'amico che ti porta questa mia è il dott. Giovanni Ventura di Castelfranco.
È stato coinvolto, per colpa di un democristiano, ex seminarista, con la vocazione da giustiziere, con gli attentati di Milano. La polizia e la magistratura l'hanno completamente scagionato, come per me fu chiaro fin dall'inizio per quanto conosco di lui e della sua famiglia. Purtroppo quel tipo di pubblicità non gli ha giovato e ora ha qualche problema: se puoi aiutalo, te ne sarò grata; mi sento un po' colpevole, come democristiana, del male che gli hanno fatto.
Grazie, arrivederci a presto e tanti cordiali saluti anche per i tuoi. Tina».
* * *
Chi è Tina? È Tina Anselmi, partigiana combattente, più volte ministro della Repubblica italiana, nata dalla resistenza.
Anche Lei è stata schedata dalla DIGOS? Anche Lei è stata inserita nel cervellone-schedario del Ministero dell'Interno come protettrice dei «neri»?
* * *
Durissima polemica del Ministro Formica (PSI) con il Ministro dell'Interno Rognoni, con l'accusa di connivenza tra terrorismo nero e servizi segreti.
La vicenda capita a pallino. Infatti il socialista ministro Formica potrebbe (finalmente!) spiegarci i motivi per i quali, fra i condannati della cellula eversiva veneta dalla sentenza di Catanzaro, c'è il fior fiore del PSI (ho scritto: partito socialista italiano) di Castelfranco Veneto che, fra l'altro, si adoperava a... rimpiattare l'esplosivo, addirittura nella locale sede del PSI (ho scritto: partito socialista italiano).
L'opinione pubblica italiana ignora completamente queste vicende.
È vero: le ignora perchè la menzogna è la bandiera dell'informazione... democratica.
Perchè il ministro Formica, in fregola di antiterrorismo, non coopera a ristabilire la verità? Farebbe opera meritoria.
* * *
Passiamo a due note più distaccate. Sono passati 30 anni dalla morte di Cesare Pavese. Lo vogliamo ricordare anche noi, pubblicando queste sue righe, tratte da un racconto sulla guerra partigiana, "La casa in collina":
«Ho visto i morti sconosciuti, morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura di scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l'ha sparso. Guardare certi morti è umiliante. Non sono più faccende altrui; non ci si sente capitati sul posto per caso. Si ha l'impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati a vederli, a riempirtene gli occhi. Non è paura, non è la solita viltà. Ci si sente umiliati perchè si capisce, si tocca con gli occhi che al posto del morto potremmo essere noi. Non ci sarebbe differenza e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile; ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione».
* * *
Aveva ragione Pavese. Per non avere placato quei Morti, tutti i Morti, l'Italia si trova nella attuale drammatica, terribile situazione.
* * *
Immagini dalla Polonia. Quei visi della popolazione, induriti dal dolore e dalla determinazione. Quella compostezza, quasi militare, delle maestranze operaie. Il coraggio che da quelle immagini trasuda. La fede: in Dio e nella Patria. L'immagine di Wojtyla sui cancelli delle fabbriche occupate. Tutto ciò nel cuore dell'impero comunista.
Il pendolo della Storia torna a muoversi. Siamo troppo «drogati» noi Italiani per capirlo, per avvertirlo.
Non è l'America mercantile che mette in ginocchio il comunismo. È lo spirito di Roma, antica ed eterna, portato avanti da un Papa slavo, che dà alle moltitudini, sottoposte al comunismo, la forza di credere e lottare per la liberta.
È un episodio storico di incalcolabile portata.
Ricordate la celeberrima frase di Carlo Marx: la religione è l'oppio dei popoli?
Non è così. É invece la presunzione aberrante della ragione nelle mani delle burocrazie marxiste che distrugge lutto: perfino la speranza di vivere.
E la speranza rinasce riacquistando la nozione di Dio. Ed è il comunismo che comincia ora a vivere il suo dramma di intollerante surrogato della religione e di arrogante formula scientifica.
Le folle, che in un Paese retto dai comunisti, gridano libertà in nome di Dio e della Patria aprano un nuovo capitolo della Storia, un capitolo di speranza e che va al di là del materialismo marxista e capitalista.
Questa è la lezione che viene dalla Polonia. Non altro.

 

11 settembre 1980

Scrive Montanelli in "Controcorrente" (7/9/80): «Nel convento francescano di Santa Maria del Gesù di Palermo, due giovanotti hanno bussato alla porta, hanno chiesto del "fratello" Giacinto Castronovo, lo hanno raggiunto nella sua cella e lo hanno freddato con due colpi di pistola. La polizia, subito accorsa, frugando nei cassetti dell'ucciso ha trovato un crocefisso e un'arma calibro 38. Aggiorniamo i motti storici: "croce e moschetto, frate (siciliano) perfetto"».
Già, ma Montanelli tace su un particolare interessante, e cioè che nei cassetti del frate, accanto alla croce e alla P38, gli inquirenti hanno trovato le prove delle strette amicizie che il frate chiacchierato aveva con personaggi di vertice della DC: Lima, Gioia, Fasino, Carollo.
Si scrive, e si afferma che il terrorismo «o è rosso o è nero». Una cosa è certa, e cioè che la «mafia» è... molto democristiana. E la scia dei suoi morti non ha nulla da invidiare a quella del terrorismo.
* * *
Il volume quarto, tomo nove, "Documenti allegati alla relazione conclusiva della Commissione antimafia", volume che doveva uscire prima delle ultime regionali e amministrative (tipografia del Senato della Repubblica), ha visto la luce ad elezioni avvenute. Così ha voluto la Presidenza del Senato.
Siamo andati a vedere che cosa di grave quel volume conteneva e vi abbiamo trovato una serie di documenti davvero conturbanti e che mettono sotto accusa uno degli amici del frate «chiacchierato», più volte Ministro della Repubblica italiana. Per lui si è mossa, a protezione, la Presidenza del Senato.
Motivi di solidarietà correntizia?
Se è così torna di attualità quanto Leonardo Sciascia scriveva anni fa e cioè che «grazie al canale putrescente delle correnti partitocratiche, si darà sempre il caso che l'uomo politico di statura europea, moderno, di idee avanzate, ritenuto, in Italia e fuori, capace di guidare le sorti del governo e dello Stato, in Sicilia, risulti di fatto il più efficiente protettore degli uomini politici indiziati di mafia, o addirittura, della mafia».
E cosi è stato con la mancata e puntuale pubblicazione del Volume quarto, tomo nove, dal titolo: "Documentazione allegata alla relazione conclusiva della Commissione di inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia" (Doc. XXIII, n. 2 - VI legislatura).
* * *
Ma questo «comportamento», nel quadro della violenza e della criminalità che scuote l'Italia, come qualificarlo?
Sul terrorismo rosso e nero sappiamo molte cose. La sociologia tutti i giorni ne illustra le caratteristiche. Ma i rapporti fra mafia e vertice DC (con protettori vari), come catalogarli?
Costituzionalmente corretto e in sintonia con la democrazia?
* * *
Enzo Biagi ("Corriere della Sera", 4/9/80), sotto il titolo "Miracoli d'estate", così scrive: «Il senatore missino Pisanò sta conducendo sul "Candido" una campagna per dimostrare che Aldo Moro, oltre ad una eredità di pensiero, ha lasciato anche beni per trentacinque miliardi. Sull'argomento è apparsa una lettera su "Repubblica", e c'è stata una conferenza stampa, di cui solo questo quotidiano diede una breve notizia.
Può darsi che Pisanò sia un visionario, un matto, un diffamatore che tenta un subdola manovra politica, e cerca di sporcare la memoria di un morto, o la fedina penale di qualche vivo. Ma. accidenti, non c'è un parente, un amico, un compagno di fede, capace di portare l'eventuale falsario, o il denigratore, in tribunale e di farlo condannare?
L'onorevole segretario della DC non può scendere dalle vette immacolate del Trentino ed entrare in una cancelleria? Forse intendono cavarsela con la solita battuta: con certa gente non bisogna discutere, con i fascisti non si deve neppure polemizzare?
Qui non si tratta di un dibattito di pensiero sulla questione della cosa pubblica, ma di giudizi sulla vita privata. Invece, silenzio. Se io fossi un seguace di Aldo Moro, a quest'ora Pisanò me lo sarei mangiato.
Ecco un buon spunto per i nostri dilettanti della "suspence", della tensione. Non occorre molta fantasia: basta soltanto un po' di dignità».
* * *
Questa la lettera di un cittadino ad un settimanale romano, lettera in cui si chiede quale «significato» dare al «rito» a cui si è assistito sui prati di Villa Borghese, in Roma:
«Alcune sere orsono a Villa Borghese, a Roma, ho visto una decina di ragazze e ragazzi che stavano in silenzio, a testa china, mentre fissavano intensamente una grande cacata, non so se animale o umana. Siccome ero con due conoscenti con i quali volevo fare una breve passeggiata dopo avere visto un brutto film, ci siamo fermati per guardare, ma quegli strani giovani non si sono voltati. Ad un tratto il più strano di loro, tutto pelato per metà cranio e per l'altra metà capellone, ha intinto il dito nella grande cacata, poi lo ha annusato e quindi lo ha sfiorato con la lingua, esempio seguito da tutti gli altri. Dopo, tutti insieme hanno cominciato a cantare una nenia roca, bassa e sibilata, dondolandosi. A parte il fatto che quei ragazzi parevano, o erano, drogati, e quindi incoscienti e indifferenti a tutto, che specie di nuovo rito poteva essere quello?».
Devo riconoscere che la risposta è stata (ed è) pertinente: «Si tratta di un rito di merda in un'Italia latrina».
Mi domando, nel momento in cui il segretario nazionale della DC Flaminio Piccoli afferma che l'Italia, in questi ultimi trenta anni, è enormemente «progredita» ("Corriere della Sera", 7/9/80): il fondo è stato toccato?
Evidentemente, no. Infatti, il partito «cattolico», il partito della maggioranza relativa, il partito che ha la guida del paese, continua ad avere, come segretario, Flaminio Piccoli.
E i risultati si raccattano, sui prati di Villa Borghese.

 

19 settembre 1980

Giorni fa, su alcuni quotidiani, scelti con criteri politici, è apparsa, in grande su tutta la pagina, la seguente inserzione:
«Il sindaco e il Comune di Bologna, nell'impossibilità di farlo direttamente, desiderano ringraziare a un mese dalla strage, quanti hanno manifestato da ogni luogo del nostro paese e dall'estero, la loro solidarietà per le vittime e la loro amicizia per la città cosi atrocemente colpita. I cittadini di Bologna vivono con vigile coscienza la drammatica incertezza di un'ora grave nella storia del nostro paese. Essi accolgono i messaggi loro inviati come una testimonianza dell'impegno severo che le istituzioni, i lavoratori, le forze della cultura assumono per la difesa e lo sviluppo della democrazia, nata dalla Resistenza. Profonda, ancora e sempre è. la ferita prodotta, tenace la domanda di verità e di giustizia».
* * *
Tutto bene, salvo un piccolo particolare. Infatti riteniamo che il sindaco di Bologna. Renato Zangheri, sia il meno adatto a parlare in nome della Resistenza. Infatti, a quel che ci risulta, fra il 1943 e il 1944, si trovava presso il Comando del 36° Deposito nella caserma, già "Savoia" di Forlì, nelle formazioni armate della Repubblica Sociale Italiana. Con tanto di gladio ai baveri della divisa. Dopo aver giurato fedeltà alla Repubblica di Benito Mussolini.
* * *
La mancata visita di Pertini in Thailandia sarebbe dovuta, cosi scrivono i giornali, ad una improvvisa «fuga di notizie», secondo la quale il Presidente della Repubblica era intenzionato ad interessarsi (e per questa ragione al viaggio avrebbe partecipato pubblicamente, e per la prima volta, la signora Pertini che lavora nel reparto tossicodipendenti del Policlinico Gemelli a Roma) della sorte dei 32 italiani detenuti in carceri di quel paese asiatico, spacciatori di droga (uno dei quali è stato condannato all'ergastolo), e a spendere il proprio «prestigio» presso le autorità thailandesi per ottenerne la liberazione.
* * *
Dobbiamo, per amore di verità, rettificare quello che tutta la stampa nazionale ha scritto. Il Presidente Pertini, fin dal 23 agosto u.s., in una intervista a "Epoca", annunciando che sarebbe stato accompagnato dalla moglie nel suo viaggio in Cina e in Thailandia rivelava che, durante il suo soggiorno in Thailandia, avrebbe chiesto al Capo dello Stato di quel paese «un favore personale» (cosi nel testo dell'intervista): la liberazione dei giovani italiani incarcerati in Thailandia per traffico di stupefacenti.
Quindi, nessuna fuga di notizie. Il Presidente Pertini, in prima persona, aveva dichiarato i motivi per cui si recava in Thailandia.
* * *
Ed allora perchè è stato disdetto il viaggio? E che il quotidiano thailandese "Bangkok Post", alla notizia resa pubblica dallo stesso Pertini. per cui si sarebbe recato a Bangkok a chiedere la liberazione per i corrieri della droga, ha reagito duramente, scrivendo che «Qualsiasi simpatia nei confronti di questi reclusi, condannati in base alla legge thailandese, era mal riposta. La nostra simpatia -proseguiva il "Bangkok Post" (28 agosto)- è per le vittime della droga in Italia, ma non per i trafficanti. L'Italia (è sempre il quotidiano thailandese che scrive) ha il maggior numero di arrestati in Thailandia per commercio di droga: chiedere la loro liberazione sull'unica base della nazionalità è francamente razzista. La giustizia non è un prodotto negoziabile ed il governo thailandese deve essere apprezzato per gli sforzi che compie per smantellare il traffico internazionale degli stupefacenti».
* * *
La vicenda, come si vede, è tutt'altro che semplice. Qui i thailandesi intendono darci una lezione morale. Alla sottolineatura imbarazzata del Quirinale, per cui la richiesta di «liberare quei poveri ragazzi» (cosi nel testo dell'intervista rilasciata ad "Epoca") altro non era che «una azione umanitaria», si replica, senza eufemismi, da parte del quotidiano "Bangkok Post" che, notoriamente, ospita il punto di vista delle autorità thailandesi: qua si fa opera di protezione degli spacciatori di droga!
È incredibile. È incredibile che tutta la stampa italiana (dove ti sei ficcato Giorgio Bocca?) cerchi di inzuccherare, in tutti i modi, la vicenda. Si tratta di una vicenda amara, anzi, amarissima. È un serio infortunio del Presidente, molto grave perchè qui, a sua giustificazione, non c'è nemmeno «un Ghirelli» qualsiasi, ma se del caso, dovremmo chiamare in causa la consorte del Presidente, e nella sua prima apparizione pubblica.
Una pagina poco simpatica. Per tutti gli Italiani, comunque schierati. Il Presidente ci rappresenta tutti.
* * *
Quirinale. Con tanto di televisione, spalancata in tutte le case degli Italiani. Si consegnano le onorificenze di grande ufficiale, di commendatore e di cavaliere della Repubblica, agli atleti del CONI, vincitori a Mosca nelle Olimpiadi dimezzate. Pertini simpatizza. Sportivamente.
Ma il Governo italiano non aveva detto «no» alla partecipazione dell'Italia alle Olimpiadi, soprattutto per una questione «morale» rappresentata dall'aggressione sovietica all'Afghanistan?
Ora il Capo dello Stato «premia» coloro che quell'invito morale, rivolto loro in nome del popolo italiano, hanno disatteso.
Bene. Anzi, male. Ma scusate, siamo forse di carnevale?

 

25 settembre 1980

Ha scritto Piero Ostellino ("La discussione", 16.9.80): «Come è noto, la signora Pertini non si è trasferita al Quirinale ma ha preferito continuare a vivere la propria vita nel suo vecchio appartamento. Sono fatti suoi. Fintantoché sta in Italia, la signora Pertini ha il sacrosanto diritto di comportarsi come le pare e di vivere come più le piace. Non è però cosi quando la signora Pertini accompagna il marito in una visita ufficiale in un paese straniero. In questo caso, data la sua posizione, ci sono precise regole da rispettare e la signora Pertini farebbe assai bene a rispettarle per evitare di passare lei per maleducata e il paese per un paese di cafoni».
* * *
L'articolo di Ostellino. ricco di altri particolari, ha provocato le proteste di Pertini, le scuse del "Corriere della Sera", di cui Ostellino è corrispondente, le ire della signora Pertini che come le cronache della Cina testimoniano, non ha voluto parlare con i giornalisti, continuando a fare i propri comodi, strafregandosene del cerimoniale e degli ospiti cinesi. Non solo ma oltre a seguire un programma suo personale con orari diversi da quelli del marito, la prima Donna della Repubblica Italiana ha ottenuto, fra l'altro, tende speciali alle finestre perché nessun barlume di luce potesse, prematuramente, disturbare il suo sonno. Il tutto giustificato con l'affermare che la signora Pertini non è, come ha scritto Ostellino, maleducata e cafona, ma è una donna libera, come si conviene ad una «femminista» autentica, spregiudicata, anticonformista.
* * *
Circa i giudizi che dividono la grande stampa sul comportamento di Donna Carla Pertini non ci pronunciamo. Diremo che ci riesce difficile capire perchè, dato il suo temperamento anticonformista, non gradisca confrontarsi «a tu per tu» con la stampa, preferendo che gli articoli su di Lei (numerosissimi) vengano elaborati «a distanza», e tutti in chiave trionfalistica. «La Donna che ha detto no»; «Io first lady? Ci mancherebbe altro!»; «Il rifiuto di Donna Carla ha trasformato il Quirinale»; «Presidentessa Bella Ciao». Partigiana, giornalista, psicologa. «Il lavoro che fa adesso -ha scritto la "Domenica del Corriere"- l'assistenza clinica ai drogati, sarà la terza attività della sua vita, dopo il giornalismo e la guerra partigiana».
Qui c'è un errore che va subito corretto; Carla Voltolina Pertini ha svolto una quarta attività. Infatti è stata dipendente della Cassa del Mezzogiorno dal 7 marzo 1962 al 2 gennaio 1974, data in cui ha chiesto il pensionamento.
* * *
E della sua prima giovinezza? Nessuno ancora è riuscito a chiederLe se, per caso, è figlia di Nino Voltolina, un galantuomo, fondatore del fascio di Torino, squadrista fra i più noti ed entusiasti della squadra d'azione torinese "Cesare Battisti". E se la piccola Carla, che il padre portava a cavalcioni sulle spalle in ogni manifestazione come «mascotte» della "Cesare Battisti", sia effettivamente Lei, nientemeno che la prima Donna della Repubblica, cosi come è dato di vedere in una fotografia pubblicata a pagina 281 nel libro "Quattro anni di passione" (Enrico Portino - Torino, 1935. tipografia Silvestrelli e Cappelletti) dove, nel gruppo della "Cesare Battisti", è visibile Nino Voltolina, con issata sulle spalle, una bambina che molti affermano essere Donna Carla Pertini.
Sotto la fotografia è scritto che la squadra d'azione "Cesare Battisti" é in procinto di partire per la marcia su Roma.
* * *
Cose innocenti, si sa, ma che fanno «calore e colore» in un'Italia abituata a rasserenarsi nel sentirsi raccontare, fin nei minimi particolari, la vita di coloro che sono saliti ai vertici della piramide pubblica e che hanno avuto la fortuna di occuparsi di tante cose, e tutte in una volta.
Beati loro. Hanno anche il tempo di andare in Cina.

 

3 ottobre 1980

La rubrica "Rosso e nero" se un significato ha, non lo ha certo per chi redige queste note, semplice registratore di ciò che accade, ma per i fatti di costume che evidenzia, onde dimostrare come la crisi, di cui tutti soffriamo, sia profonda; e come da questa crisi non si possa uscire, se non rimeditando e riformando lo Stato che è stato «assassinato», prima ancora che nelle sue strutture, nell'animo della gente comune. Lo Stato crocefisso. E i chiodi di questa crocefissione sono stati ribattuti, con selvaggia ferocia, nell'ultima crisi di governo quando, nello spazio di pochi minuti, una maggioranza è passata a votare, a viso aperto, per il proprio governo, e poi, a viso «coperto», contro; scadendo a livelli di degradazione morale che nemmeno la mafia si sogna di raggiungere.
Ecco: le note che seguono devono essere lette in questa ottica; una crisi istituzionale che porta al disfacimento una intera società.
Crisi insanabile. Fino a quando la classe politica non avrà preso coscienza dei suoi doveri che sono quelli di servire la Nazione, non di servirsene per mantenere le proprie insolenti ricchezze e i propri intollerabili privilegi.
* * *
Il ministro dell'Agricoltura Giovanni Marcora, parlando in lingua francese, in sede CEE, terminando e volendo dire che lasciava la parola a chi aveva accanto, cosi si è espresso: «Je donne la parole a mon derriere».
Chi ha preso la parola dopo di lui, ha tenuto a sottolineare che era sua abitudine parlare e esprimersi con la bocca e non con il «derriere».
* * *
Giovanni Marcora, 58 anni, ministro dell'Agricoltura. Durante la resistenza, sui monti della Valdossola, si faceva chiamare «Albertino».
E miliardario, e non lo nasconde. E lo è da tempo. Ventidue anni fa (1958) suscitò le rimostranze dello stesso parroco del suo paese natio (Inveruno). Il sacerdote, scrivendo agli alti vertici della DC. cosi si esprimeva:
«Mi devo rendere interprete del doloroso stupore che ha colpito gli elettori locati in occasione di una recente ostentazione di ricchezza compiuta da parte di un dirigente DC che è legato ad una corrente progressista».
Il parroco si riferiva alla villa che Marcora, povero capomastro di periferia, si era costruito non lontano dal paese; una villa che venne definita (1958) «sfarzosa come quella di una diva di Hollywood».
Come era potuto avvenire il miracolo: da capomastro a miliardario, e in pochi anni?
A leggere sulla "Navicella" quello che lo stesso Marcora ha scritto di sé, nulla ci è dato sapere come abbia fatto, in breve spazio di tempo, ad accumulare tanta ricchezza. Le uniche righe, dedicate alle sue attività civili, sono queste:
«Diplomatosi nel 1942, ha svolto attività professionali ed è stato amministratore della s.p.a. CEA fino al 1968».
Niente altro. Per trovare qualcosa occorre leggere la storia che Gaetano Baldacci ha raccontato, dopo avere rotto i rapporti con il petroliere Mattei, su "ABC", relativamente alla nascita del quotidiano di Stato "Il Giorno". In detta storia è detto che il geometra Giovanni Marcora è stato un costruttore di Metanopoli.
E da li che vengono i miliardi?
Sarebbe interessante saperlo. Anche perchè apprenderemmo, e per la prima volta, la ricetta, grazie alla quale, poveri nullatenenti, per essersi messi in politica (e dalla parte giusta), in breve tempo, diventano miliardari. Perchè quella ricetta deve essere riservata solo ai vertici politici? Perchè gli elettori di base non possono usufruirne?
* * *
Giovanni Spadolini, il segretario nazionale del PRI, si è fatto ampio spazio nella pubblicistica politica. Interviste a valanga. Dappertutto. E le sue sentenze sono citate come oracoli.
Come sono lontani i tempi in cui Ugo La Malfa gli dava dell'imbecille perchè dalle colonne del "Resto del Carlino" si permetteva criticare il centrosinistra!
«Ma in fin dei conti», scrisse La Malfa il 13.XII.62 su "La Voce Repubblicana", è un segno della provvidenza che all'opposizione del centrosinistra presieda una cosi abissale stupidità».
* * *
In una delle ultime interviste, "Panorama" (8.9.80) scrive che Giovanni Spadolini, con la stessa determinazione con cui adora (sic!) il gusto di apparire in prima pagina sui quotidiani e sui rotocalchi, cosi nasconde quello che non giova al suo prestigio come, per esempio, «il suo esordio giornalistico a 19 anni: un articolo a favore del fascismo su "Italia e Civiltà"».
Occorre essere un po' più precisi. Dato che è stato "Il Secolo" a parlare, per primo, di quell'articolo, sarà bene sottolineare che quell'articolo, «a favore del fascismo», non fu l'unico; ce ne furono altri, e tutti scritti da «Giovannone» durante la Repubblica Sociale Italiana. Non solo. Ma Spadolini non si limitò a scrivere cose generiche. Anzi. Arrivò anche a dare giudizi sui partigiani e sui soldati della RSI. I secondi li definì «patrioti», i primi «straccioni», «pezzenti», «servi e lacchè», «parte più spregevole e degenerata della nostra razza». E scusate se è poco.
E non si fermò con il 25 aprile del 1945. Ad onor del vero è del 1947 (edizione l'Arco) un libro su "Sorel" con una prefazione dell'attuale segretario nazionale del PRI un inno al sindacalista rivoluzionario, anticipatore del fascismo.
Oggi su Spadolini non pesa alcuna discriminazione. Corre lungo la penisola: comizi, conferenze, dibattiti.
È dappertutto. A difendere la democrazia e la Repubblica. I comunisti lo adorano. Perché un giorno si e un altro pure, ci fa sapere che, prima o poi, Berlinguer occorre farlo governare.
Quando in Italia si dicono queste cose ci si può anche dimenticare che il proprio interlocutore ha qualificato, anni fa, i partigiani «la parte più spregevole e degenerata della nostra razza».
* * *
Su "Panorama" (1.9.80) sotto il titolo: "La stella del Sud", la vita di Alfredo Reichlin, direttore de "l'Unità".
Il settimanale progressista scrive: «Figlio di un professionista pugliese di origine svizzera e di una donna proveniente da una solida famiglia di proprietari terrieri, alto, bello, elegante, Reichlin ha fatto il gappista mentre era ancora studente del Liceo classico».
E un po' poco. Alfredo Reichlin, direttore de "l'Unità", è figlio dell'avvocato Pietro, consigliere nazionale, fondatore del fascio di Barletta. A Roma, il padre dell'elegante e bello Alfredo Reichlin, esercita la professione forense nello studio dell'avvocato Malcangi Andrea, membro della Corporazione fascista "Mare e Aria".
E da queste «circostanze» che il figlio Alfredo, da Barletta può scendere a Roma e può, cosi, diventare «la stella del Sud».
A servizio del PCI.
* * *
"l'Unità" (9.9.80) sotto il titolo «Agnelli e Ponti dicono si, ma sono solo i figli», fa della pesante ironia sulle «sfarzesche nozze» fra la figlia di Susanna Agnelli e il figlio del regista Carlo Ponti: nozze che si sono svolte -racconta "l'Unità"- «nella quiete settembrina di Monte Argentario, protette da gorilla armati, sotto la scorta di panfili di lusso attraccati nel porticciolo della splendida villa Agnelli».
«Tralasciamo -prosegue "l'Unità"- l'elenco dei nomi dei testimoni, esotico come l'addobbo della Chiesa: giunchi e bambù. Lei in bianco, lui in tight. Le loro foto campeggeranno nei giornali che la gente legge dal barbiere e dalla parrucchiera. Invano si è scrutata la piccola folla degli invitati: gli Agnelli che contano non cerano. C'era Susanna. Poco cibo per i curiosi».
"l'Unità" ha fatto male a non scrutare meglio la piccola folla degli invitati. Avrebbe scorto il comunista Calogero Mario Giardina, vice sindaco di Monte Argentario, un comune che il PCI amministra insieme al sindaco: Susanna Agnelli.
* * *
I comunisti invitano il governo italiano a boicottare la Bolivia, colpevole del «golpe fascista», il 169°, precisa "l'Unità", dal 1829, giorno dell'indipendenza della Bolivia. Dal 1829 al 1980 sono passati 151 anni. I «golpe fascisti» (secondo "l'Unità") sono stati 189, cioè più di uno all'anno.
Dobbiamo spostare date ormai consolidate. Il fascismo non è nato il 23 marzo 1919, bensì subito dopo il 1829, e in Bolivia. Cosi i comunisti. Si può essere più bischeri di cosi?

 

9 ottobre 1980

Non é assolutamente vero che i «democratici a 18 carati» dell'Italia odierna ignorassero ciò che "Candido", ormai da oltre quattro mesi, sta documentando, e cioè che Aldo Moro, oltre ad avere lasciato un'eredità di pensiero, aveva accumulato, nella sua lunga milizia politica, un patrimonio valutato oltre i 35 miliardi di lire.
È assolutamente falso che i «democratici» siano scandalizzati dalle «infamanti rivelazioni» e che, come afferma il senatore Cervone (a proposito: perché non ci racconta come nacque in Parlamento la leggina sui danni di guerra post 8 settembre 1943. leggina che, fra l'altro, stava per regalare, auspice Andreotti, ad una banda di falsari 60 miliardi di lire per danni fasulli che la "Caproni" avrebbe sofferto ad opera dei tedeschi?), «non diamo querela perché non si intende trascinare il nome di Moro in una polemica così ripugnante».
È falso. Tutto falso. Indignazioni fasulle. Sapevano, sanno tutto.
* * *
Infatti nel settimanale "Panorama" del 19.5. 80, quando "Candido" non aveva ancora iniziato a parlare delle pingui fattorie amministrate dal consigliere di Aldo Moro, Sereno Freato nel senese, si trova, sotto un titolo significativo "Perchè rubano tanto?", un dibattito a tre fra Giorgio Bocca, giornalista de "l'Espresso" e di "Repubblica", Enzo Biagi del "Corriere delta Sera" e Massimo Riva, già esperto economico del "Corriere" e oggi di "Repubblica". Ed è quest'ultimo che dice testualmente:
«Magari il finanziamento dei partiti esaurisse il problema della corruzione politica! Oltre al furto, diciamo così, subistituzionale ci sono anche i casi numerosissimi di incredibili arricchimenti personali.
Vorrei fare un esempio che è veramente paradossale. Per la sua tragica fine la vicenda di Aldo Moro ha giustamente toccato e commosso la coscienza civile di tutti gli italiani.
Però mi chiedo se sia giusto dimenticare che dietro quel personaggio non c'era soltanto un disegno politico, ma esisteva un mondo di affarismo molto spinto».
* * *
Biagi e Bocca, interlocutori di Riva, rincarano la dose sugli uomini di Stato che rubano.
Ebbene, "Candido" non aveva ancora scritto una riga su Moro miliardario. A parlarne sono tre perle del giornalismo democratico.
Perché ora, dinanzi alla documentazione prodotta, si limitano a timide uscite?
Perchè, soprattutto, data l'autorevolezza delle loro firme, non danno la dovuta «strigliata» alla Commissione parlamentare di inchiesta sulla strage di via Fani?
C'è la pista che tutti conosciamo, aperta dagli arresti operati dagli uomini del generale Dalla Chiesa. Ma perchè ignorare questo nuovo «spaccato» integrativo, straordinario e terribile insieme, per cui si scopre che dietro lo statista «grande e taciturno», dietro «il tessitore impareggiabile di nuove formule politiche», ci sono anche sostanze del valore di miliardi, tutte affidate, con una lettera di Moro trovata nel covo delle BR l'1.10.78 in via Montenevoso a Milano, all'«affettuoso e amato» Sereno Freato, consigliere prediletto dello statista pugliese?
* * *
Ha fatto benissimo Franchi ad inchiodare la Commissione di inchiesta sulla strage di via Fani su questo «spaccato», ponendola dinanzi alle proprie responsabilità. Specie se, per opportunità politiche di bassa lega, intendesse sorvolare, nella sua indagine, sui risvolti clamorosi che stanno venendo alla luce, per dirla con il giornalista Riva di "Repubblica", «dal mondo affaristico ruotante intorno ad Aldo Moro».
* * *
La requisitoria di Franchi, articolata in una serie di scottanti domande rivolte a Sereno Freato, ha suscitato le proteste di Manfredi Bosco e di Cabras, fanfaniano il primo, basista e para-comunista il secondo.
La sceneggiata di Manfredi Bosco è di difficile spiegazione. Infatti (vedi documento parlamentare del 29.XII.71 n° 4/21138, presentato da chi scrive) fu Sereno Freato a tenere i rapporti con i signori de "il Manifesto", quando costoro si resero promotori vivaci, durante l'elezione del Presidente della Repubblica del dicembre '71, di una aggressiva campagna di stampa contro Amintore Fanfani. Per settimane di seguito "il Manifesto" impallinò Fanfani come «fascista». Alla fine il Presidente del Senato dovette desistere e venne eletto Leone.
Cosa è dunque questa difesa di Sereno Freato da parte del fanfaniano Manfredi Bosco?
Per quanto riguarda Cabras Paolo, nessuna meraviglia. Più che democristiano, è un comunista, senza avere dei comunisti, nè la lucidità politica nè le qualità manovriere. È un... caprone e tale resta. E a dimostrazione di ciò c'è l'atteggiamento dei comunisti che, in Commissione, a diversità degli altri, hanno mostrato -vedremo se dura ...- la volontà di non insabbiare, ma di avere chiarimenti.
* * *
Il delitto Moro non può più essere solo e semplicemente inquadrato nel consueto cliché delle BR e del terrorismo. Il delitto Moro deve essere esaminato anche alla luce dell'interrogativo, fascinoso e terribile insieme, cosi formulato: «Ma tanta ricchezza da dove proviene?». Vero è che le BR lo hanno rapito ed assassinato, ma -come emerge sempre più chiaramente- molto poco era stato fatto ed è stato fatto per impedire che fosse rapito e poi ucciso.
* * *
Freato, si sa, e glielo ha ricordato Franchi, era il «cassiere» della corrente morotea. Perfino i rapporti diplomatici cui Moro, come Presidente del Consiglio dei Ministri o Ministro degli Esteri, presiedeva (da ricordare i suoi viaggi intorno al mondo con l'aereo personale del petroliere Attilio Monti!) venivano utilizzati dai suoi consiglieri a fini correntizi. Certe nomine, protette da Moro in ambasciate «nevralgiche» per interessi e denaro (Paesi arabi) son venute al pettine della Commissione.
«Non abbiamo tenuto noi (questo «noi» è tutto un programma) i rapporti d'affari con Iran e Arabia, lo scopra la Commissione chi li ha tenuti», urla Sereno Freato.
Sono cose da non dimenticare. Perchè sono state dette in Commissione. E verbalizzate. Nessuno se le deve dimenticare. Ma di tutta questa vicenda riparleremo presto. Proprio perchè nessuno dimentichi.

 

11 ottobre 1980

Torniamo a parlare di Sereno Freato, il «cassiere» della corrente morotea. Di Sereno Freato, della sua frenetica e sotterranea attività politico finanziaria, si era, più volte, occupato il giornalista Mino Pecorelli. assassinato, in circostanze misteriose, da un killer a Roma la sera del 20 marzo 1979.
Ci sono sulla sua "Agenzia OP" del 26 febbraio 1976 alcune note che riguardano Freato. Una, gustosa, sotto il titolo: "A proposito di indagini patrimoniali: sai che Freatura" è detto: «Nei giorni scorsi il capogruppo DC della Camera ha presentato una proposta di legge il cui obiettivo è quello di conoscere la consistenza patrimoniale dei parlamentari eletti ad ogni legislatura. Gradiremmo conoscere dall'on. Flaminio Piccoli se nella sua proposta sono compresi anche i segretari -particolari e non- di parlamentari e bigs di partiti, con particolare riferimento alla DC: a cominciare tanto per parlare chiaro da Sereno Freato. Una indagine patrimoniale sul suo conto, non dovrebbe ovviamente limitarsi a partire dall'anno corrente ma risalire al 1950. Allora sì che Sereno potrebbe dirsi veramente... Freato: di nome e di fatto!».
* * *
Poi, sempre in data 26 febbraio 1976, dopo avere scritto che Sereno Freato è più ricco dell'ex presidente della Finmeccanica. Camillo Crociani, che in soli tre anni gira sul suo conto corrente personale 18 (diciotto) miliardi di lire, Mino Pecorelli traccia del consigliere di Moro questi tre gustosi, e non tanto misteriosi, quadretti:
«Freato come Paperone. Soldino dietro soldino, giorno dopo giorno. Sereno Freato in 25 anni è riuscito ad accumulare una fortuna che non trova riscontro nella storia del lavoratore e del risparmiatore italiano. Saremmo curiosi di sapere se, nella ipotesi dannata che la Magistratura ordinaria lo richieda, all'ammiraglio Casardi (allora capo del SID) consegnerà il dossier di Freato integro ovvero punteggiato di omissis. Cioè se in tale eventualità, mutatis mutandis Moro degno erede di Agostino Depretis, il maggior corruttore della vita politica italiana, imporrà come a Miceli il vincolo del segreto politico-militare».
«Ma Freato non fa vivere... sereno Moro. Come dire: nec tecum, nec sine te vivere possum».
«Con un po' di Fantasia... Io non ho Fantasia, tu hai Fantasia, egli ha Fantasia; noi non abbiamo Fantasia, voi avete Fantasia, essi hanno Fantasia. Se Sereno Freato indovinerà il profondo senso di questa lirica, gli promettiamo di essere -nel futuro- buoni e comprensivi nei suoi confronti. Suvvia, basta un po' di Fantasia!».
* * *
Ce ne è abbastanza perché, nella ricerca della verità, si vada fino in fondo senza complessi riverenziali. Tanto più che a rendere le cose non più eludibili è stato lo stesso Sereno Freato che, davanti alla Commissione di inchiesta, sotto l'incalzare delle domande di Franchi, ha, ad un dato momento, quasi gridato, e senza che alcuno avesse fatto il nome del giornalista: «Non siamo stati noi (ecco, ritorna quel «noi» - N.d.R.) ad uccidere Mino Pecorelli!».
* * *
Allora chi è stato? Ma allora fra il delitto Moro e il delitto Pecorelli esistono connessioni?
"l'Espresso" del 21 settembre 1980 titola: «C'era una volta Piersanti Mattarella. Morì d'appalto».
L'oro pubblico che uccide. Solo in Sicilia? Ed è un oro pubblico che permette -accanto ai paesi terremotati ancora da costruire, alle strade da fare, alle dighe da impiantare, ai lavori pubblici da appaltare, e alle tangenti passate al potere politico- di riciclare il denaro sporco del traffico della droga. Non si dimentichi che la droga sta oggi alla base di tutto: forse anche della strage di Bologna. Intanto si raccattano, dappertutto, cadaveri eccellenti.
* * *
Il giornalista Riva di "Repubblica" nel dibattito promosso da "Panorama" (19.5.80), in relazione al mondo degli affari gravitanti intorno ad Aldo Moro, afferma: «Lo stato del Paese è tale che la questione morale si pone anche per i personaggi che si vogliono far passare come i più rappresentativi della Repubblica».
Giorgio Bocca incalza, rincarando la dose: «lo ho fatto parecchie volte questo esercizio. Almeno una decina degli attuali ministri ha patrimoni che non può in alcun modo giustificare con la carriera politica. C'è un ministro, per esempio, che ha enormi tenute nell'Appennino: siccome non ha fatto mai altro che l'uomo politico dove è riuscito a mettere insieme tanto denaro?».
* * *
L'oro pubblico che uccide. Non solo gli statisti. Uccide anche la Patria italiana. Occorre vederci chiaro. Fino in fondo. E senza guardare in faccia a nessuno. Nemmeno ad Aldo Moro.

 

17 ottobre 1980

"la Repubblica" di Eugenio Scalfari, ha scomodato un suo redattore, il giornalista Luca Villoresi, per inviarlo a Pisa a svolgere un servizio relativo ad una interrogazione parlamentare presentata da Franchi, Rallo, Macaluso e Trantino, deputati del MSI-DN, denuncianti, non lezioni di sesso, ma lezioni di pornografia, in una scuola elementare, la "Moretti" di Pisa.
«Macchè scandalo, il sesso in classe, è una grossolana montatura del MSI», titola, su quattro colonne, "la Repubblica". E giù battute ironiche, come definire l'interrogazione «maliziosa», pervasa da toni «eccitati e morbosi»; che è ridicolo risultare «sconvolti» dal diario di una bambina (di dieci anni - N.d.R.) che scrive di provare sensazioni piacevoli quando qualcuno «ci tira i capelli, piano piano» o «se li tocca da sola, arricciandoli intorno alle mani», «quando ci tocchiamo l'orecchio», «quando ci mettiamo il dito in bocca», «quando ci carezziamo il pene e la vagina». Tutta roba, scrive "la Repubblica", cosi normale da apparire enorme che se ne parli. Ma, evidentemente commenta il signor Villoresi, «c'è qualcuno che preferirebbe una scuola che abitui al razzismo e al mito della razza».
È la stoccata finale inferta ai quattro parlamentari missini che, la prosa de "la Repubblica" vorrebbe derisi. ridicolizzati.
* * *
Un cittadino pisano ha preso carta e penna. E, con lettera raccomandata n° 9470 del 7.10.80 (Poste della Repubblica Italiana), indirizzata al Direttore de "la Repubblica", Eugenio Scalfari, ha fatto pervenire all'estensore dell'articolo su riportato, Luca Villoresi, la seguente lettera che testualmente, senza toccare una virgola, riportiamo:
«Gentile Signor Villoresi, leggo su "la Repubblica" (4.10.80) quanto scrive sullo scandalo del sesso in classe, in una Scuola elementare di Pisa. Lei afferma: il fatto che una bambina abbia scritto che il nostro corpo è fonte di sensazioni piacevoli ha sconvolto i parlamentari del MSI. E fa dell'ironia.
Le allego alcune pagine del testo... scientifico dal quale gli insegnanti (vedi "la Nazione" del 5.10.80, sotto il titolo: "Gli insegnanti della Scuola difendono il corso sessuale") traevano ispirazione per le lezioni sul sesso a bambine e bambini di 10/11 anni.
Si soffermi, in particolare, sui seguenti punti (pagine 145-148):
1) la posizione detta dell'aretino;
2) la penetrazione dal di dietro:
3) la carezza bucco-genitale simultanea o no, altrimenti detta «69», rassicurante, afferma il testo in quanto la vagina della donna sana non ospita che il lacto bacillus acidophilus, perfettamente innocuo, presente nello yogurt. Il che ci potrebbe far dire (il commento è mio): padri e madri non più yogurt ai vostri ragazzi, ma vagine!
Il testo di cui si parla, in quanto a posizioni, è ricco di immagini e di trovate. Signor Villoresi: può scegliere. Liberamente. E Lei, che è così progressista, così a la page con l'attuale momento erotico-culturale-antifascista, perchè non applica, in famiglia, le didattiche che i due insegnanti della Scuola "Moretti" di Pisa hanno, con così lungimirante senso storico, non inventate, ma anticipate all'età della Scuola dell'obbligo?
Il testo è in armonia con quanto Lei scrive là dove afferma che occorre spazzare via le credenze dei retrogradi (Lei aggiungerebbe: «per giunta missini!»). Infatti nel testo può leggere che lo sperma, ingerito per bocca (pagina 148), non provoca, come vorrebbero le dicerie di chi non sa rendersi progressista, nè gravidanze, nè altri inconvenienti come la omosessualità.
Signor Villoresi, vada tranquillo! Non ci sono più problemi, nè pericoli (di aborto). Basta ingerire.
In quanto alla «prosa serena» della bambina di Putignano (di cui Lei parla), c'è il questionario dove la stessa alunna (10 anni) scrive, fra l'altro, quanti alunni e quante alunne hanno risposto alle domande, una delle quali sulle sensazioni del pene nella vagina. Mi dica Signor Villoresi. in tutta sincerità: se una delle tante «vagine» della Scuola "Moretti" di Pisa fosse stata di sua figlia, avrebbe ancora scritto quell'articolo?
Lei proclama: è una scuola modello, lo sono di parere diverso.
Se non la Scuola, quella classe era un casino. Con l'aggravante che nei casini di un tempo, peccaminosi e da respingere, si entrava a 18 anni, e non a sei, e sui frontoni dei quali non c'era scritto: «Scuola».
Se lo faccia dire dal suo Direttore (visto che fa dell'ironia sui Littoriali) che, oltre ad aver vissuto in camicia nera l'esperienza fascista, ha vissuto anche quella -indubbiamente- retriva delle case di tolleranza. Dalle quali però Eugenio Scalfari non è uscito nè annoiato, nè impotente. Come, ahimè, tanti giovani che, fin dall'età di 10 anni oggi imparano dalla Scuola-Casino le carezze bucco genitali e le penetrazioni dal di dietro. E che mai faranno a venti anni? A quali paradisi ricorreranno se la donna gliela hanno «massacrata» fin dall'adolescenza?».
* * *
La scuola. Se ciò accade alle elementari -dove si insegnano alle bambine di 10/11 anni le carezze bucco genitali- che dire quando si sale alla scuola specialistica e a quella universitaria?
Le cronache di tutti i giorni ci raccontano di giovani folli, assassini, mostri. Il "Corriere della Sera" (12.10.80) su tutta la pagina titola: «I sei ragazzi assassini di Walter Tobagi».
Da dove provengono? Fateci caso: dalla scuola, dai licei più rinomati, dall'Università.
Quasi tutto il terrorismo proviene dalla scuola.
E non scopro nulla, affermando che la scuola. in Italia, è stata scientificamente distrutta. E dalla classe politica e da certa Editoria che aveva bisogno, a difesa dei propri privilegi e interessi, di far fuori tutti i valori tradizionali.
Oggi l'Italia è l'unico paese, in Europa, a non avere una tradizione educativa. Non c'è più la Patria. Non c'è più la storia. Non c'è più Dio. Non c'è più passato, dal quale interrogarsi. Non c'è più una bandiera. C'è solo questo presente, illuminato dalle «cose», dagli «oggetti», dal Dio-denaro. Deserto. Il nulla. E il venirne fuori con l'ammazzare i propri simili. Mostri.
Ed ecco il dramma: i propri figli sono assassini. È la scoperta dolorosa, sconvolgente, drammatica degli antifascisti. Ma come: viveva accanto a me, in questa famiglia democratica, progressista, a la page con i tempi. È un assassino.
E se non sono assassini? Sono annoiati. E si bucano E muoiono come cani rognosi, sui marciapiedi.
Quanta responsabilità, nell'aver creato questo deserto del nulla hanno i Rizzoli, gli Agnelli, i Mondadori che, con i loro imperi culturali, hanno distrutto la Scuola come tradizione educativa?
Perchè il senatore Leo Valiani, anzichè insistere con monotonia esasperante, sulla guerra civile di trentacinque anni fa, non fa un pensierino su quanto, modestamente, scriviamo? Ci vuol dire qualcosa al riguardo? Qui ne va di mezzo l'Italia come comunità umana, storica. Rischia di perdersi, di finire. Per sempre.
Vengono i brividi. Senatore Valiani: che si fa? Che si fa, per ridare una Bandiera ai nostri ragazzi?
* * *
Leggo le cronache che raccontano, con dovizia di particolari, le vicende dei familiari degli arrestati sotto l'accusa di aver assassinato Walter Tobagi. Commoventi. Fino alle lacrime.
Quanta comprensione! Quanta umanità! Quante giustificazioni! Quanta sociologia! In fondo sono... «ragazzi», scrive il "Corriere".
* * *
Che sarebbe accaduto se quei «ragazzi», di cui al titolo del "Corriere", fossero stati di destra? Cosa avrebbero scritto? Sarebbero stati così comprensivi?
Li avrebbero chiamati «ragazzi» o «mostri»? Sarebbero ricorsi alla sociologia o, come è accaduto per le indagini di Bologna, avrebbero applicato il principio (nazista) dello «ius sanguinis», per cui sarebbero risaliti ai padri «fascisti», dimostrando l'ereditarietà del delitto e nel delitto?
Se fossero stati di destra; dell'uomo, dei suoi connotati di persona, si sarebbero dimenticati a meno, per ricordare, razzisticamente, solo la specie: sono fascisti, quindi assassini. Loro e le loro famiglie.
Meccanismi totalizzanti dei cosiddetti «democratici». Se fosse possibile fare a costoro una Wasserman intellettuale (così come scriveva Vinciguerra), per vedere quanto «fascismo» (nel senso che loro danno al termine) hanno nel sangue, si scoprirebbe che ne hanno a migliaia!
Non democratici. Razzisti.
* * *
Mi è venuto alla penna: Bologna. Già. E della strage? Mi sono rivisto alcune date. La grande retata dei «neri» avviene esattamente la vigilia dell'inaugurazione del Festival de "l'Unità" a Bologna. Le conferenze dei Giudici hanno un crescendo, via via che il Festival si svolge, per giungere all'acuto il giorno in cui Berlinguer, con il suo discorso, chiude la festa. Cantautori e strage: in sintonia. E poi? Poi, tutto ritorna silenzio. Poveri morti di Bologna. Coloro che vi hanno assassinato -mostri, qualunque camicia dicano di vestire- sono da esecrare. Ma che dire di coloro che, sulla strage, orchestrano simili strumentalizzazioni?
Come può, da costoro, venire Giustizia?

 

22 ottobre 1980

È morto Luigi Longo. Le commemorazioni hanno un senso se contengono in sè un insegnamento di vita per chi resta. Vediamo se dalla scomparsa di questo «personaggio», che "l'Unità" definisce leggendario, si possano ricavare degli insegnamenti validi per il duro presente che gli Italiani vivono.
Luigi Longo fu, per il mondo che noi rappresentiamo, un avversario duro, deciso, spietato. Non gli dispiacerà, siamo certi, questo riconoscimento da parte di chi lo ha combattuto lealmente.
* * *
Nelle elezioni politiche del maggio 1958, in occasione della presenza in Pisa di Luigi Longo per un comizio, la Federazione missina fece stampare il volantino che segue, di cui conserviamo l'originale insieme con la risposta, a dire il vero molto compassata, de "l'Unità".
Il volantino ha questo titolo: «Chi è Luigi Longo - Dedicato al PSI». Eccolo nella sua interezza:
«Chi fu nel 1936, in terra di Spagna, l'esecutore dell'ordine di Mosca, di sterminare i minatori delle Asturie, gli operai di Barcellona e di Madrid, colpevoli di ribellarsi alla "svolta" della politica sovietica, favorevole ad un ritorno alla collaborazione con i capitalisti e i borghesi?
«Chi sciolse, a colpi di mitra, i consigli operai, i comitati di fabbrica sorti nel luglio 1936 in terra di Spagna in seguito alla rivolta anti-franchista?
«Chi ridette ai vecchi "padroni" le fabbriche che erano state espropriate ed erano in possesso degli operai?
«Chi massacrò l'anarchico Camillo Berneri. Chi torturò il socialista Aldo Carlini?
«L'esecutore della repressione ha un nome: Luigi Longo.
«Socialisti, Longo non ha assassinato solo i fascisti, ma ha ucciso anche i vostri compagni. Alla stessa maniera vi assassinerà domani. Sempre per ordine di Mosca».
* * *
Ho sfogliato attentamente la stampa italiana, soffermandomi sulle commemorazioni di Luigi Longo. Più che cercare di capire, e far capire, che cosa abbia rappresentato nella vita degli Italiani questo «personaggio», stampa, radio, televisione hanno perseguito un obiettivo: carezzare il PCI di Enrico Berlinguer, con il risultato di diminuire la statura dello stesso Longo. E, dovunque, falsi storici e, soprattutto, dimenticanze.
* * *
Il record delle «dimenticanze» lo raggiunge Piero Paoli, cronista de "la Nazione", esperto, fra l'altro, di storia del MSI (nel dirne male).
Il Paoli, raccontando la vita di Luigi Longo (in chiave tutta apologetica), scrive che Longo, «dopo il Congresso di Lione del 1926, è al fianco di Togliatti, ormai capo indiscusso del PCI, dato che Gramsci inizia (sic - N.d.R) a morire nelle galere di Mussolini».
* * *
Così si racconta la storia nell'anno di grazia 1980. E dalle colonne di un quotidiano liberale che non fa mistero nel sottolineare il suo rigore nell'informazione storica. Gli archivi si sono aperti in questi anni. Consultiamoli. Non voci, ma documenti. E i documenti, sull'avvicendamento, alla testa del PCI, di Gramsci con Togliatti, parlano chiaro. E sono documenti terribili, non solo per i protagonisti diretti della vicenda, ma per tutti gli Italiani che intendano capire e sapere, e non farsi manipolare dagli specialisti dell'informazione drogata.
* * *
È vero: Gramsci, fin dal novembre 1926, è recluso nelle carceri fasciste, ma è altrettanto vero che quella non è la ragione per cui viene, nella leadership del PCI, sostituito da Togliatti. Le ragioni sono diverse e tali che, perfino oggi, tormentano la natura del comunismo italiano e no. Raccontiamole.
* * *
Togliatti nel 1926 è a Mosca, insieme a Ruggero Grieco, dove si svolge il VII plenum del Comintern. Questo plenum era chiamato a risolvere, definitivamente la contesa che si era aperta, dopo la morte di Lenin, fra Stalin e Trotzsky, fra Stalin, Zinoviev e Kamenev.
Gramsci con chi stava?
Gramsci sta con Trotzsky, Zinoviev e Kamenev. Gramsci è contro Stalin. C'è una sua protesta, inviata a Mosca nell'ottobre 1926 che, fra l'altro, dice: «Non è possibile espellere dal partito Trotzsky, Zinoviev e Kamenev. Hanno contribuito a educarci per la rivoluzione, sono nostri maestri».
Togliatti, che è a Mosca, è di parere diverso. Togliatti è dalla parte di Stalin.
E, a questo punto, che accade?
* * *
Accade che a Gramsci, recluso nel carcere di San Vittore a Milano arriva per posta normale (fateci caso: per posta normale) una lettera. È a firma di Ruggero Cricco. Il timbro di partenza: Mosca. Che dice quella lettera?
Gramsci, commentando l'accaduto, in una lettera alla cognata Tania, si chiede se «l'invio di quella missiva sia stata solo leggerezza irresponsabile o un atto criminale, un atto scellerato»; esprimendo il dubbio che chi la scrisse fosse irresponsabilmente stupido e «qualche altro», meno stupido «lo abbia indotto a scrivere».
* * *
È così che viene bruciato Antonio Gramsci. Perchè era contro la linea Stalin. Perchè Togliatti (il meno stupido) poteva diventare segretario del PCI, alla condizione che Gramsci restasse in carcere (ed ecco l'invio della lettera per via normale, in modo che la polizia la potesse leggere).
Cosi si diventa capi nel PCI. Ma quanti militanti del PCI conoscono questa storia?
Tutto questo nelle commemorazioni di Longo è taciuto. La storia del PCI, per la penna dei giornalisti borghesi, idilliaca. Ecco gli stupidi veri che disarmano, davanti al comunismo, ogni resistenza. Che infamia.
* * *
Dalla storia alla cronaca. Lo scomparso leader del PCI, Luigi Longo, sarà ricordato anche per una vicenda, non certo storica, ma molto significativa sul piano a costume.
Infatti Luigi Longo è il primo e unico cittadino italiano che sia riuscito ad ottenere dall'INPS una pensione ragguardevole (per l'esattezza 254.100 lire mensili per 13 mensilità nel 1970, cioè quando l'80% dei pensionati ISPS aveva pensioni oscillanti fra le 18.000 e le 25.000 lire, senza aver mai versato un contributo, e avendo visto la sua «pratica» evasa nello spazio di pochi giorni; tanto da provocare, da parte del Ministro del Lavoro del tempo (Donat - Cattin) sommerso dalle proteste per il caso, una censura al direttore dell'INPS, «per il disdicevole confronto con la generalità delle pratiche di liquidazione riguardanti persone in grandissima parte in condizioni economiche precarie».
* * *
C'è di più. Il periodo per cui l'INPS, grazie ad una leggina di comodo per i perseguitati antifascisti, concede la pensione a Luigi Longo va dal 1923 al 1969, cioè c'è «dentro» anche il periodo in cui -come attesta lo stesso Longo in una sua istanza del 16.6.42 diretta alla Commissione Centrale per il confino, in cui chiedeva il rilascio- il «leggendario combattente antifascista» era cittadino sovietico. Infatti Longo, nella istanza su ricordata del giugno 1942, afferma di essere cittadino sovietico, «come da regolare passaporto rilasciatogli dal servizio consolare dell'Ambasciata dell'URSS in Francia del novembre 1940»; «passaporto», scrive Longo, «ora in possesso delle autorità italiane che lo hanno avuto in consegna da quelle francesi il 26 gennaio 1942».
Dunque l'INPS, che non riesce a dare a tempo debito la pensione ai cittadini italiani che hanno lavorato 30/40 anni, compie il miracolo di farla ottenere, a tempo di record, a un cittadino che non ha mai lavorato, e che per giunta è sovietico.
* * *
Già, dimenticavo. Longo viene arrestato in Francia e consegnato alle autorità italiane nel gennaio 1942. In una lettera pubblicata da "la Stampa" (Torino, 18.3.80), è detto che Luigi Longo, con quel trasferimento dalla Francia all'Italia, ebbe salva la vita, grazie all'interessamento di Pio XII, Galeazzo Ciano e Benito Mussolini. Infatti, se fosse rimasto in Francia dove i tedeschi lo avevano condannato a morte, non avrebbe potuto ricevere gli onori che oggi l'Italia antifascista gli tributa.
Mussolini se lo fece consegnare e gli salvò la vita. Non Longo a Mussolini.

 

25 ottobre 1980

La compiutezza dell'informazione. Ho davanti a me due quotidiani, per l'esattezza "l'Unità" e "il Lavoro" di Genova.
"l'Unità" titola: «Bustarelle dei petrolieri: sei anni per decidere l'incompetenza». "il Lavoro": «Tutte le bustarelle di Garrone e Cameli, fondi neri per la raffineria in Sicilia».
«Per strappare», scrive "l'Unità", «la licenza che autorizza la realizzazione della raffineria ISAB di Melilli (Siracusa) i petrolieri genovesi Garrone e Cameli non esitarono a sborsare bustarelle per tre miliardi a numerosi esponenti e gruppi politici. Ieri i quarantatre fascicoli del voluminoso dossier sono arrivati alla Procura di Palermo. Glieli ha spediti la magistratura di Siracusa che si è dichiarata incompetente ad inquisire. Imputati per corruzione e falso in bilancio esponenti di primo piano e portaborse del centrosinistra».
Così "l'Unità".
* * *
"il Lavoro" di Genova (si vede... gioca in casa) è più preciso del quotidiano della... verità. E riporta un significativo elenco delle bustarelle distribuite. Eccolo:

DC Roma 1.000.000.000
Presidenza Assemblea Regionale Siciliana 81.000.000
PSI 100.000.000
"l'Ora" (quotidiano PCI) 70.000.000
PCI (Palermo) 30.000.000
PSIUP 30.000.000
Gullotti (ex ministro) 71.000.000
Gioia (ex ministro) 65.000.000
Nicita Santi, deputato regionale DC 20.000.000
Moncada, Pres. Amm. Prov. Siracusa (PSI) 90.000.000
Giuliano, Presidente Giunta Regionale (PSI) 90.000.000

"l'Unità" termina il servizio scrivendo che «l'insediamento della ISAB a Melilli ha comportato la cancellazione dell'abitato e il trasferimento dei cittadini in altri comuni a causa dell'altissimo grado di inquinamento».
* * *
Esatto. Però non è esatto tacere che anche il PCI, per la ISAB, ha preso soldi dai petrolieri. Tempo fa "l'Unità", a proposito degli scandali, titolava: «Tutti, meno uno», con ciò volendo dire che i soldi li prendevano tutti, meno il PCI.
Ora può titolare: «Tutti, anche il PCI». In tutta tranquillità. Infatti sta scritto nell'elenco «spese extra non documentabili», relative alla Raffineria ISAB di Melilli, elenco trovato dalla Guardia di Finanza di Genova nella casa di Giampiero Mondini, cognato del petroliere Riccardo Garrone e amministratore delegato della «Garrone Petroli spa».
* * *
L'on. Silvano Labriola, presidente del gruppo parlamentare del PSI alla Camera, ha querelato "l'Espresso", perchè accusato -ingiustamente- di avere la moglie dipendente della RAI-TV, a cinque milioni al mese.
Troviamo giusta la reazione del Labriola e corretta la sua azione per difendere la propria onorabilità.
Non dispiaccia all'illustre parlamentare se, approfittando di questa occasione, lo preghiamo di chiarirci un particolare.
È esatto, o no, che fu segretario dell'on. De Martino quando costui era vice presidente del Consiglio dei Ministri?
Ed è altrettanto esatto che quando era segretario dell'on. De Martino era anche professore universitario.
Alla cortesia dell'on. Labriola farci sapere quale dei due stipendi percepiva: quello derivante dalla sua funzione di segretario del vice presidente del Consiglio dei Ministri, o quello di professore universitario?
Grazie.
* * *
L'on. Costantino Belluscio, su "Ragionamenti" (N° 80, settembre 1980), sotto il titolo, «Ancora qualche idea su Bologna, il gioco fra il rosso e il nero», scrive:
«Il partito neofascista, il MSI, versa lacrime di coccodrillo dopo ogni attentato, esprime orrore per la violenza, ma la base del partito incoraggia i giovani neofascisti al terrorismo».
Sono parole gravi in bocca a Costantino Belluscio. Dobbiamo prenderle sul serio?
Quando venne eletto, per ringraziare i suoi elettori calabresi (lui che è nato a Cervia), fece affiggere il seguente manifesto: «Costantino Belluscio ringrazia gli elettori calabresi ed assume solenne impegno di mantenersi nella vita pubblica e privata puro, onesto e legato alle speranze della sua terra».
Un sentimentale l'on. Belluscio e un po' bugiardello. Infatti deve ancora restituire alta RAI-TV i soldi che ha preso quando, suo dipendente, non andava mai a lavorare.
Sul terrorismo, tema molto difficile anche per la penna di un Belluscio, deve stare un poco più attento. Non scriva «bischerate» e non dica bugie Se no, le raccontiamo alla gente della sua terra (anche se è di Cervia!).
* * *
È uscita per le edizioni Teti (pagine 306, prezzo lire 6.000) "l'Enciclopedia della Resistenza". Autore: il senatore Amerigo Boldrini, presidente dell'ASPI. Ai tempi di Mussolini: centurione della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale.
* * *
«A Venezia, a San Samuele c'è una trattoria, "al Barcareto", avventore frequente il fratello del ministro De Michelis. Ovvio quindi che l'oste e i clienti volessero sapere cosa sta succedendo in Italia. E De Michelis (fratello) non ha difficoltà a rispondere:
"Non c'è molto da capire: me fradeo xè pagà dai giapponesi. La Malfa dall'Avvocato"».
Così "Lotta Continua" del 20.8.80. Preciso: l'avvocato è Gianni Agnelli. Né il ministro De Michelis, né il ministro La Malfa, hanno avvertito il dovere di smentire.
* * *
È uscito dalla tipografia del Senato della Repubblica il Volume quarto, tomo dieci, della Documentazione allegata alla relazione conclusiva della Commissione antimafia.
A pagina 534 di detto volume c'è un documento (allegato n° 5) che tutti gli Italiani dovrebbero conoscere. Riporta i nomi dei soci della società a responsabilità limitata "Banca Popolare di Palermo". Sono divisi in tre categorie. E le categorie sono:
1ª) appartenenti ad organizzazioni mafiose
2ª) non alieni da legami con il mondo mafioso o, in qualche modo, indotti ad accettarli
3ª) altri soci.
Dei vari soci, divisi in tre categorie, si traccia il curriculum. Ce ne è per tutti i gusti: si va dall'associazione a delinquere, a reati contro le persone e il patrimonio, all'assassinio. Di alcuni è detto: «Ben collegati con esponenti politici a livello comunale e regionale».
* * *
Nella terza categoria, di cui sopra, c'è: Salvatore Lima, classe 1928, da Palermo, deputato nazionale poi europeo, più volte sottosegretario di Stato, andreottiano, oggi sperticato sostenitore dei comunisti al governo. È in mezzo a mafiosi, pregiudicati, condannati.
Come le tre scimmie: nessuno vede, nessuno sente, nessuno parla.
* * *
Dopo il caso Lima, capitano a proposito queste considerazioni che Gianni Brera, il giornalista sportivo, ha voluto rifasciare, a proposito della crisi dei figli, a " la Repubblica" (15.10.80).
«I ragazzi si fanno un vanto di uscire dalla nostra tutela. I miei, se vedono il football, rimettono. Seguono l'Edipo anche quando gli chiediamo di non mettere il gomito sui tavolo, e la stampa ha sempre incoraggiato queste ribellioni.
D'altra parte, i nostri valori non erano tutti andati a bagasce?
Quando i miei figli facevano i cinesi, gli ho sempre detto che erano dei piccoli borghesi, perchè, invece di lavorare per la classe operaia, se ne andavano per strada con le bandiere, sicuri dell'impunità. E loro si scandalizzavano, i cinesi, perchè lavoravo per guadagnare. Poi l'han capita.
Ma che valori gli abbiamo dato?
La Patria no. Anch'io, dopo l'8 settembre, sono stato una settimana a riflettere e poi ho pensato ai casi miei. Cosi noi abbiamo pensato di educarti con la sinistra, col pericolo che andassero oltre, come alcuni sono andati. È così, perchè l'Italia non è l'Inghilterra, non ha la regina, non ha storia, ma solo vergogne».
No, l'Italia la storia l'avrebbe, anche senza avere la Regina. È che oggi la... storia la scrive gente come Salvatore Lima. Ed è una vergogna.

 

30 ottobre 1980

L'ho chiesto. Con insistenza. Non mi hanno saputo dare una spiegazione. Perché -ho chiesto- mentre a Giscard d'Estaing, presidente della Repubblica francese i cinesi hanno fatto visitare le fabbriche, le centrali elettriche e a carbone, a Sandro Pertini, presidente della Repubblica italiana, hanno offerto la visita soprattutto degli asili infantili?
Mistero.
* * *
Sotto il titolo: «Quando vestivamo alta marinara» (che è un best-seller di Susanna Agnelli), Giancarlo Pajetta, su "l'Unità" (21.10.80), scrive: «Il nonno Agnelli, senatore, conduceva in giro per la FIAT Benito Mussolini; produceva camion per la guerra di Etiopia, per quella contro la Repubblica spagnola, per quelle che gli italiani combatterono insieme ai tedeschi. Le guerre si combattono per mare, nel cielo e per terra. «Cielo, mare e terra», era infatti il motto della FIAT. Con i dividendi di quella produzione cresceva e viveva il senatore, crescevano figli e nipoti. Un po' di quei dividendi erano serviti a sovvenzionare le squadracce delle camicie nere prima della marcia su Roma ...».
* * *
Così Pajetta (Giancarlo) inizia, nel suo articolo su "l'Unità", la storia della famiglia Agnelli. I giudizi non migliorano quando Giancarlo, dal periodo «fascista», passa a quello resistenziale e democratico. Gli Agnelli, per Pajetta, sono sempre, e con ostinazione, dalla parte dei «cattivi» contro i «buoni». Infatti, scrive Pajetta. «i piccoli marinaretti fattisi adulti (Gianni. Susanna e Umberto Agnelli - N.d.R) imparano a fare politica: le mance che erano state per i fascisti passano ad altri».
* * *
Infatti Susanna Agnelli (quella che vestiva alla marinara ai tempi di Mussolini), per governare, insieme a Guido Carli, ex governatore della Banca d'Italia ed ex Presidente della Confindustria, il Comune di Monte Argentario (comune che è fra quelli che ha la più alta percentuale di emigrati), «passa la mancia» al PCI che, per l'elemosina che riceve concede alla figlia del senatore (quello che portava Mussolini in giro per la FIAT ma non poteva dargli «mance») voti e dignità. E cosi, grazie al PCI, Susanna non si annoia e può amministrare un angolo, di paradiso. E non certo a vantaggio dei lavoratori della FIAT, ma dei miliardari, dei politici che hanno fatto quattrini, degli sfaccendati di tutte le risme.
* * *
I settori radicaloidi della stampa italiana hanno, da tempo, nel mirino, la massoneria. E non risparmiano colpi. In particolare la loggia P2 è sotto tiro. La si accusa delle cose più ignobili, non ultima quella di avere le mani nella strage di Bologna.
"Panorama" (20.10.80), sotto il titolo «Cento onorevoli massoni», scrive che la massoneria influenza i partiti laici. I massoni, scrive "Panorama", hanno il 35% del PSI nelle loro mani e influiscono sulla composizione e la durata dei governi.
* * *
Non abbiamo elementi di riscontro per stabilire se quello che scrive "Panorama" è vero. Di certo c'è che la massoneria, oltre ad avere possibilità di influire sulla formazione e composizione del governo, dimostra di condizionare anche certe nomine. Come quella di Francesco De Martino, già segretario nazionale del PSI, a presidente della Commissione di inchiesta sul caso Sindona.
A questo punto poniamo una domanda, domanda che non potrà essere elusa dalla Commissione Sindona. Può un massone, come Francesco De Martino, essere presidente di una Commissione di inchiesta nei riguardi di un altro massone (Sindona)?
Aspettiamo risposta. Da chi di dovere.
* * *
Il caso Moro. Comunque lo si affronti, nelle sedi appropriate o sui giornali, provoca scossoni sempre più tremendi. L'ultimo è quello scaturito da una intervista a "l'Espresso" di Donat Cattin.
L'ex vicesegretario nazionale della DC ha fatto due rivelazioni: la prima, che il PCI avrebbe espresso il suo gradimento perché il governo che stava per nascere, anziché a Forlani, fosse affidato all'attuale ministro dell'Interno Rognoni. E ciò perché quest'ultimo è amico del senatore comunista Pecchioli che, non da oggi, è il ministro dell'Interno «ombra» della Repubblica italiana.
La seconda, che i comunicati della DC, durante il rapimento Moro, prima di essere resi pubblici, venivano sottoposti alla supervisione del PCI, in particolare di Berlinguer.
Da qui le polemiche.
* * *
Nulla di nuovo sotto il sole. Fornicare da parte della DC con il PCI (e del PCI con la DC) è vecchia usanza, da noi sempre denunciata. Comunque siamo davanti alla profezia di Aldo Moro. Piccoli si scaglia «contro i vermi che infangherebbero la memoria dello Statista». Lo statista, delle cui attività politico-industriali ci stiamo occupando a parte, ha parlato molto chiaro prima di morire. Soprattutto agli ex amici come Piccoli. Dicendo loro: «Non vi perdonerò mai... il mio sangue, ricadrà su di voi... Non creda la DC di avere chiuso il suo problema, liquidando Moro. Io ci sarò ancora come un punto irrinunciabile di contestazione e di alternativa ...».
* * *
Quelle lettere, onorevole Piccoli. Se vi desse una sguardatina non sarebbe male. Furono definite, durante la prigionia di Moro, il parto di un uomo drogato, non più in possesso delle facoltà mentali. Oggi, davanti alla Commissione parlamentare sul caso Moro, Zaccagnini rettifica il tiro e afferma che quelle lettere sono di Moro, «nella piena facoltà di intendere e di volere».

 

7 novembre 1980

Siamo in tempi di scandali, ed ecco che si torna a parlare della necessità di varare l'operazione «tasche pulite», riproponendo l'istituzione dell'anagrafe tributaria dei signori parlamentari.
Non c'è quotidiano che non parli della cosa. E si scrive che ben sette proposte di legge, al riguardo, giacciono in Parlamento e che «la più vecchia» risale al 1974 e porta la firma dell'onorevole democristiano Lettieri.
* * *
E una bugia. Il primo progetto di legge presentato sull'istituzione di una anagrafe tributaria dei parlamentari è dell'11 giugno 1968, porta il n° 78 e la firma di chi scrive queste note. Ed è altrettanta bugia scrivere che il Parlamento, in aula, non si è mai occupato di una legge simile. Il Parlamento se ne è occupato, ed ha respinto la proposta di istituire una anagrafe tributaria dei parlamentari in quanto «legge eccezionale e discriminatoria». Ed ecco la storia.
* * *
"l'Europeo" del 26 settembre 1968, in una nota dal titolo «L'anagrafe che loro non vogliono», scrive:
«Il parlamentare toscano del MSI ha chiesto che siano rese di pubblica ragione le singole posizioni finanziarie. Secondo la proposta di legge dovrebbe essere istituita una specie di anagrafe tributaria dei membri del Parlamento. Scopo dichiarato dell'anagrafe, quello di elencare rigorosamente i redditi e i patrimoni di ogni parlamentare. Ma al totalizzatore di Montecitorio la proposta non risulta nemmeno quotata».
Così "l'Europeo" nel settembre 1968, cioè dodici anni fa.
* * *
Dunque proposta snobbata, messa in un angolo, da non considerare. Chi scrive, cioè il presentatore della proposta, fa il primo timido passo. È il 16 febbraio 1971 e l'aula della Camera dei Deputati discute il nuovo Regolamento. Siamo all'articolo 67 che tratta del Bilancio interno della Camera dei Deputati. È l'occasione adatta e presento i seguenti articoli aggiuntivi:
Art. 67
Dopo l'articolo 67, aggiungere il seguente:
Capo XIV-bis
Anagrafe tributaria dei membri del Parlamento
Art. 67-bis È istituita presso la Camera dei deputati una anagrafe tributaria dei parlamentari.
Detta anagrafe dovrà rigorosamente indicare tutti i redditi e patrimoni provenienti da terreni e fabbricati, anche della moglie; proventi di amministratori, dirigenti, revisori, sindaci di società controllate dallo Stato o no; da industrie, commerci, attività industriali e artistiche.
Art. 67-ter
La tenuta e l'aggiornamento dell'anagrafe tributaria sarà affidata alla Commissione finanze e tesoro che potrà, in tale caso, avvalersi di una sottocommissione all'uopo incaricata.
Art. 67-quater
Per l'impianto dell'anagrafe, di cui all'articolo 67-bis, il parlamentare è tenuto a presentare, entro un mese dall'entrata in vigore del presente regolamento una scheda, appositamente preparata dalla Commissione finanze e tesoro, in cui risultino i dati indicati nell'articolo 67-bis.
Inoltre gli stessi parlamentari sono tenuti ad aggiornare la predetta scheda entro 15 giorni da ogni variazione reddituaria o patrimoniale.
Art. 67-quinquies
I nomi dei parlamentari che non adempiranno alla prescrizione di cui all'articolo 67-quater saranno pubblicati nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica con comunicazione della Presidenza della Camera.
Art. 67-sexties
Ogni cittadino può prendere visione della posizione tributaria di ogni parlamentare, facendone espressa richiesta alla Segreteria generale della Camera, con domanda scritta accompagnata dai certificati di nascita e di cittadinanza del richiedente fa cui firma deve essere legalizzata dal sindaco del comune di residenza.
* * *
Presiede Sandro Pertini. Illustrando quegli emendamenti e chiedendo su essi il voto della Camera, mi permettevo di sottolineare come il recupero della stima perduta, i parlamentari dovessero guadagnarselo con l'esempio, instaurando nei confronti di se stessi la più ferrea dette intransigenze morali.
Sandro Pertini. testualmente, rispondeva: «Onorevole Niccolai. mi consenta di farle presente che, avendo ella, sull'argomento, presentato una proposta di legge, un eventuale voto contrario della Camera espresso ora, potrebbe pregiudicare la sua proposta di legge».
Al che, chi scrive, replicava: «Signor Presidente, ritiro gli emendamenti se ella sì impegna a sollecitare l'iter della proposta di legge».
Pertini, Presidente della Camera: «Lo farò, onorevole Niccolai».
Così il 16 febbraio 1971.
* * *
La proposta di legge continuò a dormire, malgrado l'impegno del Presidente della Camera. Non un cenno che qualcosa si muovesse E si giunse al 30 marzo 1971. In aula era in discussione il disegno di legge: "Delega legislativa al Governo per la riforma tributaria".
Il sottoscritto ci riprova. E presenta all'articolo 16 come emendamenti aggiuntivi, i cinque articoli, già citali, riguardanti l'anagrafe per i parlamentari. Questa volta, o mai più.
* * *
Ed ecco come si svolse la discussione. Terminata la illustrazione, il Presidente della Camera pone al relatore di maggioranza, la domanda di rito: «Qual'è il parere del relatore sugli emendamenti proposti?».
Il democristiano onorevole Bima testualmente dichiara:
«Sono nettamente contrario agli articoli aggiuntivi dell'onorevole Niccolai, perché i parlamentari in quanto cittadini come tutti gli altri, debbono essere compresi nel regime tributario generale. Attraverso le norme speciali che vengono proposte, invece, si verrebbe ad istituire una forma di discriminazione nei riguardi dei parlamentari, che certamente sarebbe offensiva. Sarebbe pertanto opportuno che l'on. Niccolai ritirasse questi emendamenti, che mi sembra siano il frutto di simpatia verso periodi passati in cui vigevano leggi e istituti eccezionali, che certamente non hanno più diritto di esistere in un regime libero e democratico come il nostro».
(Fateci caso: quando c'è qualche «porcheria» da compiere il ricorso al ventennio è d'obbligo. Quanto sono cialtroni).
* * *
Dopo il relatore di maggioranza, ecco il parere del Governo. Paria il ministro delle Finanze, onorevole Preti:
«... quindi, onorevole Niccolai, io, che pure credo di essere un uomo severissimo in materia fiscale, la invito a non insistere su questi suoi articoli aggiuntivi. In caso diverso, il Governo è contrario, non già perché sia contrario all'esigenza di moralità alla quale ella vuole ispirarsi, ma perché ritiene che queste norme eccezionali, speciali, discriminatorie, re».diciamo cosi, non abbiano assolutamente ragione di essere»
* * *
La proposta di legge per la istituzione di una anagrafe tributaria per i parlamentari fu così messa ai voti e respinta. Votarono contro tutti: dai comunisti ai democristiani. È dunque falso quanto afferma la stampa, per cui il Parlamento, per la prima volta, dovrebbe accingersi a discutere ben sette proposte di legge sulla istituzione di una anagrafe tributaria per i parlamentari. Il Parlamento si è già occupato dell'argomento. Il 30 marzo 1971. E ha respinto la proposta. In quanto discriminatoria, eccezionale, offensiva.
* * *
Sono passati nove anni. Le ruberie sono continuate. Ed oggi le norme, proposte da un missino nel 1968, e respinte dalla Camera nel 1971 in quanto «discriminatorie, eccezionali e offensive», vengono fatte proprie da tutti i gruppi politici e raccolte in ben sette proposte di legge.
La rabbia del Paese ha fatto sì che venissero ingoiate e digerite dalla classe politica. Famelica e corruttrice.
A me non resta che chiedere scusa per aver dovuto scrivere, questa volta, in prima persona. L'ho fatto per comodità di esposizione. Ma allora, come adesso, tutto il partito era d'accordo su questa iniziativa moralizzatrice.

 

9 novembre 1980

Il regime sta facendo di tutto perché la vicenda riguardante lo «scandalo dei petroli» approdi alla Commissione Inquirente. Il Palazzo vuole masticare e digerire anche questo scandalo.
Ma la Commissione Inquirente è mafia. Lo scrivo in perfetta tranquillità. Non ho l'immunità parlamentare e sono pronto a pagare le conseguenze di quello che affermo. E chi scrive afferma che la Commissione Inquirente porta la sua parte di responsabilità nell'avere contribuito a far crescere, soprattutto nei giovani, aiutando ladri, peculatori e malversatori del denaro pubblico, la rabbia, grazie alla quale, molti ragazzi sono finiti nel terrorismo.
* * *
Mi direte: come mai un giudizio così pesante? Chiedetelo agli illustrissimi membri della Commissione Inquirente. Chiedete loro perché non hanno fatto, né luce né giustizia, sullo scandalo delle aste truccate dell'ANAS nonostante l'impegno e il pungolo dei rappresentanti del MSI-DN. Ma potremmo rifarci più lontano. Ricordate lo scandalo INGIC? Dentro c'erano tutti: anche i comunisti. Lo scandalo risale, pensate, al 1954. Si era in piena guerra fredda. DC e PCI si fronteggiavano. Confronto duro, all'ultimo sangue. Eppure, mentre sul «ring» avveniva il combattimento, spettatrice la pubblica opinione, dietro la DC e il PCI si dividevano le tangenti. Di comune accordo. Alla faccia degli Italiani.
* * *
I più giovani non possono ricordare, ma i più anziani sì. E questi ultimi sanno bene che la vicenda INGIC, scoppiata con De Gasperi governante, altro non fu che la tangibile dimostrazione del «compromesso storico» fra DC e PCI. La DC gestiva l'INGIC (Istituto nazionale Imposte di Consumo) e, come tale, si presentava agli amministratori comunisti dove «questi» governavano i Comuni.
E il discorso era questo: «Sindaco, io INCIC (DC) voglio l'appalto per riscuotere, nel comune da lei amministrato (PCI), le imposte di consumo (non è male ricordare che tali imposte colpivano tutto: dal pane, alle stringhe, dalle scarpe, ai vestiti). E il sindaco (PCI), di rimando: «quanto mi date?».
* * *
Ebbene di quello scandalo di ventisei anni fa, il primo del dopoguerra e il più rivelatore dal punto di vista del costume e dei significati, non se ne fece nulla. C'è di più. Siccome in galera c'erano tutti (democristiani, comunisti, socialisti), si accordarono subito per varare, in Parlamento, e nello spazio di poche ore. una leggina che ridava, ai «ladri», la libertà. Questo nel 1954, quando Moro non aveva ancora inventato né il confronto, né le convergenze parallele, né il governo di unità nazionale.
* * *
Non a caso, anche nell'attuale scandalo dei petroli, oltre i soliti, immancabili personaggi democristiani, c'è l'altrettanto immancabile zampino comunista. Non poteva mancare. Infatti, eccolo lì Giuseppe Stante, 55 anni, sindaco comunista di Sirmione, vice presidente della Banca Popolare di Milano, nonché presidente della SOFIMI, la perla nera dell'impero di Bruno Musselli, il grande latitante dello scandalo di cui son piene le cronache.
Ricordate "l'Unità"? «Tutti, meno uno». Articolo di fondo, per dire che tutti sono ladri, meno il PCI.
* * *
Giuseppe Stante, vice presidente della Banca Popolare di Milano, sindaco comunista di Sirmione, è dentro la vicenda.
Non è una notizia di poco conto. In tempi in cui il PCI si fa promotore della moralizzazione dei consigli di amministrazione delle Banche, ecco la prova che sono... moralizzatori da strapazzo. Sono del tutto simili ai democristiani. Come due gocce d'acqua.
E non fa male sapere che la Banca Popolare di Milano, già all'attenzione per avere favorito le speculazioni più ignobili a danno anche del territorio (se vogliono particolari siamo qua pronti a fornirli), è presieduta dall'avv. prof. Pietro Schlesinger, democristiano di sinistra. È, insomma, una banca dove, da tempo, si è realizzato il compromesso storico. Tanto a te, tanto a me.
Dice Stante: «Mi sono consultato qui in Banca prima di accettare la presidenza della SOFIMI».
Potevano dirgli di no?
Il consultarsi fra DC e PCI è d'obbligo. Avveniva anche durante il sequestro Moro. Diventa una regola quando si debbono compiere delle porcherie.
* * *
Affermano che Nino Pecorelli, il giornalista assassinato a Roma il 20 marzo 1979 da un killer, oltre essere persona dai comportamenti ambigui, avrebbe, nella vicenda dei petroli, di cui pur si è occupato, parte secondaria. Insomma Pecorelli, nelle sue inchieste, avrebbe fornito, dello «scandalo», notizie labili, sfumate, inconsistenti. Chi scrive è di parere diverso. E basta un particolare.
* * *
Il generale Raffaele Giudice, comandante generale della Guardia di Finanza, il cui mandato alla testa delle Fiamme gialle scadeva nell'ottobre 1978, aveva avuto una proroga. Sarebbe rimasto nel suo incarico fino a tutto il 1979.
Perchè, di improvviso, la sua sostituzione nel novembre 1978?
* * *
Perchè Nino Pecorelli scrive sulla sua agenzia "OP", non tanto che il generale comandante della Guardia di Finanza ha il proprio figlio Giuseppe alle dipendenze di un contrabbandiere (di petrolio), Giuseppe Morelli di Civitavecchia; quanto che il «vertice della Finanza» ha rapporti continui con dei «pregiudicati». Ho scritto «pregiudicati», cioè, per essere più chiari, con persone che hanno riportato condanne penali.
Pecorelli titola i suoi articoli (1ª puntata: maggio 1978): «Petrolio e manette».
Il procuratore capo di Civitavecchia, Antonino Lojacono. può dare al riguardo, precisazioni definitive.
* * *
Nino Pecorelli non si limita a questo. Indica anche chi sono i personaggi politici amici del generale. Non si dimentichi che Pecorelli. quando scriveva queste cose, attaccava un generate (Raffaele Giudice) nella pienezza delle sue funzioni, e non in galera come è oggi.
Ecco gli amici del generate Giudice, indicati da Pecorelli: Andreotti Giulio; Evangelisti Francesco; Gaetano e Francesco Caltagirone; Arcaini Giuseppe, presidente dell'Italcasse; Alfio Marchini, palazzinaro, già segretario amministrativo del PCI; Mario Rendo, industriale siciliano; Ettore Bernabei; Mons. Fiorenzo Angelini; Pecchioli Ugo, senatore del PCI.
* * *
Nella nomina del sostituto di Raffaele Giudice a capo della Guardia di Finanza, si procede, dopo le rivelazioni di Pecorelli, in modo affannoso. Infatti, l'allora ministro delle Finanze Malfatti, precipitosamente, chiama all'alto incarico il generale Floriani, vicinissimo al pensionamento e da pochi giorni nominato presidente del Tribunale militare. Non solo, ma il generale Floriani non è compreso nella terna da cui doveva uscire il nuovo comandante generale della Guardia di Finanza.
La vicenda dimostra che il governo della Repubblica italiana, fin dal novembre 1978, conosce le accuse che si muovono al comandante la Guardia di Finanza.
Infatti lo sostituisce. E poi? E poi, silenzio.
Perché?
Forse perché il generale Giudice doveva essere ricompensato per avere tenuto «a bagnomaria», lo scandalo dell'Italcasse e quello Caltagirone?
* * *
Scrivono: Nino Pecorelli, prima di essere assassinato, poco «sapeva» dello scandalo dei petroli nel Veneto.
È falso. La sua "OP", pochi giorni prima che egli venisse assassinato, si apre con un fondo dal titolo: «Anche la magistratura contro Raffaele Giudice», dove, fra l'altro, è detto:
«A due mesi dalla rimozione (pardon: dalla mancata proroga nell'incarico) dell'ex comandante generale della Guardia di Finanza, mentre in Via Sicilia ricambiati nella quasi totalità i massimi vertici, é tornata la serenità e la calma, in casa Giudice si continuano a vivere ore di preoccupazione e di ansia.
Il figlio del generale Giuseppe, coinvolto con il petroliere Morelli in un clamoroso processo per contrabbando, non riesce a prendere sonno in attesa di drammatiche novità dal Tribunale di Civitavecchia; il padre Raffaele aguzza lo sguardo e tende l'orecchio verso Treviso, dove la locale Procura sta svolgendo una inchiesta penale che vede ufficiali della sua vecchia guardia legati ad un'altra rete internazionale di contrabbando.
A Roma, intanto, sentito il parere del PG Pascolino, il procuratore capo dr. Giovanni De Matteo, ha aperto d'ufficio un procedimento penale a carico del generale Giudice e degli alti ufficiali a lui legati negli anni passati nelle massime responsabilità di comando ...».
Pecorelli così terminava il suo fondo: «Dopo quella di Leone Giovanni, consideriamo la rimozione di Giudice e l'attenzione della magistratura all'operato del vecchio vertice della Guardia di Finanza, la nostra seconda vittoria. Ora è necessario andare avanti lungo questa strada, fare di più e meglio. Mandare in galera corrotti e imbroglioni è possibile».
* * *
Pochi giorni dopo, il corpo di Pecorelli veniva trovato davanti alla redazione della sua agenzia. Crivellato di colpi.
Dicono che fosse un personaggio ambiguo. Può essere. Ma il suo assassinio ha un significato chiaro, non ambiguo: il sasso in bocca.
I giornali scrivono: sulla scia dello scandalo dei petroli vi sono sei morti misteriose. Pecorelli è la settima?

 

15 novembre 1980

Il grande scandalo dei petroli cancella, nella memoria degli Italiani, altre vicende che pur sono indicative dei tempi che viviamo. Sembrano fatti di poco conto. Invece. a guardarli bene, sono i sintomi rilevatori della malattia che, a poco a poco, corrode la società italiana.
* * *
Una delle più alte onorificenze nel campo del lavoro generalmente inteso, onorificenza che viene conferita in forma solenne a industriali, agricoltori, banchieri, è l'ordine cavalleresco «al merito del lavoro». Istituito nel 1901, è stato riordinato con legge nel 1952.
La decorazione viene conferita dal presidente della Repubblica su proposta del ministro dell'Industria. Non se ne possono conferire più di 25 all'anno.
Particolare curioso, dati i tempi: poiché per poter entrare fra i 25 insigniti, occorre aver dato prova di laboriosità, dì talento imprenditoriale e di morale adamantina, è previsto che sul designato la Guardia di Finanza compia un'inchiesta per controllare se tutto è in ordine. È inoltre prevista la revoca della decorazione per l'insignito che se ne renda indegno.
* * *
Vediamo un po' ora come la Repubblica Italiana, nei suoi vertici più alti, ha amministrato il conferimento di questa altissima e ambitissima onorificenza, onorificenza che, dal 1901, alla fine della seconda guerra mondiale, era stata conferita a cittadini esemplari.
* * *
Se scorro l'elenco degli ultimi arrivati, fra i paladini della produttività, fra gli idealisti della fatica, trovo, fra i cavalieri, un nome che qualcosa dice: Gaetano Caltagirone.
Sbaglio, o ha avuto, anche In terra d'America (dove si era rifugiato) qualche... intoppo non gradevole?
Se vado a sfogliare i giornali, trovo che il cavaliere del lavoro Gaetano Caltagirone è stato arrestato a New York, sotto l'accusa di bancarotta fraudolenta.
Non è cosa da poco. La Repubblica italiana lo innalza ai vertici dell'Olimpo del lavoro, l'America lo schiaffa dentro come imbroglione.
Come stanno le cose?
* * *
Non sarebbe il caso di andare a vedere all'EUR, dove ha sede la federazione degli insigniti, se, per caso, il cavalierato del lavoro sia stato concesso a Gaetano Caltagirone, soprattutto perché il... costruttore era instancabile nello staccare assegni a Franco Evangelisti, tanto da riportare alla mano destra, per il troppo scrivere, un'artrosi deformante?
«Ah fra! Che ti serve?». E giù assegni.
In fondo è giusto che, per questa... laboriosità, Gaetano Caltagirone venisse premiato.
La Repubblica italiana, nata dalla Resistenza, non è fondata sul lavoro?
* * *
Andiamo oltre. La Repubblica premia, con il cavalierato del lavoro, Nino Rovelli, nome certo non nuovo. E nel campo della chimica e nelle cronache giudiziarie.
Non è stato in galera. Solo perché si è reso latitante, cioè giusto il tempo in cui i suoi amici politici potessero trovare la formula per ridargli la libertà piena.
* * *
Il suo buco all'erario pubblico è di 5.000 miliardi. Ad aiutarlo nella bisogna avrebbe contribuito anche Nino Andreatta, oggi sotto accusa per peculato, accusa ferma nella giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato.
La Repubblica italiana, per non perdere l'abitudine e mantenersi in allenamento, oltre Rovelli, ha premiato anche Andreatta. Lo ha fatto ministro. E al posto giusto. Al Tesoro.
Poi c'è Reviglio che intima: «Mascalzoni, severità! Le tasse vanno pagate! Altrimenti vi mando la Guardia di Finanza e vi metto, tutti, dico tutti, in galera!»
Per carità, Reviglio non si riferisce né a Rovelli, né ad Andreatta. Si riferisce a voi, cittadini qualunque, a voi che vi alzate presto la mattina e che, con fatica, con rabbia, mandate avanti questo paese, rapinato dai politici-ministri-peculatori e dagli industriali (con cavalierato del lavoro) fasulli e ladri.
* * *
L'elenco dei cavalieri del lavoro non è privo di sorprese. Un altro nome famoso nel settore della chimica (e delle aule giudiziarie): Raffaele Ursini.
Per settimane il presidente del Tribunale di Reggio Calabria ha scandito il suo nome: «Ursini Raffaele!». Nessuna risposta. Assente. Latitante. Per truffa.
Se andate a scorrere la sua vita, ne sarete affascinati. Bastava che il cavaliere del lavoro alzasse il telefono e chiamasse le banche di Stato perché queste, con il benestare dei ministri, sganciassero, seduta stante, miliardi. Come se si fosse trattato di noccioline.
Anche lui, dopo il cavalierato del lavoro (e il mandato di arresto) ha riottenuto la libertà di circolare. Poteva essere diversamente per un personaggio che, due anni fa, dichiarò di avere una ammirazione sconfinata per Ugo La Malfa e il PRI?
* * *
Voltiamo pagina: Giorgio Cappon, cavaliere del lavoro. Chi è costui? Presidente dell'IMI (Istituto immobiliare italiano), è colui che, come banchiere di Stato, si trova sotto processo. Per peculato. Per avere finanziato «in modo dissennato» la SIR di Nino Rovelli.
Si parla di 1.200 miliardi. Concessi al suo amico Rovelli, dallo stesso Cappon definito: «Un autentico, grosso imprenditore».
Fate un pensierino. Tanassi è andato in galera per un miliardo di tangenti. Per 1.200 miliardi Cappon circola liberamente. Fornisce consulenze.
Ed è cavaliere del lavoro. «Per avere nell'attività creditizia, con la organizzazione di efficienti entità finanziarie, contribuito allo sviluppo del complesso delle attività economiche nazionali».
Ridere o piangere? Fate voi.
La SIR: un ammasso di rovine. 10.000 lavoratori nel dramma della disoccupazione. E Cappon: cavaliere del lavoro!
* * *
Conosce il sapore della galera (scandalo dell'Italcasse) il cavaliere del lavoro Giordano dell'Amore, presidente della Cassa di risparmio delle province lombarde; va al fallimento l'industriale, cavaliere del lavoro, Maraldi a causa dello... zucchero; spicca, come incapacità manageriale e faccia tosta (liquidazione: un miliardo di lire) il cavaliere
del lavoro Mario Einaudi, presidente del defunto EGAM. Un disastro di miliardi.
E «dulcis in fundo» (poteva mancare nello scandalo di cui si parla?), il cavaliere del lavoro Bruno Musselli, latitante in Svizzera, l'amico di Moro e di Freato, il grande architetto dello scandalo dei petroli.
Anche lui: cavaliere del lavoro.
Sapete perché? Proviamo ad immaginare la motivazione. Perché i prodotti petroliferi, che uscivano dalle sue raffinerie, riuscivano, grazie alla collaborazione di generali della GdF (a lui presentati da Aldo Moro), ad evitare lunghe e tortuose formalità. Abbreviava, insomma, l'... iter delle pratiche (e soprattutto delle imposte). Esempio raro di anti-burocratismo, di efficienza nell'abolire noiosi controlli, per avere appreso che, su tutto, vale e conta coltivare le anticamere dei ministri.
Il cavalierato gli spetta. Di diritto.
* * *
Di solito i raduni e le investiture di questi benemeriti del lavoro si svolgono nel Palazzo della Civiltà all'EUR.
Perché non prevederne una sezione speciale nel carcere di Regina Coeli?

 

18 novembre 1980

Non voglio minimamente offendere né siciliani, né calabresi, quando scrivo che la mafia, come metodo di governo, è diventata il cardine della vita politica italiana. Dal Brennero a Trapani.
È una constatazione. Basta un esempio: lo scandalo dei due terremoti, quello del Belice e quello del Friuli, con le debite eccezioni, ha alla base il metodo mafioso.
E se gli Italiani, vedendo e ascoltando la RAI-TV. leggendo la stampa, non applicano, alle notizie che il regime fornisce, il traduttore «mafioso», rischiano di non capire nulla di quello che accade.
* * *
Fateci caso. Giovedì 6 novembre, "la Nazione", con un titolo su sei colonne, scrive: «Parla Lo Prete, uno dei generali della Finanza sotto inchiesta». E questo è il cosiddetto occhiello. Poi, a caratteri di scatola, titola:
«Lo scandalo c'è ma io che c'entro? Fu Moro a farmi conoscere Musselli».
È un tipico avvertimento mafioso che Lo Prete lancia. La pubblica opinione, leggendo, non ci fa caso, sorvola, non capisce. Ma capiscono benissimo coloro che sono in possesso del traduttore per rendere intelligibile il linguaggio cifrato con cui, coloro che tiranneggiano questo paese, si parlano e si intendono.
* * *
L'incontro Moro-Lo Prete-Muselli è così descritto dalla stampa. State bene a sentire.
L'intervistatore ("Corriere della Sera", 6.11.80) chiede ai generale Lo Prete:
«Musselli (il petroliere latitante, al centro dello scandalo - N.d.R.) lo conosce?»
Risposta: «Sì, me l'ha presentato Moro nel 70-71». Mi chiese di andarlo a trovare alla Camera, un incontro di cortesia. Ad un certo punto entrò un commesso e introdusse un signore che mi venne presentato. Era Musselli. Scambiammo solo qualche frase. Mi chiese se poteva permettersi di chiamarmi, venendo spesso a Roma ...». Se, leggendo queste frasi del generale Lo Prete, non si applica il traduttore mafioso, tutto appare pacifico, quasi banale. Diverso se su quelle frasi si cala il cifrario mafioso. Allora le cose assumono aspetti e significati chiari.
* * *
Infatti, Lo Prete che cosa vuol dire? Innanzi tutto sottolineare che non fu lui ad andare da Moro, ma che Moro stesso lo invitò alla Camera dei Deputati. Il motivo? Anche qui il generale è abile. Dice: non per una ragione specifica, ma così «per cortesia».
Poi, sottilmente, afferma che, quando lui colloquiava con Moro, un commesso entrò, il quale non chiese a Moro se poteva, o no, introdurre nella stanza il petroliere Musselli, ma lo introdusse senz'altro. Lo Prete (traduttore mafioso) ci vuol dire che il commesso sapeva già di dover introdurre il petroliere nella stanza dove Moro e il generale colloquiavano. «Tutto prestabilito», dice in pratica Lo Prete, con il tipico linguaggio mafioso. Era stato invitato espressamente perché incontrasse Musselli, presente Moro.
Si dirà: ma come? Moro, lo statista Moro, il taciturno Moro, si adattava a queste «manfrine»? Non è possibile.
* * *
È possibile. Anzi, in questo comportamento, c'è tutto Moro. Moro non ha mai posseduto il senso dello Stato, ma quello della «corrente» sì. Ed in sommo grado. Dalla prigione ripetutamente afferma che lui solo conta e vale. Non è possibile che, per questo straccio di Stato, mi mandiate a morte.

* * *
Mi chiederete: ma cosa si saranno detti Moro, Musselli e il generale Lo Prete? Sarà vero quello che dice Lo Prete, che vi fu solo uno scambio di cortesie?
Lo Prete probabilmente dice la verità. Moro è di origine levantina. Che bisogno ha di aggiungere parole quando, contro tutte le sue abitudini, ha concesso al petroliere Musselli il privilegio di entrare (senza nemmeno bussare) nella sua stanza, presente il generale della Finanza? Sono cose che Moro affida, rimanendo in silenzio, a Lo Prete. «È mio amico, pensaci tu». Il suo messaggio è questo. E il generale, dagli atti per cui è incriminato, dà ad addivedere di avere capito perfettamente quale era la missione che Moro gli affidava. Mafiosamente.
* * *
Ora il generale Lo Prete, già capo di Stato Maggiore della Guardia di Finanza, dà un altro avvertimento con la sua intervista:
«State attenti signori politici, non tirate troppo la corda... c'è di mezzo Moro...». Quanti Italiani, privi del traduttore mafioso, per rendere in concetti reali quella intervista, leggendola, sono arrivati a capire? Solo gli iniziati, solo i mafiosi hanno capito.
* * *
Sul "Corriere della Sera" del 2 marzo 1980 (si tratta di otto mesi fa) Gaetano Scardocchia, sotto il titolo «Nei labirinti della politica romana», cosi scrive:
«Anche Moro aveva i suoi faccendieri, taciturni, opachi, sfuggenti. E ciascuno con compiti ben definiti: Sereno Freato si occupava dei finanziamenti della corrente; Corrado Guerzoni dei rapporti con la stampa; Franco Salvi dei contatti politici. Tutta gente che parlava poco e diceva niente, ma faceva quel che occorreva fare.
Quando era Ministro degli Esteri, Moro visitò nove paesi africani viaggiando su un aereo bellissimo, un piccolo reattore americano a 12 posti, del quale noi giornalisti non riuscimmo a sapere chi era il proprietario. Anche gli altri funzionari della Farnesina lo ignoravano. Moro eluse la nostra curiosità: «Non mi occupo di queste cose, pensano a tutti i miei collaboratori». I collaboratori però tacevano. Solo qualche anno dopo venimmo a sapere che l'aereo l'aveva procurato Freato. Apparteneva ad un noto petroliere».
* * *
Così Scardocchia sul "Corriere". Anche qui, quanti Italiani, privi del traduttore-mafioso, possono capire?
Una prima considerazioni forse che il «noto petroliere» prestava a Moro (in quei giorni indicato come un pretendente alla Presidenza della Repubblica} un reattore, del valore di diversi miliardi, solo per... simpatia?
Non ce la vengano a raccontare. Dice Moro: «Io non so nulla». Pensa a tutto Freato. Sicché Moro «ignorava» che il reattore era del petroliere-editore Attilio Monti?
Non ce la vengano a raccontare.
* * *
Infatti. in questi giorni, nel groviglio delle società di Freato-Musseili (e soci) spunta Sergio Busi, attualmente (beato lui!) in vacanza alle isole Seichelles.
Chi è costui?
Scrive il "Corriere della Sera": «Sergio Busi non si occupa soltanto di attività imprenditoriali e commerciali. Egli realizza, all'ombra di Freato, un piccolo impero nel mondo dell'editoria e della pubblicità. Difatti Busi è socio nella proprietà de "il Resto del Carlino" e de "la Nazione".
Ci siamo II petroliere editore Attilio Monti, che de "il Resto del Carlino" e de "la Nazione" è socio di maggioranza con Busi, ha intestato a sé il reattore con cui Moro, alla vigilia della elezione del Presidente della Camera, gira il mondo.
* * *
Moro Freato Monti Busi. L'intermediario, il politico-statista, il petroliere editore, il faccendiere. Politica, petrolio, carta stampata, intrallazzo. È la miscela che, da anni, rovina l'Italia.
Sarebbe interessante constatare quali siano stati, e di che tipo, gli affari che nel periodo di tempo in cui Moro viaggiava sul reattore (1971), senza sapere... nulla, il petroliere-editore Attilio Monti abbia portato a termine.
* * *
Sul fronte dello scandalo, polemica fra il gruppo radicale e l'onorevole Danesi, braccio destro di Bisaglia. I radicati accusano il deputato livornese di avere dato a Mino Pecorelli, pochi giorni prima che venisse assassinato, trenta milioni.
Danesi smentisce indignato. Gli chiedono: «Ma lei conosceva il giornalista Pecorelli?»
«Si, l'ho conosciuto, o meglio l'ho voluto conoscere quando mi attaccava, ingiustamente, di usare l'auto dei ministro Bisaglia per recarmi a casa ...». Per così poco? Infatti cosa replica al sottoscritto l'onorevole Danesi quando scrive, come scrive, che il deputato livornese è solito servirsi del jet della SNAM (ENI) azienda a partecipazione statale, che, per lui, atterra all'aeroporto di Pisa?
Ma guarda un po', il destino. Anche in questo caso si tratta di petrolio.

 

22 novembre 1980

Si inizia (ed è subito rinviato) a Milano, il processo per i danni di guerra. Lo scandalo dei petroli aiuta a tenere defilata quest'altra tentata rapina del denaro pubblico, non meno grave di quella che si vive. Anche perché nella tentata-rapina, per i danni di guerra, il «noto uomo politico» c'è, con le sue impronte digitali.
In uno scantinato toscano, una banda di falsari riuscì a fabbricare carte fasulle per cui, grazie ad una concomitante leggina di comodo varata (in silenzio) dal Parlamento, si chiedevano 60 miliardi di danni per avere i tedeschi, dopo l'8 settembre 1943, requisito a varie ditte italiane 5.000 (cinquemila) fra velivoli e mezzi navali.
Tutta una truffa. È stato scritto che se i tedeschi avessero potuto disporre, in quel momento, di tanto materiale avrebbero vinto la guerra.
* * *
Il... bello della vicenda sta che, quando l'affare si mise in moto, ad accelerare la pratica, perché si addivenisse al pagamento ai falsari, fu nientemeno che il presidente del Consiglio dei Ministri del tempo, cioè Giulio Andreotti.
Ci sono le sue lettere a Malagodi perché, ministro del Tesoro, sollecitasse l'intendente di finanza di Milano ad essere solerte nell'evadere l'... imbroglio.
Ho già scritto come si difese Andreotti, quando i falsari furono scoperti.
«Sapete», disse, «di raccomandazioni se ne fanno tante... È toccato anche a me farne una... sbagliata». E così chiuse il caso.
Per molto meno il ministro di Grazia e Giustizia Rosano, ai tempi di Giolitti, si sparò.
Andreotti non si spara e fa bene. Però gusta già la presidenza della Repubblica che l'Italia, «democratica, antifascista e resistenziale», gli dovrebbe concedere. In nome della moralizzazione della vita pubblica. Comunisti plaudenti.
* * *
Franco Evangelisti, a chi gli chiedeva un'opinione sullo scandalo dei petroli, ha replicato: «E a noi che ce ne frega? Ci ha difeso nessuno quando è toccata a noi con la storia di Caltagirone? Ed allora adesso chi deve pagare, paghi!» ("l'Unità" 7.11).
Abbiamo l'impressione che non sia poi così semplice per il clan di Evangelisti. Perché nello scandalo del petrolio, anche Giulio Andreotti affiora. Non per nulla il generale latitante Lo Prete è difeso da Wilfredo Vitalone.
* * *
Il "Popolo", in relazione agli scandali che si vivono, aveva chiesto al PSI «di non farsi coinvolgere nell'assalto allo Stato democratico portato dai terroristi della P38 e della carta patinata, insieme con i peggiori rigurgiti del neofascismo».
Claudio Martelli, uomo vicinissimo a Craxi, così ha replicato: «Questi episodi, ruberie, scandali, delitti, sono connessi a lotte di potere fra correnti democristiane. Noi non facciamo parte del sistema di potere democristiano. Non ne facevamo parte prima, anche perché politicamente non eravamo nati (noi, dell'attuale gruppo dirigente socialista). Non abbiamo alcuna intenzione di metterci su una china di omertà e di passività di fronte a questa gente. Romperemo l'alleanza con la DC se non finisce questo sistema».
Al che il "Popolo" di rimando: «Si assolvono con molta disinvoltura e con formula piena, senza che esistano finora prove né prò né contro, i personaggi del PSI, i soli politici che, fino a questo momento, risultino, senza ombra di dubbio, sul libro paga dei petrolieri fraudolenti».
* * *
Qual'è la morale di questo scambio di... cortesie fra DC e PSI? I socialisti ai democristiani: siete dei ladri. Al punto che del furto e del delitto ne avete fatto sistema.
I democristiani ai socialisti: voi, puliti? Voi, fuori del sistema di potere? Non fate ridere! Ci siete dentro, fino al collo. Gli assegni dei petrolieri sono giunti fino alla direzione del PSI e ai sottosegretari di Stato, con tessera socialista.
* * *
Particolare curioso: DC e PSI sono i cardini del governo Forlani, testé varato. E, reciprocamente, si danno del furfante.
C'è da essere consolati sulla governabilità del paese, da parte di gente che, avendo la responsabilità di gestire la guida dell'Italia, si dà del «furfante», reciprocamente.
Ma è tutta una commedia. La danno a bere. Perché sono come i ladri di Pisa. Di giorno leticano. E di notte vanno a rubare. Insieme.
* * *
Particolare curioso: quando il 12 luglio 1971, davanti al Tribunale di Roma, si doveva discutere la causa SIFAR-PSI, causa che verteva sugli assegni del servizio segreto delle FF.AA. riscossi dal cassiere nazionale del PSI (onorevole Aldo Venturini), non se ne fece di nulla
Perché?
Perché venne eccepito il segreto di Stato. Da parte di Emilio Colombo, presidente del Consiglio dei Ministri: Consiglio dei Ministri che vedeva Francesco de Martino vicepresidente e ben cinque ministri socialisti nel governo.
Fu dolce (e comodo) per il PSI farsi «assolvere» dalla corrotta DC, in quel lontano 1971.
Il "Tempo" (20.7.71), in polemica con "l'Avanti!" scrisse: «Si registrò il silenzio, il vergognoso comportamento dei suoi uomini che si sono fatti coprire dal segreto di Stato per non rendere conto del denaro che si disse essere affluito nelle loro tasche dai servizi segreti delle FF.AA.».
* * *
Nel fondo del "Secolo" (18.11), sotto il titolo «Peggio del segreto», Cesare Mantovani sottolinea come il presidente del Consiglio Forlani, nel momento stesso in cui faceva il bel gesto di rinunciare al segreto di Stato sui documenti del SID trovati nell'ufficio del giornalista Pecorelli, sviliva, nel contempo, il dossier, definendolo «un insieme di carte, di appunti anonimi e illazioni»; appunti, diceva Forlani, che, essendo raccolti in fotocopie, non hanno possibilità di essere confrontati con gli originali, in quanto questi ultimi sono spariti dai cassetti del SID.
Se ci fate caso è la stessa giustificazione alla quale ricorse Aldo Moro quando, presidente del Consiglio, in una memorabile seduta alla Camera (31.1.68), onde difendere Pietro Nenni (vice presidente del Consiglio) dall'accusa di essere il percettore diretto di assegni del SIFAR, disse che le fotocopie dei mandati di pagamento del SIFAR a favore dei socialisti che venivano esibite, non potevano avere valore di prova, in quanto gli originali non esistevano più.
Come vedete la... tradizione non si interrompe. Forlani fa quello che Moro fece ieri.
Siamo, scrive giustamente Mantovani, dinanzi all'ennesima presa per i fondelli. Di tutti gli Italiani. Comunque essi la pensino.

 

26 novembre 1980

In Calabria è scoppiato lo scandalo della... mafia. E non per la presenza della mafia nella regione calabra, ma piuttosto per la presenza del PCI nella mafia.
"l'Unità" scrive che si tratta di infiltrati. Sono infiltrati con tessera del PCI, e sono numerosi. E anche feroci, se si sono spinti ad assassinare il loro capo-cellula di Rosarno, il compagno Beppe Valarioti.
Ora "l'Unità" proclama: andare fino in fondo nelle indagini per sconfiggere le cosche mafiose.
D'accordo: ma anche i mafiosi, con tessera del PCI.
* * *
Su "Gente", padre Virgilio Rotondi racconta la sua vita. Un episodio gustoso. Lo scrittore cattolico parla di aver fondato nel 1944 una associazione per adolescenti (CIDROS) e di aver sofferto, per questo fatto, aspri attacchi da parte di Pietro Nenni.
Cosa accade?
Un equivoco, spiega padre Rotondi. Infatti l'associazione aveva come bandiera questa breve preghiera in latino: «Cor Jesus Domine Rex Omnes Salva» (Cuore di Gesù, Signore Re, salva tutti).
Invece Pietro Nenni la interpretò cosi: «Con il Duce Ritorneremo. Ovunque Sempre». Risultato: un violento articolo, a firma del romagnolo, su "l'Avanti" dal titolo: «Né con il Duce, né senza il Duce». Con il seguito di una indagine promossa dal ministero dell'Interno per ricostituzione del partito fascista.
Nenni: un grande antifascista. Un po' deboluccio in latino. E troppo sospettoso.
* * *
Spadolini: Per chi ha rubato, la lezione deve essere esemplare. Cosi titola "il Giornale" una intervista con il segretario nazionale del PRI.
Ma che dire del PRI che premia, anche con la carica di sottosegretario di Stato proprio coloro che non si sono dimostrati rispettosi nell'amministrare il denaro pubblico?
* * *
Il sindaco di Bologna Renato Zangheri, in occasione della festa delle FF.AA., celebrata in Piazza Maggiore, ha fra l'altro detto:
«Continuiamo a compiere il nostro dovere, come l'hanno compiuto i militari e i partigiani che hanno combattuto per la liberazione della Patria. La Resistenza non è finita».
Dobbiamo dare atto al sindaco di Bologna di avere evitato di intrupparsi fra coloro che hanno fatto la resistenza. Infatti Zangheri ha usato parole appropriate e calcolate. Non ha detto che lui il proprio dovere l'ha fatto combattendo, con i soldati e i partigiani, la guerra di liberazione. Non avrebbe potuto provarlo. Infatti il sindaco di Bologna era su tutt'altro fronte. Era con Mussolini. Nella RSI.
* * *
Da "il Tirreno" del 9.XI.80, alcuni giudizi di Emanuele Rocco, il telecronista del Tg2 iscritto al PCI. Gli hanno chiesto, durante un dibattito alla Casa del Popolo di Venturia (LI), cosa pensava dei digiuni dei radicali.
Ecco la risposta: «I radicali digiunano 22 ore, le altre sei sono quelle riservate a "magnà"» * * *
«Come fa il Governo a chiedere sempre sacrifici a un popolo che, con i decreti e con gli inganni, viene sistematicamente spogliato? Tutti d'accordo hanno inventato perfino leggi speciali per dar quattrini ai petrolieri e per ottenere elargizioni e poi si sono assolti. Ma che prezzo ha questa libertà, come può salvarsi una Repubblica che pare abbia messo nella sua Costituzione l'imbroglio?».
Così ha scritto Enzo Biagi sul "Corriere della Sera" (6. XI. 80).
Nessun commento.
* * *
«Io sono partito da destra. Prima monarchico, poi nella Giovane Italia... Culturalmente devo tutto a "il Giorno", fino a quando non è divenuto un giornale del c... Al liceo ero radicale, mentre all'Università liberale. Nel '63 mi sono sposato. Mia moglie, ricchissima, ha risolto l'aspetto patrimoniale e io non ho avuto bisogno di comprarmi nulla... Era il '68 e il '70 ho passato le mie mattine davanti al Petrolchimico a fare quello che facevano quelli di Potere Operaio... Solo che noi non contavamo un c..., stavamo lì a prendere pedate nel cu... Quando ho appreso che il capitalismo non si scalzava con gli scioperi articolati, sono diventato riformista... Dicono che Alberto Grandi (quello della Montedison) mi abbia dato un miliardo ma non è vero... Sono stato amministratore delegato della casa editrice "Marsilio". Abbiamo preso un po' di milioni da Caracciolo... La mia fortuna politica? Il libretto rosso: "obiettivo 1980: costruire l'alternativa". La sinistra è stata la mia nave. All'inizio ero in sala macchine: un po' sporco, puzzavo, ma servivo... Tutta la mia carriera è costellata da insinuazioni... Poi ho rotto con Claudio Signorile perché lui ha portato a picco la sinistra sul caso Mozzanti. Quando sono andato alle Partecipazioni è stato un coro: "Questo qui i un bandito, adesso lo fottiamo, facciamo gli scandali, i dossier"... Sento dire che non ho esperienza di economia... È una cazzata. Sono un bravo chimico: ho dieci anni di esperienza ai "cancelli" di Porto Marghera... Sono oggi l'unico che sa che questa è un'epoca di micro-economia... Sto preparando un libro bianco che passerà alla storia... So che quando si ha potere si diventa oggetto di attenzioni interessate. Capita al faccendiere, al broker, alla puttana. Insomma c'è chi pensa di usarti... Questo è capitato a Signorile, è capitato un po' anche a Bisaglia che per questo non ha fatto una grande carriera. Craxi invece è uno che ha retto benissimo. Anche Bettino va a cena con le signore, ma non si mischia. Se sei capace, puoi essere tu a usare tutto, persino i salotti».
Sono scatti nervosi di pensiero del ministro alle Partecipazioni statali. Gianni De Michelis, in un'intervista a "Panorama".
L'Italia, con simili uomini, può dormire tranquilla.

 

30 novembre 1980

Cefalonia. Pertini ha reso omaggio ai 9.000 Italiani che a Cefalonia caddero eroicamente nelle decimazioni ordinate dai tedeschi.
Quell'omaggio da parte del Capo dello Stato era dovuto.
Come era dovuto l'omaggio agli altri soldati, che, nella guerra «sbagliata», sono caduti, altrettanto eroicamente in omaggio al dovere di servire la Patria. Ma di questi «Morti», Pertini si è dimenticato.
Poveri ed eroici Alpini della Julia che, sul Ponte di Perati, scriveste pagine di sacrificio e di eroismo inenarrabili.
Questo Presidente vi ha cancellati dalla sua memoria. Per lui non siete nemmeno nati.
* * *
Scrive il "Corriere della Sera" (23.XI): «Il Presidente della Repubblica ha salutato uno ad uno, i reduci della Acqui. C'erano una quarantina di superstiti, fra cui il generale Apollonio, triestino, allora capitano. Si salvò per caso. Divenne poi un famoso partigiano in Grecia».
No, questa non possiamo lasciarla passare. Il capitano, oggi generale, Apollonio ha subìto, alla fine della guerra, per il suo comportamento dopo l'8 settembre, un processo che è durato 14 unni.
Il 16 ottobre 1953, la Commissione di 2° grado per il riconoscimento delle qualifiche di «partigiano» con sua decisione n° 2051/SR (seduta dell'8.X.53, verbale n° 861), decise «di non poter estendere la qualifica di partigiano combattente all'Apollonio per il periodo 25.9.1943 al 30.10.44.
Perchè?
Perchè l'Apollonio, dopo il massacro di Cefalonia, entrò al servizio dei tedeschi, assumendo il Comando di 8 batterie.
* * *
Si obietterà: ma in data 14.2.76 tutto è stato composto. L'Apollonio ha avuto riconosciuta la qualifica di partigiano.
Esatto. Dal 1945 sono passati più di trenta anni, siamo nel 1976: l'Apollonio, comandante militare della Regione Toscana-Emilia, si... riscatta peregrinando in tutte le cellule della Toscana e dell'Emilia facendosi paladino dell'opportunità di chiamare al Governo il PCI. Riceve medaglie per questo e promesse. Infatti il PCI lo sostiene nella sua richiesta di essere nominato comandante generale dell'Arma dei Carabinieri.
Ora, in Italia, quando si ha l'appoggio del PCI tutti i peccati vengono cancellati. Anche quelli di aver collaborato con i tedeschi.
Questo è il famoso «partigiano» che riceve l'abbraccio del Presidente della Repubblica. Perchè Pertini non si fa portare la relazione stesa sul comportamento dell'Apollonio dal colonne/lo pilota Mario Barbi Cinti, in data 2.X.54, in qualità di presidente della Commissione riconoscimento delle qualifiche dei partigiani all'estero? Una lettura non certo riposante, ma necessaria. Per schiarirsi le idee.
* * *
Piccoli al PCI (23.XI): «La responsabilità degli scandali e del cattivo funzionamento dello Stato sono di tutti, anche del PCI che, per due anni nella maggioranza programmatico-parlamentare, ha avuto la possibilità di incidere direttamente sul sistema».
L'affermazione di Piccoli non è del tutto infondata, anche se è carente di riferimenti precisi.
Noi siamo in grado di dimostrare quello che Piccoli afferma.
* * *
Infatti il PCI governa, da quattro anni, la Camera dei Deputati. Il sottoscritto, che è stato giornalista parlamentare, ha pagato, con la sua estromissione dalla categoria (chiesta ufficialmente per motivi burocratici, ma è una scusa) la denuncia della cattiva gestione da parte del PCI della istituzione parlamentare.
Non mi dolgo di essere uscito da quella confraternita.
Valga, a dimostrazione, questo episodio.
* * *
È riunito il 29.3.1977 l'ufficio di presidenza della camera. Presiede Pietro Ingrao. A causa della scissione, solo il MSI noni rappresentato.
All'ordine del giorno: il personale della Camera in posizione precaria, cioè coloro che lavorano presso il Parlamento senza averne titolo per concorso.
Si tratta di trovare le modalità per una assunzione di massa.
Le norme vigenti lo vietano, nel modo più tassativo. ed allora a quale soluzione si perviene?
State a sentire. Si richiama in vita una norma non più in vigore del Regolamento dei servizi. La si fa vivere per l'attimo in cui si decide l'assunzione di massa e poi la si abroga di nuovo.
E così avviene. Pietro Ingrao, comunista, presidente della Camera, mette la firma sotto simile provvedimento.
È materia da Codice penale. Se un sindaco si fosse permesso un escamotage simile, sarebbe andato sotto processo.
Ecco, questi dovrebbero essere i moralizzatori del sistema DC.
No. Il PCI è del tutto simile alla DC.
* * *
Tutta la stampa è unanime: pulizia. Il presidente del Consiglio anche: saremo inflessibili contro corrotti e corruttori. I segretari dei partiti non sono da meno: via il marcio.
Giovedì 20.11.80. Si riunisce la Commissione Inquirente. È all'ordine del giorno lo scandalo dei traghetti d'oro. Imputato di eccezione: l'ex Ministro Giovanni Gioia, insieme ad altri cittadini. Si tratta di truffa aggravata continuata, peculato continuato aggravato, falsità ideologica, abuso di ufficio.
Che accade?
Questa la decisione: per il Ministro Gioia archiviazione, cioè assoluzione; per i cittadini qualunque rinvio all'autorità giudiziaria perchè siano processati.
E questo, udite udite, il giorno stesso in cui,. in aula, il presidente del Consiglio dei Ministri, afferma: faremo pulizia!
Ditemi un po': come può esservi salvezza per l'Italia quando accadono, nel Palazzo, simili mascalzonate?
* * *
È in discussione al Senato la legge di parificazione penale tra banchieri pubblici e privati. Di che si tratta?
Semplice: far si che i banchieri pubblici godano del trattamento di favore ora riservato a quelli privati. Infatti ora vi sono comportamenti che, se compiuti da banchieri pubblici, configurano il reato, se da privati no.
Il Senato esamina progetti di legge perchè tutti i banchieri siano messi alla pari.
* * *
Pare un'opera di giustizia. Così non è. Perché se questi provvedimenti legislativi venissero approvati dal Senato, i peculatori, protagonisti della vicenda dell'ITALCASSE, riceverebbero il «trattamento di favore» di vedersi cancellati i reati che hanno commesso. Lo stesso ministro Andreatta, imputato di peculato, sarebbe prosciolto.
È un esempio di come la classe politica di vertice intende fare pulizia dei corrotti. Poi si meravigliano se il Paese reale non ne può più.
* * *
Racket delle tombe a Napoli. Indiziati per corruzione: Paolo Cirino Pomicino, attualmente deputato democristiano e gli ex assessori al Comune di Napoli Vincenzo Barbato del PSDI, Michele Giaculli della DC, Alfredo Arpaia del PRI, Luigi Imbimbo dei PCI. In galera: l'assessore in carica ai cimiteri, il socialdemocratico Salvatore De Rosa.
Se ci fate caso, si tratta dell'arco costituzionale, messo su, ormai è chiaro, per rubare alle spalle del cittadino. E, come è dato constatare, l'arco costituzionale non risparmia nemmeno i morti.
* * *
Mentre scrivo: le drammatiche, dolorose notizie del terremoto. Cruda fatalità: ad essere
colpite le popolazioni più povere! Che tragedia!
La radio fa due nomi: quello del sottosegretario Di Vagno e quello dell'on. Zamberletti.
A questi fratelli così dolorosamente colpiti, l'augurio che, nella disgrazia, non debbano subirne una seconda: quella di vedere ripetere, sulle loro carni l'esperienza sofferta dai terremotati del Belice e del Friuli. Questa volta non più per colpa della natura, ma degli uomini.

 

3 dicembre 1980

Sono andato a rivedere, nella stampa del tempo, i mesi caldi del giugno-novembre 1974, quando Giulio Andreotti, ministro dimissionario della difesa, iniziò la lunga marcia che lo doveva portare ad essere il presidente del Consiglio dei ministri di un governo con il PCI nella maggioranza.
* * *
È del 12.6.74 la famosa intervista a "il Mondo" (sulla copertina del settimanale la data è del 20.6) con cui Andreotti, riscaldando al massimo i casi "Giannettini" e "Borghese", annuncia la nomina a capo del SID dell'ammiraglio Casardi.
Colpisce a destra e vira a sinistra. Nell'immediato è anche una manovra di copertura, perché sente sul collo il fiato dello scandalo "Sindona", scandalo che può rappresentare, per Andreotti, la fine politica. Ha urgente bisogno, per ripararsi, dell'ombrello comunista. E lo ottiene, trattando sulla pelle delle Forze Armate.
E una operazione di un cinismo freddo, lucido, incredibile. Fa tutto da solo. Non una parola al Presidente del Consiglio in carica. Nessuna richiesta di convocazione del Consiglio dei Ministri.
* * *
I comunisti abboccano. Di quella operazione, oggi si conoscono i risultati: la completa distruzione dei Servizi segreti. Il terrorismo avrà, per anni, via libera, grazie a quella «svolta». Si parta tanto di eversione. Eppure, in quei giorni. l'«eversore» principe è Giulio Andreotti. Pongo una domanda: le BR sono mai arrivate a tanto come effetti sull'apparato dello Stato ?
* * *
L'intervista ("il Mondo", 20.6) porta il titolo: «Questa è la verità». Torno sull'ammiraglio Casardi, oggi ricomparso agli onori della cronaca. Andreotti afferma: «Abbiamo scelto il nuovo capo del SID: è l'ammiraglio Casardi. uno che non si è fatto raccomandare».
* * *
È una bugia. Casardi è raccomandato da Giovanni Leone, presidente della Repubblica. L'ammiraglio è figlio di un ex senatore DC e ex sottosegretario di Stato. Avrebbe dovuto assumere la carica di consigliere militare del Capo dello Stato, ma dato che a quella carica si è dovuto riconfermare, per un anno, il generale Ugo Scotto Lavina, necessità vuole che si trovi per Casardi una sistemazione adeguata. E lo si chiama al SID, anche se di spionaggio non ne sa assolutamente nulla.
La nomina di Casardi da parte di Andreotti viene concordata con le sinistre e non solo con il PSI. Casardi è un uomo di tutto riposo. Rappresenta l'ideale per essere il liquidatore dei servizi di sicurezza.
* * *
Così, ahimè, accade. Oggi Casardi è in disgrazia. Ha servito e si può buttare via. Anche lui è incappato in uno dei momenti in cui Andreotti gioca il tutto per tutto. E quando Giulio si trova in simile situazione è di una ferocia senza pari.
«Io ho riferito tutto», dice Casardi. «Casardi mente«, replica Andreotti. Pollice verso. Così si tagliano le teste ai collaboratori.
Impietosamente. Sotto a chi tocca. Pagano i militari. I politici no. È una lezione che si ripete. Nessuno sembra averla appresa.
* * *
Ed ora ascoltate come Mino Pecorelli su "OP" del 19.6.74, commentava l'intervista di Andreotti a "il Mondo". Soprattutto soffermatevi sulla frase, davvero significativa, che dice: «Mai come in questo torbido momento. l'ordito di bombe e complotti (il 1974 è l'anno della strage di Brescia e dell'Italicus - N.d.R.) è legato strettamente alte trame degli uomini che vogliono col terrore mantenersi al potere».
Ed ecco, nella sua interezza, la nota di Pecorelli: «Proprio mentre Andreotti rilasciava a "il Mondo" la nota intervista sulla ristrutturazione dei vertici SID, con perfetta scelta di tempo dal Quirinale, si rincollava Rumor alla sua poltrona di palazzo Chigi. Mai come in questo torbido momento, l'ordito di bombe e complotti è legato strettamente alle trame degli uomini che vogliono col terrore mantenersi al potere. I governi si sopravvivono a colpi di mitra. Le nuove maggioranze si sperimentano e si consolidano tra stragi ed attentati. La rivalità e le divisioni dei vari cavalli di razza parcheggiati a Montecitorio, si sono da tempo riproposte in ciascuno dei cosiddetti "corpi separati" della repubblica: esistono magistrati rossi e magistrati neri, di questa corrente o di quell'indirizzo; poliziotti e superpoliziotti fedeli a destra, propensi a sinistra o obbedienti al centro; corpi che guardano un colle, corpi che guardano verso il mare. Se il romanzo d'appendice di questa repubblica è condito da Moschettieri del Re e Guardie del Cardinale, tuttavia non s'intravede nessun capace di salvarci dal caos. Per ora, su questo sfondo, un solo elemento possiamo aggiungere. Il filo di Andreotti, che ha portato Leone al Quirinale, ha stretto un altro nodo. Qualcuno sperava che dalla crisi di Rumor V potesse scaturire una qualche chiarificazione del quadro politico istituzionale. Qualcun altro, forse, puntava tutto nell'attesa di qualche miracolo sardo. Ora punto e daccapo. Abbiamo ancora perso del tempo prezioso. Non c'è più scampo per nessuno. Il fermaposto Rumor potrà rimanere sulla sua poltrona o esserne tolto. Ma la parola, mentre la crisi batte i suoi rintocchi funebri, torna ai dossiers e alle "fughe di notizie"».
Questa nota, Pecorelli la scriveva nel 1974, l'anno delle stragi. Un uomo molto addentro nelle cose del Palazzo, e non un ricattatore come si va dicendo, poteva fare queste analisi lucide; e che l'anno che finisce, il 1980, si incarica di rendere chiara a tutta la pubblica opinione. Pecorelli tentò di farsi intendere da vivo. Non ci riuscì. Ora, da morto, sì.
* * *
L'agenzia "Notizie radicali" scrive che nei primi mesi del 1976 il capitano del SID La Bruna, non consegnò a Pecorelli i documenti ma li vendette, per un congruo numero di milioni, a "l'Espresso". Infatti il settimanale Caracciolo-Fiat preannunciò una grande inchiesta sulla GdF, della quale però uscì una sola puntata. Il perchè viene così spiegato: il generale Giudice, avvertito della cosa, fece svolgere una serie di indagini fiscali negli uffici de "l'Espresso". Morale della favola: tu smetti di scrivere ed io faccio cessare l'indagine fiscale. E così fu.
"l'Espresso", furibondo, smentisce. Ma che questo fosse l'andazzo; che "l'Espresso" avesse dimestichezza con gli uffici del SID. reparto D, ce lo conferma, ancora una volta, con una nota azzeccatissima, Mino Pecorelli.
Ascoltate (è scritta il 16.XII.1974):
«Le puntuali e dettagliate "fughe di notizie", riguardanti il SID. riportate con settimanale fedeltà da "l'Espresso", hanno finito con l'interessare la magistratura delle trame, cosi impegnata a saperne di più in quanto a servizi segreti in Italia. È opinione dei magistrati che, per far chiaro su quelli che ormai chiamano "i partili del SID", sia anche necessario capirne i collegamenti con alcuni organi di stampa. Così, se per esempio è stata stupefacente la capacità di previsione dimostrata da "7 giorni Veneto", riguardo alle iniziative della magistratura padovana, è "l'Espresso" che a buon diritto si è quest'anno meritato il premio "Tromba d'oro dell'ufficio D". È a questo punto che certi nodi vengono al pettine. Come mai il solito Scialoja -proprio lui- poteva comodamente intervistare e fotografare quel Giannettini latitante a Parigi, quando questo recapito era noto soltanto a quel capitano che andava regolarmente a consegnargli lo stipendio? E il Fioroni dell'istruttoria Feltrinelli, e gli ordineristi rifugiati in Svizzera e a Madrid, è sempre stata solo farina del suo sacco?».
* * *
Può dispiacere a qualcuno, ma Pecorelli è divenuto, ormai, un punto di riferimento indispensabile per capire questi tempi costellati da ricatti, ruberie, corruzione, delitti e stragi.
È il 1974, l'anno delle stragi. A Pecorelli, autentico Don Chisciotte con venature da Cagliostro, che, con la sua Agenzia "OP", cerca di capire e far capire su quanto accade, gliene capitano di tutte: gli incendiano l'auto, lo minacciano, gli mettono sotto sorveglianza il telefono, gli perquisiscono gli uffici. È lui stesso che lo riferisce. La sua nota del 13.XII. 74 è indirizzata a "il Giorno", il quotidiano petrolifero dell'ENI. "il Giorno" scrive che la perquisizione negli uffici dell'agenzia "OP" di Mino Pecorelli ha dato esito positivo.
Pecorelli risponde con la nota dal titolo: «Bombardieri e furtaioli di Capitan Bestemmia». E così reca:
«La caserma di questa marmaglia specializzata in attentati, furti, pedinamenti, intercettazioni e quanto altro non attinente al servizio, è, come noto, ubicata in una traversa di Via Veneto. Ripetesi: traversa di Via Veneto».
* * *
Così Pecorelli. È trasparentissimo a chi si riferisce il giornalista assassinato. Il giudice Sica queste cose le sa?
È importante. Perché abbiamo l'impressione che dietro tutto l'affare, oltre Freato, Moro, Bisaglia, Andreotti, Evangelisti, Musselli, Caltagirone, e chi più sa più ne metta, ci sia la chiave per sapere anche chi, in questo dopoguerra, si è servito anche delle stragi, pur di conservare il posto. Cosi come scriveva Pecorelli.

 

5 dicembre 1980

l "Corriere della sera" del 30 novembre, titola su tre colonne: «Il sindaco di Gibellina a Pertini: dico io chi speculò sul Belice».
Incuriositi abbiamo letto d'un fiato l'articolo. Delusione. Nomi non se ne fanno e nemmeno la parola «mafia» ricorre una volta. Strano. Siamo andati a vedere la firma: Lodovico Corrao.
Ma non è il Corrao, già senatore del PCI, già assessore all'Assemblea siciliana? Proprio Lui.
Ma non è colui che, nel febbraio 1960, fu sorpreso a corrompere tre deputati della Assemblea siciliana a colpi di milioni, in cambio del voto? Proprio lui.
Ma non è colui che si è messo subito a disposizione del latitante ex-partigiano Verzotto, accusato di ladrocinii insieme al bancarottiere Sindona? Proprio lui.
Ed oggi, grazie al "Corriere della Sera", ce lo troviamo fra i... moralizzatori, in tema di terremoto.
* * *
Leo Valiani sul "Corriere" del 25 novembre, in tema di terremoto, scopre la Patria. Meglio tardi che mai. Ascoltatelo, sembra un missino:
«Il fatto più preoccupante è, in ogni modo, l'affievolimento nel Paese del patriottismo che si esprime ai vertici, quando è robusto, in genuino senso dello Stato, superiore ai partiti e alle classi o categorie sociali. La sua rinascita condiziona la saldezza della democrazia alla quale dobbiamo restare fedeli».
Quali scoperte fa fare la sofferenza. Chi l'avrebbe detto: l'antifascismo che riscopre la patria. E che afferma che senza amor di Patria si costruisce sull'acqua.
Ma dove erano questi signori quando noi, da anni e anni, definiti «disadattati», dicevamo che quando vengono meno l'orgoglio della Nazione e l'amor di Patria, nessun regime può reggere e nessuno Stato può funzionare?
Che serve ai terremotati il lassismo, l'inefficienza, l'obiezione di coscienza, la retorica dell'anti-divisa, l'ammaina bandiera, l'odio per il soldato, l'esaltare solo i diritti e non i doveri?
I più poveri. I più maledetti. I più disperati. I più abbandonati. Sono loro che, sulle loro carni, sperimentano che cosa ha significato disarmare, moralmente e materialmente, l'Italia, privandola della sua bandiera.
La resa al terremoto. E cosi è stato.
* * *
«L'Italia mal fatta del 1861 sì è consolidata e gli Italiani attesi da D'Azeglio e da Cavour ci sono, con i loro vizi e le loro virtù, ma omogenei come mai, prima nella storia. Occorreva forse un ultimo salto di qualità verso questa convergenza nazionale e civile e probabilmente la causa maledetta del terremoto avrà questo buon effetto. Quando uno dei miei figli mi ha annunciato, come decisione presa, non discutibile da un parente, che andava ad Avellino con le squadre di soccorso, mi è passata per l'anima una reminiscenza da padre fiero di un figlio virtuoso incontrato, negli anni verdi, nel "Cuore" di De Amicis. Questo libro ipocrita, conformista, feroce, come ci ha insegnato il paradosso di Umberto Eco: ma altro di meglio per fondare le Nazioni e per conservarle non si è ancora trovato. La virtù è stupida, ma necessaria».
Così Giorgio Bocca su "la Repubblica" del 26 novembre.
Già, le virtù stupide. Chi le ha conservate in Italia se non noi. i reietti, i ghettizzati, i «fascisti»?
Virtù stupide, ma necessarie. Per fondare e conservare le Nazioni.
* * *
Sono andato a rileggere il dibattito che il 5 novembre 1970 (dieci anni fa e trentacinque dal 1945) si svolse alla Camera dei Deputati sulla legge della protezione civile.
A Franchi, che era intervenuto e che aveva fatto notare la genericità del provvedimento che si portava avanti anche rispetto alla vecchia legge del 1926. il deputato democristiano Bernardi replicava con ironia. Facendo notare che non era possibile rifarsi del tutto ad una legge nata, diceva Bernardi, «quando io avevo tre anni» e quando la vita di tutti noi è intessuta oggi di progressi enormi. Come è possibile, diceva il deputato democristiano, richiamare, per esempio, l'articolo due della vecchia legge del 1926 che stabilisce «che il Ministro dell'Aeronautica, appena ricevuta comunicazione dell'evento disastroso, dispone, senz'altro immediate ricognizioni aeree allo scopo di determinare l'estensione delle zone colpite»? Sarebbe ridicolo, affermava Bernardi.
Tanto ridicolo che su "il Giornale" (29. XI), sotto il titolo «Un esercito disarmato contro i disastri», trovo testualmente scritto: «Per evitare errori e ritardi sarebbe bastata una immediata rilevazione fotografica dall'alto».
Quella norma del 1926 venne cancellata nel 1970. Era antidemocratica. Ed è stata epurata. Con te conseguenze che tutti vedono.
* * *
«La DC, erede di uno Stato malato, ha aggravato la sua malattia, ha sradicato ad esempio le capacità tecniche che in esso c'erano, introdottevi dallo stesso fascismo, e le ha sostituite con la burocrazia passacarte dei crediti e delle erogazioni. Così Giuliano Amato su "la Repubblica" (1 dicembre) Ma cosa sta accadendo? Cosa è questo improvviso rinsavimento antifascista?
* * *
«Sbarcano i tedeschi del battaglione cinofilo, attrezzatissimi. I loro stivali neri sono lucenti. Il berretto è a visiera alta. Scattano tutti rapidi come orologi. Sembra un film sui fatti del '43. Agli italiani non piacciono quei modi: un maggiore dell'Aeronautica commenta: «Se uno di noi trattasse così gli avieri, ma sai quanti vaffanculo si prenderebbe ...» ("la Repubblica", Paolo Guzzanti, 2.XII).
Si. è vero, ma è altrettanto vero che la credibilità internazionale della Germania (che ha quei soldati) è un tantino migliore della nostra. C'è qualcosa di più: quando vite umane sono in pericolo è molto più probabile che l'esercito germanico, con la sua efficienza, riesca a salvarle; meno, quello di casa nostra.
* * *
«Chi ha preso in mano la situazione del trasporto aereo è il generale Franco Pisano. Quest'uomo è stato nominato "dictator coelis" da Zamberletti, il quale sempre più si fida dei militari e diffida dei civili, specie se politici ...» (idem).
Già, non riusciamo più ad avere notizie degli Organi regionali. Come stanno in salute? E dove sono finite le autonomie? Il decentramento è stato ritrovato? Crollati anche loro sotto le case?
In attesa, ecco i militari. E se non ci fossero stati loro, cosa sarebbe accaduto nelle zone terremotate?
C'è qualcuno che se la sente di intonare qualche nenia antimilitare?
* * *
«Arriva un maggiore, si butta su una sedia, è stremato. Racconta di essere atterrato con grande rischio su una strada, per poter portare urgenti soccorsi. Gli si sono radunati intorno alcuni giovanotti con le mani in tasca. Lui ha chiesto aiuto per scaricare, quelli hanno girato i tacchi ed è finita con quattro schiaffoni: i giovanotti alla fine hanno scaricato». (idem)
Vecchi comportamenti, vecchi metodi, salutari. Li registra, senza scomporsi, la stampa democratica e antifascista.
Ma che sta succedendo?
* * *
«Perché non avete mandato i paracadutisti della Folgore che sono abituati a muoversi in tempi brevissimi? Ci abbiamo pensato, appena aperta la sala operativa la sera del terremoto: bastava l'ordine e avrebbero raggiunto Viterbo in tempo per imbarcarsi con almeno una compagnia per volta sugli Chinook, che sono partiti di primo mattino. Ma farlo di nostra iniziativa... Per anni la Folgore è stata diffamata, come se fosse un covo di... lei lo sa». ("il Corriere della Sera", lunedì 1 dicembre)
E così, perché i paracadutisti della Folgore sono definiti «fascisti», la sera del disastro non sono stati impiegati.
Questi sono autentici delitti. E non li paga, come al solito, la classe politica, colpevole della diffamazione che poi viene a colpire l'efficienza dei reparti. Li paga la povera gente della Campania e della Basilicata.

 

9 dicembre 1980

Laviano. «In silenzio Pertini percorre la sua via crucis anche quando un uomo, sbucato dalle rovine, alla vista di quel corteo di signori, senza sapere neppure chi sono, si mette a gridare: "Non passeggiate, non è uno spettacolo, merde, merdacce, io tengo mia moglie lì sotto, sono due giorni che urla"»
* * *
Questo, insieme alla constatazione che il Papa non aveva ricevuto insulti quando si è recato sui luoghi del disastro, è stato forse il movente scatenante la ormai famosa invettiva di Pertini alla televisione di Stato.
Tralascio di riportare minutamente i commenti della stampa italiana a quel messaggio.
Ci sono anche i commenti della stampa estera. Il londinese "Daily Telegraph", definisce Pertini «altezzoso, carico di senso teatrale e di vanità personale».
Che cominci anche per lui il tramonto di popolarità?
* * *
Non fa meraviglia che a ridimensionare la personalità del Presidente della Repubblica siano giudizi stranieri, e, per di più, di una stampa, come quella inglese, maturata nel rispetto reciproco del cittadino, misuratissima nei suoi giudizi. La stampa italiana ha troppa congenita piaggeria nelle sue vene. Ha un sangue del tutto irrigidito dal colesterolo del servilismo, perchè il cervello sia messo in condizione di essere libero. È serva, e serva rimane, troppo spesso.
* * *
L'uomo Pertini è probabilmente quello descritto dagli inglesi: altezzoso e vanitoso. Del resto il migliore interprete del Presidente della Repubblica è lui stesso nella lettera (pubblicata da "Panorama") che Pertini invia a Craxi nei primi dell'anno, onde rispondere alle voci che davano Andreotti pronto a dar vita ad una aspra polemica contro di lui, onde portargli via il Quirinale. Pertini scrive: «Se la notizia ha un fondamento si sappia che saprei reagire adeguatamente: a brigante, brigante e mezzo».
* * *
«A brigante, brigante e mezzo». C'è tutto Pertini in questa affermazione. Sarebbe recare offesa alla verità scrivere che Sandro Pertini non sia stato capace di soffrire per ciò che pensava. Di sofferenze ne ha passate. E dure. Ma è altrettanto vero che, tanto nella sofferenza ieri, quanto nel tripudio odierno, Pertini si senta «protagonista» in prima persona. Gli «altri» vengono dopo. Fanno corona. Non si può scrivere che la politica, per Pertini, è quella cosa per cui ci si occupa dei guai degli altri come se fossero propri, fino a morirne. Per Sandro Pertini, prima dei guai degli altri, quello che conta e vale, come scrivono gli inglesi, è il gesto teatrale per cui, se i guai degli altri servono a tenerci sul proscenio tutto bene; ma se intralciano la parte principale che si è dato di primo attore, allora è l'ira che scatta. Ed è subito... notte. Applausi, applausi. Il dissenso non si addice a Pertini.
* * *
Uomo di parte. Sempre. Nella conversazione di ogni giorno, nella polemica, nel comportamento, nel ricordo. In mezzo al pianto, come in mezzo alla gioia.
L'unità della Patria non sa cosa sia. In Spagna, sopraffatto dalle sue esperienze personali, non pensa affatto a salire alla Valle dei Caduti. Sarebbe stato un gesto unificante, gesto di cui sono stati capaci, in diverse occasioni, De Gaulle, Adenauer, lo stesso De Gasperi. Dovunque va, è «la parte» che onora, mai la «bandiera» nella sua ininterrotta continuità delle tradizioni che sanno si di gloria, di battaglie vinte, ma anche di sangue, sofferenza, sconfitta. Tutte da onorare.
In Grecia è lo stesso. Celebra se stesso nella parte. Dimentica gli Alpini caduti al Ponte di Perati, i Fanti a quota 731. Morti sbagliati.
Non ricorda. Perché ricordare, nell'unità di Italia, «gli uni e gli altri» potrebbe essere, così pensa, dannoso alla sua popolarità che lo inebria.
E quando un popolano superstite, uscito dalle macerie di un terremoto terribile, lancia una ingiuria, ecco che Pertini non si rende conto che quell'ira è diretta al potere che lui impersona in quel momento, e che, quindi, non ha nulla di personale. Pertini si sente talmente offeso, e in prima persona, da agguantare il video e, senza nemmeno avvertire il Presidente del Consiglio, con cui ha parlato pochi minuti prima, si fa accusatore implacabile di ministri che lui stesso ha scelto e di inefficienze, presenti e passate, di cui egli stesso porta la responsabilità.
E l'unità dello Stato, già a pezzi, va a rotoli. Purché sia salva la sua popolarità.
* * *
Vecchia storia. E alla storia di ieri torna sempre il Presidente della Repubblica per rievocarla in tinte fosche e dure. L'ha patita sulla sua carne e non gli si può dar torto; però anche qui, mai un tratto che sappia di generosità, non una parola obiettiva.
Ho, sul tavolo, un libro edito da Sansoni nel 1959, dal titolo "Memorie" di Alessandro Lessona. A pagina 73 è detta l'esperienza che il Lessona visse a Savona, quando Mussolini lo inviò a mettere ordine in quella provincia. Non poteva non incontrare Sandro Pertini. Ecco come è descritta quella vicenda:
«Altro episodio spiacevole che accadde durante la mia permanenza a Savona fu quello riguardante l'on. Sandro Pertini. Il fratello di lui era ufficiale nella legione della milizia col grado di centurione: i rapporti fra i due fratelli erano pessimi non solo per ragioni politiche, ma anche per motivi familiari. Il Pertini fascista non si peritava a dipingere il Pertini socialista con le più fosche tinte e con giudizi offensivi. L'atteggiamento così sfavorevole, assunto da un membro della famiglia, contribuiva ad infiammare sempre più l'ostilità già molto accesa verso l'anti-fascista Pertini fra l'elemento dello squadrismo savonese. La casa natale dei Pertini era a Sassello, un piccolo paese del retroterra montano. Quivi viveva il Pertini fascista con la vecchia madre. Il fratello Sandro vi capitava assai raramente. Un giorno, però, l'on. Pertini improvvisamente apparve a Savona: fu disgraziatamente riconosciuto da alcuni squadristi, i quali lo ingiuriarono e percossero malamente. Il Pertini, vistosi a mal partito, si sottrasse alla foga dei suoi assalitori fuggendo e venne a cercare protezione ed aiuto alla federazione fascista. Io ero a Roma, ma il mio collaboratore ed amico, Aurelio Archenti, che mi sostituiva durante le assenze, lo accolse cordialmente, stigmatizzò con veementi parole l'incidente e si dichiarò pronto a tutelare l'incolumità dell'onorevole. Gli ordini miei erano tassativi e l'Archenti era, per indole e per disciplina, uno scrupoloso esecutore. Io non volevo più violenze, dacché il Governo era in nostro potere ed avevo già dato esemplari punizioni a tutti coloro che avevano mancato al rispetto che si deve agli avversari o, peggio, avessero manifestato intenzioni di ricorrere a vie di fatto. L'Archenti, dunque promise al Pertini che lo avrebbe fatto accompagnare fino all'autobus in partenza per Sassello poichè, soggiunse, non riteneva prudente che egli si trattenesse più a lungo a Savona in quel giorno. Poco tempo dopo l'Archenti ricevette una lettera cortese dell'on. Pertini con la quale lo ringraziava dell'accoglienza premurosa e del trattamento cavalleresco usatogli. Passarono gli anni, molti anni, e venne la guerra, la sconfitta e la liberazione. L'Archenti si trovava a Milano e nella sua qualità di squadrista ante-marcia, era continuamente in pericolo. Il caso volle che proprio l'on. Pertini fosse in posizione di comando a Milano. L'Archenti allora, ricordando l'episodio savonese, pensò di rivolgersi a lui per avere un valido testimone del suo equilibrato, se pur doveroso, comportamento. Il Pertini lo ricevette, ma non dette segni di riconoscerlo. L'Archenti cominciò a dirgli che aveva avuto il piacere d'incontrarlo a Savona. Ma, non dando a divedere il Pertini di ricordarsene, pensò che fosse opportuno, esibire la lettera che aveva ricevuto dallo stesso Pertini al tempo dell'incidente di Savona. Con sua grande sorpresa vide il suo interlocutore andare sulle furie e dirgli che non aveva alcun motivo di riconoscenza ma, semmai, di rimprovero, per avere egli, Archenti, impedito a lui in quel giorno a Savona di godere della sua libertà di cittadino. "Ella mi ha messo al bando dalla mia città". L'Archenti rimase il sasso: riprese la lèttera, se la mise in tasca ed uscì salutando un Pertini sorprendentemente diverso da quello precedentemente conosciuto».
* * *
Un amico antifascista, il giorno dopo il messaggio televisivo del Presidente della Repubblica, commentava: «Non riesco proprio a capire perché Pertini abbia voluto soffrire venti anni per poi arrivare, all'età di ottanta anni, e tentare dì fare quello che Mussolini faceva quando annunciava, per radio, che aveva mandato a casa i vecchi ministri e ne aveva nominati dei nuovi. Con l'aggravante che Pertini, dopo la scena madre, non riesce a cambiare ne gli uomini, né le cose. E, per di più, il giorno dopo, deve dichiarare che si é sbagliato».
* * *
Dal "Daily Telegraph": «Un osservatore spassionato potrà giudicare inammissibile lo sfruttamento di una tragedia a fini di vanità personale».
Credo che sia sufficiente. È chiaro che queste note impennano personalmente chi scrive. La comunità politica di cui faccio parte, non entra, minimamente, in questi giudizi. Mi può approvare, mi può mandare al diavolo. Anzi, sarò veramente grato ai lettori se mi scriveranno, cosi come fanno, dissenso, contrarietà, assenso.

 

11 dicembre 1980

«Non l'ho mai visto. Mi scrisse una volta perchè avevamo in comune una cosa: l'emicrania. Mi chiedeva che medicine usassi. Gli risposi e gli mandai le medicine. Mi scrisse ancora una lunga disquisizione sulle origini della sua emicrania. Ma poiché la mia aveva origini diverse, non mi fu nemmeno utile».
(Giulio Andreotti, "il Mattino", 23/11/80).
Ora, che Giulio Andreotti voglia dare ad intendere a 56 milioni di Italiani che i suoi rapporti con Mino Pecorelli si siano limitati al «mal di testa», questo non è possibile passarlo. È una presa di fondelli che gli Italiani devono respingere. Come offensiva.
* * *
La stampa «democratica», ha definito Pecorelli un ricattatore. Ora, fateci caso: Pecorelli aveva rapporti, che si spingevano a cene conviviali pubbliche, con ministri, sottosegretari, politici, generali, industriali, magistrati, finanzieri. Ai suoi convegni si recava perfino Aldo Moro. Riceveva lettere da tutti. Conversava perfino con Sandro Pertini. E ciò avvenne anche quando "OP" pubblicò una lettera di chi scrive, in relazione alla rilevantissima collezione di quadri di autore in possesso del Presidente della Repubblica. Pertini, in quella occasione, fornì a Pecorelli le delucidazioni del caso, circa la formazione di quella collezione.
Ora ci pare veramente strano che un giornalista da siffatte relazioni, che viene assassinato con il metodo mafioso (il sasso in bocca) per farlo star zitto, possa essere poi liquidato come «ricattatore».
* * *
"l'Europeo" (1/12/80) sotto il titolo: «Un bel giorno l'avvocato andò dal giornalista, storia di 50 milioni che diventano 30», scrive che cinquanta milioni, destinati da Bisaglia a Pecorelli, divennero per strada, trenta, perché gli altri 20 se li prese Emo Danesi.
Abbiamo sfogliato attentamente tutta la stampa nazionale per controllare se, a tale notizia, vi fossero state reazioni da parte del deputato livornese, cresciuto politicamente nel clan delle amicizie «particolari» (di cui parla con tanto di virgolette "l'Europeo") di Antonio Bisaglia.
Nulla. Silenzio. La cosa è davvero inquietante.
* * *
Giorni fa, a Parigi, hanno arrestato l'ex-deputato siciliano del PSI Salvino Fagone, latitante dal 1977, e condannato, nell'ottobre, a cinque anni di carcere per una truffa da due miliardi ai danni dell'Istituto Finanziario Italiano di Roma.
Sulla vicenda di Salvino Fagone (da nullatenente era divenuto miliardario nello spazio di pochi anni) c'era stata una dura polemica nell'ambito delta Commissione antimafia. Socialisti e comunisti si batterono perché il caso Fagone fosse depennato dalla relazione di maggioranza, e ci riuscirono. Allora Fanone era deputato nazionale, libero cittadino. E così fu che se si vuole conoscere la sua incredibile storia, occorre rifarsi alla relazione di minoranza del MSI.
* * *
Fagone, fra le sue multiformi attività, aveva anche quella di trivellare i pozzi d'acqua e di vendere l'acqua ai contadini. In una zona, quella di Patagonia, in cui per l'acqua si è incendiato il Municipio e le sedi di tutti i partiti e sindacati.
Ora è dentro. Fagone, in greco, significa mangiare. Proverbiale è rimasto in Sicilia il detto, per cui i socialisti, avendo nelle loro liste due deputati che si chiamavano Fagone e Mangione, si diceva che mangiavano «in greco» e «in italiano».
* * *
E così era perchè anche l'ex-assessore regionale del PSI, Calogero Mangione, è stato, in questi giorni, arrestato per corruzione aggravata.
A farlo arrestare è stata l'amante che, sotto il letto, ha piazzato un registratore e con la registrazione, catturata nei momenti di... relax, lo ha ricattato. Non essendo riuscita ad avere il denaro richiesto, ha consegnato tutto al giudice e così Mangione -con l'amante per tentata estorsione- è finito in galera.
Amici lettori, una domanda: ma la... moralizzazione della vita pubblica, da parte dei partiti, a che punto è, se i «mangioni» vanno in galera solo perché, facendo l'amore, chiacchierano troppo?
* * *
Su "il Giornate d'Italia" del 6 ottobre 1974, leggo:; «Cominciamo da Borghese. Andreotti doveva conoscere la verità di quel «tentativo» rivoluzionario da molto tempo. Io l'avevo giudicato una ridicola buffonata. Non mi pareva una cosa seria che una cinquantina di ragazzoni radunati in una palestra a mangiar pastasciutta fossero idonei a rovesciare le istituzioni. Fu proprio Andreotti, nella rivista del 2 giugno di tre anni fa, che vedendo sfilare marzialmente un reparto, mi disse, col suo sorrisetto scettico, che quel reparto era stato agli ordini di Borghese. Non mi pare che allora Andreotti avesse funzioni ufficiali e non so da chi poteva essere stato informato mostrandosi sicuro del fatto suo. Se è vero che uno dei partecipanti al golpe ha rilasciato una confessione registrata su nastro, prima di fuggire all'estero, il SID non ha detto niente di più di quel che Andreotti sapeva o dalla stessa o da altre fonti ...».
* * *
Chi scriveva queste cose, nell'ottobre 1974, non è l'ultimo venuto. Si tratta di Randolfo Pacciardi, già ministro della Difesa, già vice presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana, ora rientrato nel PRI, partito di governo...
Dunque Andreotti, per Pacciardi, sapeva tutto, e fin dal 1971.
È roba da Commissione Inquirente
* * *
Titolo de "l'Avanti!": «Il PSI non tornerà al Governo con la DC. Nemmeno se al partito fossero offerti ponti d'oro».
Si tratta di un titolo del 27 febbraio 1977

 

16 dicembre 1980

L'ing. Giorgio Mazzanti, già presidente dell'ENI, ha scritto al "Corriere della Sera" (7/12/80) una lettera, in cui si duole che il quotidiano lombardo indichi come uno scandalo il famoso contratto Agip-Petromin, meglio conosciuto come la «vicenda tangenti» della quale furono protagonisti Formica, Signorile, Andreotti, vicenda tesa, nei suoi propositi, a portare i comunisti al governo della Nazione italiana.
Tutto regolare, scrive Mazzanti. Va bene. Chi si contenta gode. Però, già che ci siamo, l'ingegnere Mazzanti è pregato di farci sapere se era regolare che lui, presidente dell'ENI, quando, con l'aereo della SNAM (ENI) scendeva da Milano a Roma, atterrasse a Pisa onde prelevare, in quell'aeroporto "Galilei Galileo", l'onorevole Emo Danesi del «clan» del ministro Bisaglia.
Perché il giurì di senatori sul caso "Bisaglia-Pisanò", onde inquadrare al meglio le figure dei protagonisti sul piano morale, non si è fatto dare, dall'Ufficio controllo del traffico civile dell'aeroporto di Pisa, il registro in cui sono segnalati gli arrivi e le partenze dell'aereo della SNAM?
* * *
C'é qualcosa di più. L'onorevole Flaminio Piccoli, durante l'organizzazione del convegno «doroteo» a Montecatini Terme (25-27 ottobre 1977), era solito a telefonare e Emo Danesi, onde prenotare, attraverso il pupillo di Bisaglia, l'aereo SNAM-ENI e metterlo a disposizione dei convegnisti.
Domandiamo all'on. Piccoli se questo modo di mettere a disposizione dei cittadini, con tessera DC (corrente dorotea), gli aerei di una azienda a partecipazione statale, come se fosse cosa «nostra», sia regolare, o piuttosto una manifestazione di prepotenza, di cattivo gusto e di malversazione del denaro pubblico.
Onorevole Piccoli: la moralizzazione della vita pubblica incalza.
Ci dica qualcosa. Pendiamo dalle sue labbra.
* * *
Il "Corriere della Sera" (4/12/1980) pubblica una lettera in cui è detto: «Ma dove trovare un Quintino Sella? Un Quintino Sella sia pure aggiornato alle nuove esigenze delle classi popolari? Ugo La Malfa, nella sua battaglia per risanare l'economia del Paese, spesso ricordava alla nostra allegra classe politica il rigore amministrativo di Quintino Sella ...».
È vero. Peccato però che Ugo La Malfa, mentre era prodigo di consigli verso gli altri, meno lo fosse quando si trattava di se stesso. Perché sarà bene ricordare che questo «moralizzatore», oltre che accettare i quattrini del SIFAR per vincere, contro Pacciardi, il congresso repubblicano di Ravenna del 1961, decisivo per le sorti del centrosinistra che allora nasceva, va direttamente dal presidente dell'ENEL e intasca i milioni destinati dai petrolieri ai partiti del centrosinistra perché si opponessero alla costruzione delle centrali nucleari.
Il rigore amministrativo di Ugo La Malfa non esiste. E nemmeno quello politico. Perché, dalla protezione dei petrolieri, Ugo La Malfa, passava in Sicilia a quella degli ambienti tipicamente mafiosi. Abbiamo scritto: tipicamente mafiosi. E lo ripetiamo. Senza tema di smentita.
* * *
«Sereno Freato è partito con le pezze al sedere ed è arrivato miliardario. Ora queste situazioni sono assolutamente intollerabili perché tutto sommato rendono per questo aspetto perfino peggiore l'attuale sistema di quello precedente. Noi facciamo, per esempio, il discorso dell'antifascismo, ma questi profitti di regime, di queste dimensioni, probabilmente, da quel poco che posso capire che allora non ero ancora nato, non si facevano, e Mussolini è morto senza una lira in tasca». (Massimo De Carolis, il "Corriere della Sera", 3/12/1980)
* * *
È una parte dell'intervista dì Massimo De Carolis, deputato democristiano, ad una radio privata di Milano; intervista che ha fatto andare su tutte le furie Flaminio Piccoli, per cui De Carolis è stato proposto per l'espulsione dalla DC.
Fate caso: Piccoli non butta fuori dalla DC Sereno Freato. Butta fuori De Carolis. E ciò perché il deputato milanese ha osato dire che Mussolini è stato, nell'amministrare il denaro di tutti, un uomo di Stato pulito. Tutto può sopportare Flaminio Piccoli, anche i ladri, ma una cosa no: che si diano giudizi obiettivi su Benito Mussolini. Questo non é consentito.
L'antifascismo di Piccoli è a prova di bomba. Come la sua proverbiale deficienza di sviluppo mentale per insufficienza tiroidea: inconveniente volgarmente detto cretinismo. Quel cretinismo che é poi solito sfociare nella cattiveria.
* * *
«Il fascista non piove dalla Luna. Per ragioni di propaganda antifascista abbiamo insistito si questa tesi un po' crociana di questa specie di involuzione imposta all'Italia. Non è vero: l'Italia ha fatto fiorire spontaneamente il fascismo. Proprio per questo dobbiamo insegnare ai giovani a ragionare, insegnare». (...) In compenso i giovani oggi non ne possono più di certi discorsi sulla Resistenza. Hanno ragione: quella che era stata l'esperienza di pochi si è trasformata in una manifestazione di reduci. Ho sempre rifiutato ogni attestato da partigiano, non sopporto l'odore del reducismo perché è insopportabile il compiacimento di quello che è stato. Ma diciamolo chiaramente: la maggior parte di questi signori è scappata in montagna per fuggire ai rastrellamenti dei tedeschi e dei repubblichini. A insorgere è stata una piccola minoranza, solo ora stanno uscendo i primi studi seri sulla Resistenza e pochissimi li leggono». (Riccardo Bauer - Intervista a "Panorama")
* * *
Ha ragione Riccardo Bauer: quella che fu una esperienza di pochi, si è ridotta ad una manifestazione di reduci. Infatti i partigiani che, secondo Bocca, erano nel 1944 non più di cinquemila, oggi sono 329.000, e tutti con la qualifica di combattenti. E non è finita. Perchè il senatore Amerigo Boldrini, già centurione della Milizia di Mussolini, e oggi presidente nazionale dell'Associazione partigiani, continua a sfornare proposte di legge per riaprire le iscrizioni nelle liste dei partigiani dei... ritardatari. A quanti vogliono arrivare? Al mezzo milione?
Bauer scrive: la maggior parte scapparono più che insorgere. Ne prendiamo atto.
* * *
Il ministro Reviglio esca dal riserbo, e mostri i documenti che provano come i suoi compagni socialisti, che han ricevuto, per oneste prestazioni professionali, una trentina di milioni dall'esule Musselli, hanno adempiuto agli oneri fiscali. L'avvocato Di Vagno sostiene, in una lettera, che lui i quattrini li ha ricevuti nel 1977, mentre non esercita più dal '73, e quindi non aveva il dovere di denunciarli: c'è di mezzo la riforma tributaria, e i professionisti dovevano pagare quando svolgevano la loro opera, non quando intascavano la loro parcella.
Mi sono preso la briga di consultare due illustri amici, un legale e un fiscalista, che sostengono invece che l'onorevole, nel 1978, aveva l'obbligo dì dichiarare quello che il discusso petroliere gli aveva mandato (anche cattivo pagatore, guardate il ritardo) versando l'IVA se per caso il cliente era una società. Professor Reviglio, si spieghi e ci dica se anche la Magnani Noya è in regola». (Enzo Biagi, "Corriere della Sera", 4/12/1980)
* * *
È quanto hanno chiesto al ministro Reviglio, fin dal 4 novembre scorso i deputati missini Santagati e Rubinacci. Solo l'altro giorno il ministro ha fatto sapere che per l'assegno di Musselli, la Magnani Noya aveva provveduto a fame trascrizione sul registro IVA. Su Di Vagno è ancora silenzio.
Ci vuole tanto tempo al ministro delle Finanze per fare due accertamenti cosi semplici? E se è così come può credibilmente affermare che lo Stato sarà implacabile contro l'evasione fiscale?

 

21 dicembre 1980

L'onorevole Francesco De Martino, sul "Corriere della sera" (13/12/80), risponde ad un lettore nella sua qualità di presidente della Commissione di inchiesta parlamentare sulla vicenda del bancarottiere Sindona.
L'onorevole socialista, al lettore che si lamenta che a sei mesi dall'approvazione della legge su Sindona (22/5/80) non si sia mosso nulla, precisa che non è cosi. La Commissione, scrive De Martino, ha fatto molte riunioni preliminari, ha acquisito la documentazione e il 18 dicembre procederà ai primi interrogatori.
Sì. d'accordo, però l'onorevole De Martino omette di ricordare una cosa. E cioè che il disegno di legge per la istituzione di una Commissione di inchiesta sul caso Sindona e sulle responsabilità politiche e amministrative ad esso connesse, è stato trasmesso al Senato, dopo l'approvazione da parte della Camera dei Deputati, il 13/11/1979 e che il Senato della Repubblica, per approvarlo in via definitiva, ci ha messo ben sei mesi. Perché?
Perché i comunisti (questi moralizzatori!), dopo avere preteso di lavorare anche di notte pur di approvare la legge, hanno poi fatto da freno. Infatti, nella vicenda Sindona c'è dentro, fino al collo, Giulio Andreotti. E Giulio Andreotti, da quell'abile politico che è, dichiarandosi, nelle more in cui la legge veniva discussa, favorevole all'entrata del PCI al governo, è stato ripagato dai comunisti con l'ostruzionismo, messo in opera per ritardare l'approvazione della legge su Sindona.
Sui muri d'Italia c'è un manifesto del PCI che dice: «Un'altra Italia deve governare». Si sta freschi se è quella rappresentata dal PCI.
* * *
Lo stesso dicasi per il caso Gioia. Fino a quando il PCI ha gravitato nella maggioranza con la DC, anche il caso Gioia (come quello Sindona) ha dormito negli scaffali della Commissione Inquirente Si e... risvegliato solo quando il PCI, in nome di una moralizzazione della vita pubblica che ha sempre (in opere e in omissioni) ignorato, ha cambiato tattica. Ed allora si è ricordato di Gioia...
* * *
Però il PCI continua a dimenticarsi dello scandalo ANAS, cioè delle percentuali che le ditte costruttrici erano costrette a pagare se volevano vincere le gare di appalto.
Perché questa dimenticanza in tema di moralizzazione? Forse, perché fra le 200 e più ditte implicate nello scandalo ANAS c'é anche la Cooperativa muratori e cementi di Ravenna, amministrata dai comunisti, di cui due dirigenti, nel luglio 1971, furono arrestati proprio nell'ambito dello scandalo ANAS?
I deputati e i senatori del PCI dell'Inquirente temono forse che venga fuori come la Cooperativa «rossa» ha vinto le gare riguardanti l'autostrada del Brennero, la Bologna Canosa, il raccordo autostradale di Ravenna, la superstrada Basentina, i porti di Chioggia, Ravenna, Cesenatico, Bellaria, la costruzione di silos per lo stoccaggio di cereali a Verona, Livorno, Perugia, Cagliari e Ravenna; la centrale dell'ENEL di Bologna e lo stabilimento ANIC di Manfredonia?
Coraggio, commissari del PCI, la moralizzazione non può attendere.
E riguarda, in egual misura, la DC e il PCI.
* * *
ANAS. Ci è sovvenuta una vecchia vicenda e siamo andati a verificarla. Era come pensavamo.
19 ottobre 1971. La Procura delta Repubblica di Roma rimette alla Commissione Inquirente gli atti riguardanti i ministri dei LL.PP. Giacomo Mancini (PSI) e Lorenzo Natali (DC). per le aste truccate dell'ANAS.
I due parlamentari sotto inchiesta, si legge negli organi di stampa del tempo (1971), inviano un telegramma al presidente della Commissione Inquirente «perchè si affrettino i tempi dell'istruttoria». L'on. Mancini fa qualcosa di più. Invia una lettera al presidente della Repubblica perché, nella sua qualità di presidente del Consiglio superiore della Magistratura, apra un'inchiesta nei riguardi dei magistrati della Procura di Roma, responsabili dell'istruttoria ANAS. Nel contempo il senatore del PSI, Lino lannuzzi, intimo di Mancini, noto per le sue vicende connesse allo scandalo del SIFAR e ai suoi protesti cambiari, presenta al Senato una interrogazione, con la quale accusa due magistrati della Procura di Roma (Franco Plotino e Claudio Vitalone) di essere il primo soggetto ad «inclinazioni antidemocratiche», il secondo (Vitalone) «in collusione con ambienti mafiosi».
Questo il 19 ottobre 1971.
Da allora sono passati dieci anni, diconsi dieci anni. Di quelle accuse che ne è? E dello scandalo ANAS? Tutto dorme.
* * *
Intanto per il moralizzatore (con tessera socialista) Lino lannuzzi, brutte nuove. Non solo si è venuto a trovare «dentro» lo scandalo Sindona, ma anche in quello Caltagirone-Italcasse. Infatti è stato ufficialmente invitato a restituire i milioni che Gaetano Caltagirone gli dette quando il senatore corse il rischio, per debiti non pagati, di rimetterci la villa, di sua proprietà, sita sulle coste della Basilicata.
O restituisce i milioni, o perde la villa. Quale «palazzinaro» interverrà questa Volta?
* * *
"l'Espresso" (n. 50), sotto il titolo «Come si conciliano comunismo e miliardi», intervista i due costruttori romani Alfio e Alvaro Marchini.
Antifascisti, partigiani, iscritti da sempre al PCI, miliardari, in galera (Alfio) per lo scandalo dell'Italcasse, amicissimi di Togliatti, Longo, Grieco, Amendola, Paietta, Iotti, Trombadori; ritenuti responsabili di scempi urbanistici, per tutti, il quartiere della Magliana.
Due cose da dire: i loro miliardi sono frutto delle loro amicizie; i loro affari si immedesimano, non solo con il PCI, ma anche con la DC. Vero e proprio compromesso storico.
* * *
State a sentire come i due intervistati raccontano la vicenda, grazie alla quale, entrarono in possesso di 20 miliardi di denaro pubblico.
Parla Alfio: «Nel 1975 ero a cena, una sera, con alcuni imprenditori, alla "Famiglia piemontese". Lì incontrai, per caso, due dirigenti dell'Italcasse: Calieri di Sala e Arcaini (entrambi DC - N.d.R.). Gli raccontai che avevo bisogno di un prestito di 25 miliardi per costruire a Vigna Murata. Parlammo per un po' e alla fine mi dissero di rivolgere loro una regolare domanda. Cosa che feci il giorno successivo. Poi non ne seppi più nulla. Un anno dopo mi giunse un regolare finanziamento dell'Italcasse, non di 25 miliardi ma di 20».
Cosi Alfio. Perché, cari lettori, non provate anche voi ad andare a cena alla "Famiglia piemontese"? C'è il caso che vi capiti di ricevere 20 miliardi di lire.
Che ne dite? Questa è l'Italia di Alfio e Alvaro Marchini, comunisti, ma miliardari. Con denaro pubblico.

 

27 dicembre 1980

«La DC ha deciso di proporre l'abolizione delle correnti, ma ha rimandato la discussione ad aprile. Forse al primo: si capisce subito che è uno scherzo». (Enzo Biagi, "Corriere della Sera", 11.XII.80)
* * *
«A proposito, devo un riconoscimento al lettore Mario Chiesa, Milano, Via Solferino 33, il quale scrive al Direttore di questo giornale: «Ha ragione Enzo Biagi nel dire che Pertini, rimanendo con Nenni si è perso la compagnia di un leader come Tanassi. Infatti si è ritrovata la compagnia di leader come Mancini. Uno a uno». (Enzo Biagi, idem)
* * *
«Una buona novella: Bisaglia se ne è andato. Provvisoriamente, si intende. Gli hanno fatto capire, forse anche con l'aiuto di disegnetti, che non era decoroso fare, nello stesso tempo, l'assicuratore e quello che deve decidere, a nome dello Stato, sulle tariffe. Secondo qualcuno ha dato prova di intelligenza: secondo me, se uno si butta in mare mentre la sua barca affonda, non dimostra vocazione per il nuoto, ma istinto di sopravvivenza». (Enzo Biagi, idem)
* *
«Per gli atti impuri, io intendo soprattutto quelli pubblici; ad esempio l'assoluzione di Giovanni Gioia per la faccenda dei cosiddetti "traghetti d'oro".
Dei due socialisti della Commissione, uno non si è presentato, perchè aveva un impegno urgente, forse dal barbiere; l'altro ha votato a favore dell'ex ministro. Dice che ha dato retta alla sua coscienza. Se fossi in lui la farei rivedere. Ci deve essere qualcosa che non funziona». (Enzo Biagi, idem)
* * *
«Io mi vergogno che in questo partito Fanfani, per ottenere il 14%, debba assicurarsi delle tessere e debba pagarle» (on. Bartolo Ciccardini, "Corriere della Sera", 11.XII.80)
* * *
«Nella DC bisogna eliminare le forme feudatarie. lo ho rispetto del padrone, ma non dei cortigiani che vivono alle spalle del loro capo, e che, facendo le moine o i saltimbanchi, sono riusciti ad accaparrarsi il potere facendo anche violenza al Paese». (Clemente Mastella, deputato, "Corriere della Sera» 11.XII.80)
* * *
«E poi da che pulpito viene la predica, dai socialdemocratici di Longo che hanno un assessore a Napoli che gioca sulle bare». (on. Clemente Mastella, "Corriere della Sera", 11/12/80)
* * *
«Qui la bandiera della purezza non la può sventolare nessuno. Il PCI. per esempio, realizza entrate pari a quelle del finanziamento pubblico (15 miliardi) attraverso le leggi regionali, della cultura, dello sport, del tempo libero, dell'associazionismo. Cito una delibera della Regione Lazio al Circolo ARCI di Montefiascone: due milioni e mezzo per un concerto di chitarra classica. Il circolo non esiste, è la sezione del PCI il concerto non costa più di 500.000. Restano due milioni. A chi vanno? Al partito. Con queste leggi regionali il PCI si finanzia per 15 miliardi. Voglio dire che i partiti, tutti i partiti, da piloni di sostegno della democrazia italiana, stanno diventando strutture parassitarie delle istituzioni. Di questo la Repubblica muore». (on. Bartolo Ciccardini "Corriere della Sera", 11.XII.80)
* * *
«Chiunque maneggia molti miliardi in Italia, paga delle tangenti. È la regola. Negli Stati Uniti più lavori con i miliardi e più sono contenti, perché ti fanno pagare fino al 90% di tasse. Tu fai la tua parte, lo Stato la sua e il sistema funziona. In Italia invece preferiscono chiudere un occhio sulle tasse perché più sei grosso e più ti possono spolpare meglio: i partiti, gli amici dei partiti, gli amici degli amici dei partiti. Io pagavo tutte le correnti della DC, Andreotti, Bisaglia, Donai Cattin. Ho pagato per fare il mio mestiere e mi fanno passare per un corrotto e un bancarottiere. Altro che bancarotta: qui bisognerebbe parlare di estorsioni e di taglieggiamenti. Ma Gaetano Caltagirone fa più comodo lontano dall'Italia con l'etichetta del grande corruttore. Se torna e parla, rischia di non trovarsi solo sul banco degli imputati. Fatemi vedere uno spiraglio di giudizio obiettivo e sereno e prendo il primo aereo». (Gaetano Caltagirone, "il Giornale", 13.XII.80)
* * *
«I comunisti hanno proposto come consigliere dell'ENEL, il professor Felice Ippolito, deputato europeo eletto nelle liste del PCI. Il segretario comunale del PSDI, Longo, ha cosi commentato: "Riconosco che sia giusto fare entrare un comunista nel consiglio di amministrazione dell'ENEL, ma non il parlamentare europeo Ippolito condannato due volte per peculato». ("la Repubblica", 13.XII.80)
* * *
«Se il PCI insiste per la nomina di Ippolito chiederò al PCI di appoggiare la nomina di Tanassi a senatore a vita», ha aggiungo Longo. ("Corriere della Sera", 13. XII.80)
* * *
«Lo conosco», ha detto il generate Giudice ex comandante della Guardia di Finanza, ai magistrati di Torino. «Me lo ha presentato, nel 1977, il generate Lo Prete. Musselli poteva mettermi in contatto con Moro con cui avevo bisogno di parlare per le esigenze del corpo da me rappresentato». In altre parole, il comandante della Guardia di Finanza, che per motivi di servizio desiderava avere accesso al soglio di Moro (cioè di un pubblico personaggio tante volte ministro e presidente del Consiglio, uno dei veri cardini della Repubblica), doveva andare per vie traverse facendosi presentare da un individuo della qualità di Bruno Musselli, un faccendiere, console onorario del Cile (fin dai tempi di Attende - N.d.R.), il quale, più di un generale in capo delle Fiamme Gialle, aveva adito a Palazzo Chigi o a Piazza del Gesù». (Vittorio Gorresio, "Epoca", 6.XII.80)
* * *
Come potete constatare, le note che abbiamo riportato, non hanno nulla di nostro. Se le sono tutte scritte «loro». E parlano un linguaggio talmente chiaro che anche il pur minimo commento guasterebbe. Fra toro si conoscono bene.
* * *
Ed ora, per finire, una nota di pulizia. Non riguarda, naturalmente, «loro». Lidia Perego, così scrive al "Corriere della Sera» (12.XII.80): «Ho ascoltato, la mattina del 2 dicembre, sul secondo canale radio nella trasmissione "La loro voce" una intervista con il Sindaco di Aquilonia (Avellino), ricostruita completamente dopo il terremoto del luglio 1930 (hanno avuto 400 morti). Dopo due mesi (ottobre 1930) sono state consegnate le prime casette antisismiche che alla distanza di 50 anni, hanno resistito all'attuale movimento tellurico. La notizia si commenta da sé»
* * *
La lettrice del "Corriere della Sera" ignora forse chi fu l'animatore di quella straordinaria ricostruzione. Fu il ministro dei LL.PP. dell'epoca, Araldo di Crollalanza, oggi presidente del gruppo del Senato del MSI-DN.
Il tempo é galantuomo. I confronti, o prima o poi, dovevano venire. E che i confronti e i riconoscimenti spuntino spontanei dal cuore dell'umile popolo italiano ci fa piacere. Grazie, senatore Araldo di Crollalanza. Di cuore.

 

31 dicembre 1980

Prima apparizione pubblica di Bisaglia dopo il verdetto del giurì. Domenica 21 dicembre 1980: Cinema Astra di Alte Ceccato, una località a dieci chilometri da Vicenza.
Sono presenti 1.000 fedelissimi. La presentazione è di Tomellari, ex presidente della Regione veneta.
«Caro Toni -dice- avremmo voluto organizzare prima questo convegno ma ci mancavano i soldi per i biglietti di invito ...».
* * *
Nella sala, riportano i cronisti, poco è mancato che, a questa battuta, le risatine sfociassero in una fragorosa risata.
Si dà ora il caso che il «braccio destro» del ministro Bisaglia, l'onorevole Emo Danesi, abbia inviato, proprio in questi giorni, agli elettori delle quattro province della sua circoscrizione elettorale (Pisa - Livorno - Lucca - Massa Carrara) una lettera, contenente il discorso (epurato dalle interruzioni non sempre gentili verso il deputato livornese) che lo stesso Danesi ha pronunciato alla Camera sul «caso Pecorelli».
Anche chi scrive ha ricevuto la lettera. Si sono fatti i conti: si tratta di svariati milioni. C'è dell'altro. Sempre da parte di Danesi, stanno arrivando agli elettori (elenco: le liste elettorali dei vari Comuni) gli auguri e, ai «fedelissimi» o ritenuti tali, scatole di vino. Sulle bottiglie (Chianti Casenuove, Gallo nero) la dicitura: «Imbottigliato espressamente per Emo Danesi». Sono altrettante decine di milioni se, nella sola Calci (PI), paese al di sotto dei cinquemila abitanti, sono giunte più di 600 (seicento) bottiglie.
E Basaglia, il capo di Danesi, riferisce, attraverso i suoi tirapiedi, che non ha ì francobolli per invitare mille persone. Ma a chi vogliono darla a bere, con e senza bottiglie regalo?
* * *
La presentazione di Bisaglia ai fedelissimi, da parte di Tomellari, sì è così conclusa: «Tu Bisaglia, e noi, siamo la parte più vera della DC».
Non ci sono dubbi. Qui Tomellari ha perfettamente ragione. Tu, Bisaglia, sei tutti loro.
Di qui in avanti al grido: «Bisaglia!», i democristiani risponderanno: «A noi!».
* * *
Scherzi del destino. Al cinema Astra di Alte Ceccato, dove ha parlato Bisaglia ai propri fedelissimi, si proiettava il film "L'amante ingorda".
Il film era preceduto dalla rituale avvertenza, per la quale persone e fatti, di cui si racconta nella pellicola, non hanno alcun riferimento con persone e fatti della vita reale. Tutto in regola, quindi.
* * *
Ora è la volta di Ciriaco De Mita. Costui, grande faccendiere della DC, è stato uno dei politici più nefasti che la vita politica italiana abbia espresso in questo secondo dopoguerra. Sua è l'invenzione dell'«arco costituzionale»; una trovata che ha enormemente pesato nella vita degli italiani se è vero, come è vero, che proprio grazie a questo marchingegno, il PCI è divenuto, con le conseguenze che tutti quanti constatiamo e subiamo, fattore dominante della politica italiana.
Non più tardi del 19 dicembre, cioè a poche ore dallo scandalo che doveva investirlo, Ciriaco De Mita, leader della sinistra di base, aveva rinnovato l'invito perchè il PCI venga chiamato a governare la Regione Campania.
* * *
In effetti, sono stati in due a chiederlo. Anche Nino Gullotti, più volte ministro, è dello stesso parere. Ma che «strani» questi personaggi. Anche Gullotti come Bisaglia, è chiacchierato, soprattutto per le amicizie di cui si contorna. E se Bisaglia ha Emo Danesi, Nino Gullotti (a Messina), ha Giuseppe Bertuccio. Intorno a questi proconsoli c'è tutto un fiorire di racconti gustosi, percepibili, in particolare, da chi vive a Livorno (Danesi) e a Messina (Gullotti-Bertuccio).
Un dato è caratteristico alle due vicende: l'enorme dispendio di denaro di cui, i due, danno prove sostanziose.
* * *
De Mita Ciriaco, Gullotti Nino. Sono due personaggi molto... parlati. Se la tanto invocata moralizzatone delta vita pubblica fosse una cosa seria, dovrebbero essere spazzati via. Senza alcuna pietà o ripensamento. Loro lo sanno. E si difendono. Come? Vecchia tattica. Invocando il PCI al governo perchè, a sua volta, il PCI (come già sta facendo) aiuti loro a rimanere a galla.
Ora staremo a vedere come si comporterà, in concreto, il PCI; quel PCI che, per bocca del senatore Adamoli, nella seduta della Commissione antimafia del 29 aprile 1964 (ripeto: 1964), accusava la DC dì avere indicato Nino Gullotti alla vicepresidenza della Commissione Antimafia, proprio per bloccarne i lavori «a favore dei mafiosi, fuori e dentro la DC»,
* * *
Vengono fuori gli assegni di Mario Dosi che. presidente dell'INA, staccò nel 1973 a Ciriaco De Mita, allora ministro dell'Industria; cioè a favore del ministro che, per legge, è preposto alla sorveglianza dell'ente (INA) di cui Dosi era presidente. E il nuovo scandalo monta appena Piccoli, Segretario della DC, in nome della... moralizzazione, chiama De Mita alla vice segreteria del partito.
Nell'ottobre 1973, Giampaolo Pansa, sul "Corriere della Sera" condusse un'inchiesta sui padroni delle città. Su Ciriaco De Mita raccolse dal fanfaniano avvocato Lorenzo De Vitto, di Ave/lino, questa testuale affermazione: «Tutto ciò che a Napoli si addebita a Gava, qui (Avellino - N.d.R.) avviene continuamente. De Mita, che in Irpinia sventola la bandiera della moralizzazione, è peggiore di tutti gli altri. Non solo non consente ai suoi avversari di crescere: non vuole nemmeno che continuino ad esistere. La sua corrente, la Base, ha usato nel partito metodi nazisti.
«Avvocato -replica Pansa- devo scrivere davvero nazisti?».
«Lo scriva, lo scriva! L'abbiamo scritto anche noi sul nostro giornale»
* * *
E Andreatta, ministro democratico del Tesoro? Ecco che cosa afferma la richiesta di autorizzazione a procedere nei suoi confronti, che, fin dal 10 settembre 1979. giace al Senato della Repubblica:
«Al presidente del Senato della Repubblica.
Nel corso delle indagini sui finanziamenti pubblici concessi in Roma e Milano dal 1968 al 1977 alla SIR di Nino Rovelli, sono emersi elementi di responsabilità a carico degli amministratori degli Istituti di credito per aver deliberato, a favore del predetto gruppo, prefinanziamenti a tasso agevolato ed a tasso ordinario per circa mille miliardi, omettendo totalmente i dovuti accertamenti tecnico-contabili sulla reale situazione economico-finanziaria delle società del gruppo e deliberando, a volte, contro lo stesso parere negativo degli Uffici tecnici ed amministrativi.
Tra gli amministratori che dovrebbero rispondere del reato di peculato continuato aggravato vi è il senatore Beniamino Andreatta, nella qualità di componente dei Comitato esecutivo dell'Istituto Mobiliare Italiano (IMI) fino al 20 luglio 1976. Gli elementi da contestare allo stesso sono contenuti nell'allegato capo d'imputazione. In relazione alla complessità delle indagini la contestazione formale può esser fatta, allo stato, con mandato di comparizione.
Ciò premesso, si chiede al signor Presidente dei Senato l'autorizzazione a procedere nei confronti del senatore Beniamino Andreatta, per il reato in oggetto.
Il Procuratore della Repubblica».
Peculato continuato aggravato. Comporta il mandato di arresto. Bene, anzi male, perchè Andreatta, te lo hanno fatto ministro. E, in nome della... moralizzazione, te lo hanno messo al... posto giusto: al Tesoro, cioè alla custodia del denaro pubblico.
Che ne dite, cari lettori, cari contribuenti? Non avete l'impressione di essere presi per i fondelli?
* * *
Si chiama Giuseppe Stante. La corte di Appello di Milano (9.XII.1952) lo condanna a due anni di reclusione per omessa consegna di armi da guerra. Al suo arresto e alla sua condanna (mitigata dalle amnistie del tempo) è collegato il ritrovamento del più ingente deposito clandestino di armi trovato in Milano dalla fine della guerra. C'è di tutto: mitragliere antiaeree e anticarro, fucili, bombe a mano, esplosivi, munizioni.
Dopo il 1954 il PCI, per la sua fedeltà, lo utilizza nell'iniziato processo di infiltrazione nelle strutture economiche e politiche dello Stato. Lo troviamo alla testa di piccole e medie società commerciali, poi, grazie ad una vita «brillante» entra in contatto con la grassa borghesia lombarda. Ciò gli vale una carica che, lì per lì, può apparire banale, ma che è invece, per i rapporti che si intrecciano con il mondo politico e industriale cittadino, molto importante: la presidenza della Società Canottieri Olona.
Ed eccoci al grande balzo. Con l'aiuto anche dei potenti sindacati bancari comunisti, Giuseppe Stante, entra nel Consiglio di amministrazione della Banca Popolare di Milano, uno dei più potenti organismi dai quali si controlla l'economia milanese. La condanna penale del 1952 è. ormai, un ricordo svanito. Il PCI lo designa suo rappresentante nel Consiglio di amministrazione della Società Aeroportuale (SEA). Da consigliere passa a vicepresidente della Banca Popolare. In contemporanea diventa presidente dell'ITAL-TURIST, la compagnia di viaggi del PCI, controllata dalle cooperative. Non basta: Giuseppe Stante è anche chiamato nel consiglio di amministrazione della CIT, società controllata dalle FF.SS.
Finchè nel 1979, un errore. Giuseppe Stante è nominato presidente della SOFIMI, una società controllata dal petroliere, oggi latitante, Masselli che, a sua volta, controlla la Eurobox che ha come presidente Sereno Freato.
Musselli, Freato, Stante: sinistre e DC. Ecco l'impasto. Di Musselli sappiamo tutto. Di Freato anche. Di Moro pure. Di Bisaglia lo stesso. Di questo Giuseppe Stante, il... Freato del PCI, la stampa tace. E cosi anche la televisione. Perchè?
Se lo chiede, in un articolo ricco di notizie non marginali ("Il Settimanale", n° 51), il deputato milanese Massimo De Carolis.
È indubbio: il PCI sa nascondere bene i propri scheletri.
* * *
«Dibattito al Senato sullo scandalo del petrolio e sull'assassinio di Mino Pecorelli. In tribuna stampa non c'è un posto libero: siamo in molti ad assistere alla seduta in piedi. Gremite pure le tribune del pubblico e quelle dei deputati. L'aula è stracolma. Parlano i ministri Lagorio e Sarti, parla il presidente del Consiglio Forlani. Poi iniziano le repliche dei senatori: Ferrata, Spadaccia, Perna e tutti gli altri. Ma l'attesa dei giornalisti, e non solo dei giornalisti, è per il senatore missino Giorgio Pisanò. Ex repubblichino, direttore del settimanale scandalistico "Candido", Pisanò ha preannunciato un nuovo «siluro» contro il Palazzo. Ed aspettiamo tutti che parli lui per poterci mettere alla macchina da scrivere e mandare i «pezzi» ai nostri giornali. E con noi aspettano i membri del governo, i senatori e il pubblico. Che gli esponenti della Repubblica Italiana nata dalla Resistenza siano costretti ad attendere con il flato sospeso che parli un repubblichino è forse il segno più allarmante dello scandalo». (Carlo Luna, "il Sabato", 5.XII.80)
No, caro Luna, lo scandalo non è questo. Lo scandalo stava nell'affermazione dell'antifascismo tradizionale becero e no, per cui il discorso con i missini si era chiuso con il 1945. Cioè a colpi di mitra.
Per dei democratici quell'affermazione era (ed è) una bestemmia. E, come tutte le bestemmie, destinata, o prima o poi, a finire nel cestino. Così è infatti. E il discorso si riapre. Grazie ai missini. Non con il mitra, ma con gli argomenti. Non si tratta di scandalo, si tratta di un fatto di natura.

Beppe Niccolai

Inviato da Andrea Biscàro - http://www.ricercando.info