Rosso e Nero
(prima serie)

Rubrica curata da Beppe Niccolai sulle pagine del "Secolo d'Italia"
organo del
Movimento Sociale - Destra Nazionale

 

 

Maggio 1982

 

5 maggio 1982

7 maggio 1982 12 maggio 1982
14 maggio 1982 18 maggio 1982 22 maggio 1982

 

5 maggio 1982

 

Andreatta è di moda. Mi sono informato presso il Senato per sapere che fine ha fatto l'autorizzazione a procedere che, contro il ministro del Tesoro, presentò il 4 ottobre 1979 il procuratore della Repubblica del Tribunale di Rorna, per peculato continuato aggravato. «Per avere deliberato, nella qualità di componente del Comitato Esecutivo dell'IMI, a favore della SIR di Nino Rovelli, prefinanziamenti a tasso agevolato e a tasso ordinario per circa mille miliardi di lire».

Ebbene, la Commissione delle autorizzazioni a procedere del Senato si è riunita per esaminare il «caso Andreatta» il 27 novembre 1979, il 24 gennaio 1980, il 29 gennaio 1980, il 31 gennaio 1980, l’1 febbraio 1981, il 9 aprile 1981, il 20 maggio 1981, il 16 luglio 1981, il 22 luglio 1981, il 4 novembre 1981; cioè ben dieci volte.

Per fare che? Nulla. Puntualmente si rinvia. Per nuovi accertamenti. Da tenere presente: il peculato continuato aggravato comporterebbe, per il cittadino qualunque, l'arresto obbligatorio.

 

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Fra le carte, questo appunto. Sono parole di Francesco De Martino, allora segretario nazionale dei PSI. Roma: 40° congresso nazionale del PSI. State bene a sentire:

«Gli amministratori del partito che assicurarono i finanziamenti fecero quel che era imposto dalle necessità di far sopravvivere il partito, i suoi giornali, le sue possibilità di aiuto verso i compagni dei vari paesi che lottavano contro il fascismo. I mezzi erano riprovevoli, ma il fine era nobile. Essi non possono venir censurati, ed è stato giusto che i commissari socialisti della Commissione Inquirente assumessero la posizione che hanno assunto». ("l’Avanti!", 3.3.1976)

La filosofia di queste parole è chiara: se si ruba dietro il paravento di Sua Maestà il Partito, anche se i mezzi sono «riprovevoli», il fine resta nobile, cioè si ricevono le medaglie, magari al valor partitocratico. È la filosofia che salva, da una parte Andreatta e dall'altra il PSI. Su questo terreno DC e PSI vanno d'accordo. Perfettamente.

 

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Alcuni giudizi su Leo Valiani. Questo è dei radicale-comunista onorevole Marco Boato:

«Ebbene, dico ancora una volta, ed è la terza volta che lo ripeto in questa aula, che se Valiani non fosse membro del Senato e fosse solo l'editorialista del "Corriere della Sera", chiederei una perizia psichiatrica per questo uomo». (Camera dei Deputati, 4.2.1981)

«Un uomo che vuole troncare il terrorismo nelle carceri togliendo la carta, la matita e la penna ai detenuti, un uomo che dice che è scandalosamente breve la carcerazione preventiva, che il fermo di polizia non servirà tanto a prevenire i reati quanto, testuale, a schedare i sospetti. E voi, ministro Rognoni, compagno Perna, compagno Scamarcio, avete tessuto grandi elogi al senatore Valiani!». (Marco Boato, idem)

«Perché? Perché è stato in galera sotto il fascismo? Questa è una aggravante; un uomo che ha un passato glorioso che si riduce a dire queste cose non ha in ciò un'attenuante, ma un'aggravante». (Marco Boato, ibidem)

«Un uomo che siede in Senato, non eletto dal Popolo, ma nominato dal Presidente della Repubblica senatore a vita, ha particolari obblighi, quanto meno di equilibrio e di responsabilità, sapendo che, non essendo stato eletto dai cittadini italiani e per questo non rispondendo agli elettori, rischia di coinvolgere, indirettamente, lo stesso Presidente della Repubblica nelle sue affermazioni». (Marco Boato, ibidem)

 

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«Cos'altro potrebbe dire Valiani che si mette a fare l'editorialista della P2 e il portabandiera di una politica forcaiola e crispina? Non dimentichiamo che Leo Valiani nella sua vita è passato per otto partiti: dapprima dannunziano, poi stalinista, poi socialista, quindi di Giustizia e Libertà e del Partito d'azione, nel '48 candidato del Fronte popolare, poi filo-titoista, poi radicale e infine repubblicano». (Marco Pannella, "Pagina", 1.3.1982, pagina 5)

 

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«Due giorni di appassionato dibattito», scrive "l'Unità" (3.4.1982), «nella sala del consiglio comunale gremita, sulla «prospettiva del comunismo»: questo l'atto di nascita, a Pisa, del Circolo culturale Giorgio Amendola. «Le conclusioni del dibattito, molto attese e di grande respiro», prosegue "l’Unità", «sono state tratte da Nicola Badaloni».

Chi è Nicola Badaloni? Preside della Facoltà di lettere e filosofia dell'Università di Pisa, ordinario di filosofia, ordine del Cherubino, diploma di prima classe di benemerito della Scuola, della cultura e dell'arte, già sindaco di Livorno, è presidente dell'Istituto Antonio Gramsci del PCI.

27 aprile 1982: sono passati 45 anni dalla morte di Antonio Gramsci, avvenuta a Roma nella clinica della Quisisana il 27.4.1937.

Il PCI -anche nella vicenda Gramsci- è davvero diverso. Infatti ha voluto alla sua presidenza il prof. Nicola Badaloni che il 27 marzo 1944, come attesta il foglio matricolare del Distretto di Pisa (n° 10500), giurò fedeltà alle istituzioni della Repubblica Sociale Italiana.

Non basta. Nicola Badaloni, aveva già avuto modo di esternare i propri sentimenti e convincimenti. Infatti su "Sentinella Fascista", organo della Federazione fascista di Livorno, il 1° marzo 1942 scriveva:

«Concezione del tutto diversa regna nella Russia bolscevica. Vogliamo prescindere dallo stato di ignoranza e di semi-barbarie in cui si trova questa immensa tribù. Allo Stato sovietico i cittadini sottostanno senza possibilità di attuare la loro autonoma volontà. La Rivoluzione Fascista è rivoluzione che si attua nel suo seno stesso senza bisogno di rivolgimenti e dissanguamenti interni, senza bisogno di parlamentarismi sciocchi e vaghi. Questa è la concezione dello Stato che si attuerà nella nuova Europa».

Si potrà rilevare che, per quanto riguarda la Russia sovietica, Nicola Badaloni, con i suoi giudizi davvero pesantucci, anticipa di quaranta anni l'anatema di Enrico Berlinguer nei riguardi della rivoluzione d'ottobre. Ma con i giudizi sul fascismo come la mettiamo?

Nessuna preoccupazione: vedrete che il PCI affiderà a Nicola Badaloni il compito di commemorare, a 45 anni dalla sua morte, Antonio Gramsci.

Non si tratta di cinismo. È che il PCI è ... diverso.

 

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7 maggio 1982

 

Mentre scrivo mi giunge la notizia dell'assassinio di Pio La Torre, segretario regionale siciliano del PCI, deputato, relatore di minoranza nella Commissione Antimafia.

Ho, stesi davanti a me, i giornali. Li leggo con avidità, perché, per anni, con La Torre ci siamo fronteggiati in Commissione Antimafia. E se con l'onorevole magistrato Terranova, anche lui assassinato dalla mafia e anche lui eletto nelle liste del PCI, il lavoro in comune nella Commissione ci portò a ritrovarci amici, con La Torre, per la spigolosità del suo (e mio) carattere, ciò non fu possibile. Avversario duro dunque, a cui devo ora rendere, umanamente e civilmente, omaggio.

Posso dire altrettanto per il politico Pio La Torre? È vero: il comunismo di Pio La Torre era fatto di disciplina, tanto da avere del suo partito una considerazione quasi sacrale. Al punto che il partito poteva chiedergli qualunque cosa, e lui avrebbe obbedito. Come accadde fra il 1975 e il 1976 quando, per un accordo di vertice fra Aldo Moro, allora presidente del Consiglio, e Enrico Berlinguer, il PCI decise di presentare alla chiusura dei lavori della Commissione Antimafia, una relazione «all'acqua di rose» e che, soprattutto, accontentava la DC. Ebbene Pio La Torre non fiatò. Disciplinatamente accettò, con quella relazione, di privilegiare quella DC della mediazione; quella DC dai mille volti sempre cangianti a seconda delle situazioni; quella DC corruttrice che, più di ogni altra cosa, ha reso questo Paese un ventre molle, disfatto, senza più bandiere, né tradizioni; al punto che «episodi», come quello in cui La Torre ha trovato la morte, sono divenuti quotidiani.

I drammi di sangue e di dolore non piovono dal cielo improvvisi. Sono stati lungamente preparati. E il PCI non può certo vantare, nella sua inesistente diversità, di essersi opposto a che accadessero. Anzi. Il fatto stesso che il PCI -grande organismo di massa- possa essere così impunemente colpito, è la dimostrazione che non ha voluto, né potuto essere diverso. Perché da forza di riscatto nazionale e popolare, ha preferito «mediare» i suoi rapporti con la DC, e ne è travolto e ne è colpito. Si è reso fragile.

Pio La Torre muore anche di questo. È triste. Mafia, camorra, n'drangheta colpiscono. Impunemente. Perché per «mediare», per il potere, per le cose, si sono assassinate tutte le Fedi. E l'Italia è divenuta barbara.

 

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Grida di «mafioso», «assassino», «buffone» all'indirizzo di Mario D'Acquisto, presidente della Giunta regionale siciliana, ai funerali di Pio La Torre. Fischi per Salvatore Lauricella, socialista, presidente dell'Assemblea.

Quelle «proteste» sono sacrosante. Infatti né Lauricella, né tantomeno D'Acquisto avrebbero dovuto salire sul "Palco della musica" di Piazza Politeama a Palermo. Mario D'Acquisto soprattutto per una ragione di buon gusto. Infatti, in una delle poche pagine vive della relazione di minoranza del PCI, redatta da La Torre, si parla di lui, di Mario D'Acquisto, e non in termini gentili.

Poche righe sono sufficienti. Eccole: «... come semplice coincidenza può essere il fatto che l'onorevole D'Acquisto, alla vigilia della campagna elettorale, sia stato testimone di nozze del figlio del mafioso Beppe Marsala, attualmente in galera, e che il genero di Beppe Marsala sia stato assunto all'Azienda Acquedotti, quando Mario D'Acquisto ne era ancora il Presidente». (pagina 856, Commissione Antimafia, Doc. XXIII n. 2, 4.2.1976)

E come può oggi il presidente della Giunta regionale siciliana, Mario D'Acquisto, salire sul palco e commemorare colui che, da vivo, lo accusò di essere amico dei mafiosi?

 

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Ventotto aprile 1982: dai giornali, «Fucilato per corruzione un Viceministro in URSS. Commerciava caviale clandestino».

L'esempio che l'Italia forse aspetta. Anche per debellare la mafia.

 

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12 maggio 1982

 

Gli squadristi della droga. È il titolo sotto il quale il quotidiano «petrolifero» "Globo", in cui anche i becchi di Stato sono ampiamente rappresentati, dopo essersi detto stupito e sorpreso che si lasci solo al MSI-DN la lotta alla droga «anche arrivando alla giustizia sommaria per gli spacciatori», scrive:

«La giustizia fascista non può limitare il fenomeno della droga. In Italia sono stati i fascisti ad introdurre la droga. Fascisti sono gli interessi internazionali del mondo della droga e a fini eversivi è stato favorito il fondersi della malavita comune dello spaccio della droga, del traffico di armi e del terrorismo nero».

Michele Tito, direttore dei foglio in questione, non se ne dorrà se gli diamo alcune precisazioni al riguardo, per le balordaggini che scrive. Anche perché è davvero stupefacente che, personaggi come Tito, ignorino di essere stati «liberati» dal fascismo con la attiva collaborazione di quell'organizzazione mafiosa che, ancor prima delle operazioni belliche, conduceva in Sicilia opera «eversiva» a favore degli alleati. A cominciare da quel Lucky Luciano (Salvatore Lucania) che, condannato all'ergastolo negli USA, venne messo in libertà, alla condizione che restituisse la ...libertà anche a Michele Tito.

 

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Il senatore Zuccalà, compagno di partito (PSI) di Tito, relatore nella Commissione Antimafia sul «traffico mafioso di tabacchi e stupefacenti, nonché sui rapporti fra mafia e gangsterismo italo-americano», scrive:

«Alla fine della guerra gli sfruttatori ricominciarono a trafficare nel settore della droga perché ritenuto il più remunerativo delle imprese criminose. Ciò avvenne più vantaggiosamente che altrove in Italia, dove la mafia, sotto la guida di Lucky Luciano, trasse ottimi vantaggi dalle condizioni del dopoguerra». (Doc. XXIII n. 2 del 4.2.1976 - VI legislatura, pagina 331)

Lucky Luciano: un eroe (antemarcia) della resistenza in Sicilia, è colui che rimette in piedi il traffico della droga in Italia. Non è la «resistenza» che libera il Paese, è la mafia che si impadronisce del Paese, fin dal 10.7.1943. Ed è con quello «sbarco» che la mafia si insignorisce dell'Italia. Dal Brennero alla Sicilia.

 

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«A chi si riferiva il segretario del PCI Enrico Berlinguer quando parlava dei legami tra gli spacciatori di droga e ambienti della vita pubblica italiana?».

«Sono uomini della DC»

«Quali? Dove?».

«C'è un mercato siciliano che rifornisce gli USA e una direttrice via Verona che raggiunge l'Europa centrale: lì vanno cercati».

«I nomi?».

«Ruffini, ad esempio». (Giovanni Berlinguer, "la Repubblica", 26.9.1981).

 

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«Ma è possibile», ha chiesto il Presidente del Tribunale di Genova Lino Monteverde, «otto milioni al mese di droga e ancora regali?». La Baldasso è stata categorica: «Lo ripeto, mi dava i soldi, io compravo la droga e "bucavamo" insieme». ("la Repubblica", 6.1.1982)

Di chi si tratta? Dell'onorevole Canepa Antonio Enrico, capolista del PSI (per volere di Pertini) nella circoscrizione di Genova, amico di Tito ai tempi della sua direzione del "Secolo XIX'. Il Canepa, protetto di Pertini, fa forse parte degli «interessi internazionali fascisti del mondo della droga»?

Perché non prova a rispondere il nostro Michele Tito?

 

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«Quando fu ucciso nelle tasche di Giuseppe Di Cristina furono trovati assegni per tre miliardi, provenienti dal traffico della droga». (sen. Emanuele Macaluso, "L'Espresso", 1.6.1980).

Di Cristina Giuseppe, il capo mafia della zona di Riesi, assunto da Aristide Gunnella, alla vigilia delle elezioni del 1968, alla "Sochimisi", di cui Gunnella era amministratore delegato. Si vadano a vedere i voti che il PRI riceveva nella zona mineraria di Riesi, prima che Gunnella assumesse il Di Cristina e dopo l'assunzione, cioè nelle elezioni politiche del 1968 quando Gunnella diventò, per la prima volta deputato.

I probiviri del PRI lo avevano espulso dal PRI nel 1975, ma Ugo La Malfa difese Gunnella e ricoprì di ingiurie i probiviri.

Così si diventa deputati e sottosegretari di Stato. Magari con l'aiuto dei boss della droga, pluriomicidi.

Tito può incassare anche questa.

 

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Noi, nella polemica, abbiamo citato nomi, cognomi e indirizzo. E non di poveri derelitti, di rottami alla deriva, di teppisti, sui quali è davvero da mascalzoni appiccicare una etichetta politica per arrivare alla conclusione «che tutto è nero».

Perché Tito non tenta di fare altrettanto, passando dalle affermazioni generiche, a precise puntualizzazioni? Ci vogliono, lo ripetiamo, nomi, cognomi, indirizzo e qualifiche. Altrimenti la qualifica di diffamatore non gliela leva nessuno.

 

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14 maggio 1982

 

«De Mita, filosofo a Roma per le sue teorizzazioni politiche, in sede di convegni, e "boss" camorrista ad Avellino per il suo modo di esercitare il potere attraverso le clientele, è incorso anche lui nei guai. Naturalmente i soliti guai dei capi-bastone democristiani: quattrini, intrallazzí, sospetta corruzione. Però lui, diversamente da Bisaglia, non ha avuto l'improntitudine di negare i fatti, ossia di aver ricevuto dall'ex-Presidente dell'INA Mario Dosi i famosi assegni di venti milioni (10 più 10), ma ha precisato che si trattava di un prestito personale, tra l’altro restituito. Dosi è morto, e quindi da questa parte non sapremo nulla di preciso. Però che un ministro dell'industria (al tempo degli assegni De Mita ricopriva questo posto) si faccia prestare soldi dal presidente dell'INA, che per ragioni di carica dipende da lui, è per lo meno strano, o per dirla francamente, molto democristiano. A che scuola di filosofi appartiene De Mita? Evidentemente a quella cinica (intesa la definizione in senso moderno). A Napoli e dintorni, tuttavia dove regna il vice segretario della DC, un prestito simile lo chiamano semplicemente "la mazzetta"».

 

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Le parole (e le considerazioni) su riportate non sono roba nostra. Provengono da "Successo" (febbraio 1981, "Cronache dal sistema dei potenti" di Gianni Baldi, pagina 19), un ricco mensile, dalle pagine patinate e con colori molto vistosi, impegnato soprattutto in problemi di economia.

Attualmente è diretto dall'onorevole Francesco Forte, ordinario di Scienza delle Finanze all'Università di Torino, già presidente della Commissione Industria della Camera dei Deputati, ora responsabile di partito del settore affari economici.

Francesco Forte è socialista craxiano.

L'onorevole Ciriaco De Mita non si è difeso, né doluto dei giudizi. Si vede che, nel febbraio 1981, essere definito «camorrista» non lo turbava.

 

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Durante il rapimento, tra i brigatisti che lo tenevano prigioniero e Cirillo, si è svolto questo dialogo: «De Mita fa cose mille volte più sporche di Gava in maniera più pulita». Risponde Cirillo: «È proprio così, se potessi ti stringerei la mano». ("L’Espresso", 13 aprile 1982, n. 15)

 

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«La differenza fra Gava e De Mita? Gava si è circondato di una massa di fessi, e così il bersaglio è solo lui; tutti danno addosso a lui. De Mita è più intelligente, usa metodi soffici, manageriali, attorno a sé ha gente in gamba che depista le responsabilità. Sento un dirigente socialista, il professor Giovanni Acocella: la brutalità di De Mita è la stessa di Gava, solo che è coperta da discorsi innovatori. Il professor Italo Freda, capogruppo comunista in consiglio comunale ci rifila Gramsci, ma in realtà ha razionalizzato e recuperato, in termini moderni, le vecchie piaghe della politica del Sud: le clientele e il trasformismo». (Giampaolo Pansa, "Corriere della Sera", 31 ottobre 1973)

 

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«Io sono riuscito a creare un equilibrio diverso, dove la gestione del potere politico non si identificasse con la gestione del potere economico, e dove la gestione complessiva del potere non si identificasse con la volontà di una persona. Cioè mi sono sforzato di creare intorno ad un disegno di politica nuova l'unità di una classe dirigente diversa. E questo disegno oggi in parte si è realizzato, in quanto abbiamo tolto l'egemonia a Gava. La Democrazia cristiana in Campania oggi non è Gava: Gava è minoranza». (Ciriaco De Mita, "L'Europeo", 7 febbraio 1974)

E Gava? Ciriaco De Mita: «Io penso che una sola persona non possa mai essere responsabile complessivamente. Gava è intelligente e ha puntato a Napoli su un metodo che gli ha dato consenso, a lui e al partito, in tempi brevi, recuperando un proletariato, un ceto medio e una borghesia condizionati dall'ambiente fascista». (Ciriaco De Mita, "L'Espresso", 13 aprile 1982, n. 15)

 

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«Napoli, 19 settembre 1975. Una giornata tesa, drammatica, estenuante; alla Procura di Napoli si vivono le ultime battute di un dramma che ha sullo sfondo, con il marchio di una implacabile accusa, la morte di sedici bambini, il lutto di sedici famiglie. I protagonisti sono a confronto: Carmine Malzoni, Amedeo Guarino, Giuseppe Carpinella. Le loro versioni si contraddicono, tutti e tre cercano di scaricare l'uno sull'altro la responsabilità di quanto è accaduto e di quanto non hanno fatto per prevenire il peggio .... Ma anche Michele Guarino, anche Malzoni sono democristiani, ribatte un collega. Fu promosso medico provinciale senza concorso. È stato un regalo di De Mita, commenta il dott. Costanza, consigliere regionale del PSDI». ("La Nazione", 20 settembre 1975)

 

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«I partiti di opposizione hanno chiesto anche la testa del medico provinciale Giuseppe Carpinella, che da medico condotto di Torella dei Lombardi è diventato prima medico condotto di Avellino e subito dopo ha avuto la reggenza dell'ufficio del medico provinciale. Una carriera rapidissima che tutti attribuiscono alla protezione di Ciriaco De Mita, di cui l'Irpinia è feudo inespugnabile. Il medico provinciale Carpinella ha pagato il suo debito di gratitudine facendo della provincia di Avellino la prima in Italia in fatto di invalidi civili. Una delle prime ad avere il certificato di invalidità è stata la moglie ventottenne, e apparentemente sanissima, del segretario della DC. Col documento, l'impiego pubblico è subito arrivato» ("Oggi", "I giochi mortali dei padrini della salute", 29.9.1975)

 

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In data 2 giugno 1981 è stata indirizzata al direttore de "L'Espresso", e per conoscenza al Presidente della Repubblica, al Presidente della Camera, al Presidente del Senato, ai Presidenti dei Gruppi parlamentari, all'onorevole Flaminio Piccoli, alla Procura della Repubblica di Roma, Napoli e Avellino, una lettera. Eccone alcuni brani:

«Siamo un gruppo di Irpini che, pur capendo l'odiosità dell'anonimato, non possono firmarsi, come vorrebbero, per ovvi motivi di difesa contro la mafia locale, ma che non possono neppure tollerare che cada il silenzio sul caso De Mita. Le ipotesi di corruzione e di malcostume attribuibili all'onorevole De Mita sarebbero una infinità, ma ci si limita ad alcuni episodi soltanto per i quali esiste prova documentale: la moglie di De Mita ha vinto in modo strano un concorso per maestra elementare, non ha mai insegnato e dopo pochi anni ha ottenuto una pensione privilegiata per una malattia inesistente. L'onorevole De Mita, pur essendo figlio di un sarto poverissimo, ha acquistato, in pochi anni, stando al solo catasto, un appartamento ad Avellino, due alloggi a Roma, una villa al mare e un «villone» a Nusco. L'onorevole De Mita ha sempre preso soldi, per milioni all'anno, dall'ENI (di cui divenne dipendente nel 1954 per volontà del petroliere Enrico Mattei - N.d.R.), anche quando era Ministro (illecito penale), come risulta dai bilanci dell'ENI, dagli atti della Guardia di Finanza e dallo stesso Ufficio delle Imposte di Avellino. Uno dei fratelli dell'onorevole De Mita, in società con uno dei fratelli dell'on. Gargani ha ottenuto cospicui compensi dall'Amministrazione provinciale di Avellino e da altri Enti per lavori edili mai eseguiti. Gli esempi si potrebbero moltiplicare, ma è quanto basta per avviare una indagine che consenta, sul serio, e non a parole, di moralizzare l'ambiente politico».

L'indagine non c'è stata. Ciriaco De Mita è stato eletto segretario nazionale della DC. Anche con il voto di Gava.

 

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18 maggio 1982

 

Non è male, dopo il dibattito televisivo fra Almirante e Pannella, dedicare un pensierino ai radicali, domandandosi, soprattutto, se le aspettative che suscitarono qualche anno fa nella pubblica opinione, siano state rispettate e realizzate.

Ahimé, a parere dello scrivente, i radicali, in questi giorni di maggio 1982, presentano un bilancio nettamente negativo, tanto da avere assunto, proprio loro, che si presentarono con una immagine anti-partito, i caratteri tipici della partitocrazia più esasperata.

Innanzi tutto la loro tanto decantata «indipendenza» da condizionamenti di ogni sorta. È così? Pannella accusa, e lo ha fatto anche nel dibattito televisivo con Almirante, sia il PCI, sia il MSI-DN di essere opposizioni di comodo della maggioranza. Il leader radicale va più in là. Infatti, in relazione alla vicenda della discussione sul Bilancio dello Stato, afferma che ci troviamo, di fatto, davanti ad una «nuova ferrea unità nazionale, da Almirante a Berlinguer».

 

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Parole. Restano i fatti. Ne cito uno solo per dimostrare che se c'è stato, nel Parlamento, un gruppo politico che ha reso alla maggioranza di regime il regalo più bello, questo è stato il gruppo radicale. Infatti, grazie al comportamento tenuto, che ha portato lo stesso gruppo radicale a contrasti interni al limite della scissione, la maggioranza di governo ha potuto mettere tranquillamente mano alla modifica dei Regolamenti parlamentari, tali da rendere praticamente impossibile alla opposizione qualsiasi volontà di ricorrere, per difendere sacrosante istanze del popolo, all'ostruzionismo.

Sono errori questi di portata storica, ed appunto per questo non possono essere addebitati al temperamento dei singoli parlamentari, o ad appannamenti collettivi della visione politica. Quando si scende sul terreno della contesa politica con la mentalità: «muoia Sansone e tutti i filistei», senza calcolarne le conseguenze così come hanno fatto i radicali, una delle due: o si è psicologicamente drogati, cioè fuori di sé, o scientemente si vuole rompere il giocattolo perché, a sua volta, la maggioranza lo riaggiusti a sua immagine e somiglianza. E così è avvenuto. Il popolo, specie quello minuto, non deve nulla ai radicali. Il popolo, grazie ai radicali, ha oggi, in Parlamento, meno difese di ieri contro le angherie della maggioranza.

Perché, e a vantaggio di chi, lo hanno fatto i radicali?

Ho parlato di rotture insanabili all'interno del gruppo parlamentare radicale. Siamo allo spappolamento. Infatti i mesi di marzo e aprile 1982 sono stati caratterizzati da violenti scontri fra Pannella e parlamentari radicali. Al limite dell'insulto, al punto che si è ricorsi alla carta bollata per querele.

A dare fuoco alle polveri è stato un articolo ("il Manifesto", 2.3.1982) del deputato radicale Massimo Teodori che, prendendo lo spunto da un incontro-dibattito al "Circolo socialista Mondoperaio" di Roma sul tema "Un progetto per l'area socialista", con la partecipazione di sei deputati radicali (Ajello, Boato, De Cataldo, Pinto, Roccella e Sciascia), accusa Craxi di «servirsi di alcuni utili idioti eletti nelle liste radicali per provocare una scissione all'interno dello stesso Partito Radicale».

«Un tempo il PCI -scrive Teodori- era solito usare i compagni di strada spesso nel ruolo di utili idioti perché di tutto si preoccupavano meno che della consistenza politica delle convergenze. Il craxismo sembra voler usare metodi analoghi. Non è davvero una operazione edificante e suscettibile di sviluppi per un proficuo e necessario dialogo politico quella di andare a pescare fra i parlamentari radicali un paio di revenant PSI, due deputati di Lotta Continua che hanno scelto di mai integrarsi nella prospettiva radicale, un prestigioso scrittore come Sciascia a cui deve moltissimo il pensiero civile del nostro Paese ma che oggi è troppo ossessionato dal cosacco sotto il letto, e tutti quei radicali che hanno invocato il garantismo a proposito della P2 come il cavolo a merenda».

L'onorevole Marco Boato, chiamato in causa da Teodori come uno dei due deputati di "Lotta Continua" adescati da Craxi, replica ("il Manifesto", 3.3.1982). E dopo avere definito Teodori «degenerato mentale» lo qualifica stalinista, meschino e astioso «come una zitella che non ha trovato un cavaliere per il ballo di gala».

Walter Vecellio, sempre su "il Manifesto" (3.3.1982) non è da meno. Rivolto a Teodori scrive: «Voltaire nel suo Dizionario filosofico osserva che la più grande disgrazia, non è tanto essere oggetto di invidia da parte di colleghi, vittime degli intrighi, o essere disprezzati dai potenti, quanto l'essere giudicati dagli imbecilli. Quando poi l'imbecillità si somma con il fanatismo e lo spirito di vendetta, la miscela è letale, micidiale. Tutto ciò mi torna alla mente», termina Walter Vecellio, «leggendo i giudizi espressi da Teodori».

Martedì, 30.3.1982: conferenza stampa RAI-TV di Marco Pannella. Ne viene fuori un giudizio drastico e definitivo contro Mimmo Pinto, deputato radicale: «Non sarà ripresentato alle prossime elezioni nelle liste del Partito radicale».

Fuori uno. Replica di Marco Boato: «È un episodio di malcostume politico!».

Marco Pannella: «Anche Marco Boato non sarà da me ripresentato nelle liste radicali!» Fuori due.

E questo giudizio: «Vissuto, per atmosfera e cultura in un micro-universo clerico-comunista, intollerante e violento, Boato non perde il vizio dell'anatema, della scomunica, della riprovazione morale, dell'intolleranza».

«Come spiega la durezza di Pannella verso lei e verso Pinto?». «È l’atteggiamento di chi, non riuscendo più ad avere un ruolo innovativo, ritiene di dovere assumere la posizione di chi deve difendersi da tutto e da tutti. Le dirò che mi preoccupa molto che un leader, come è senza dubbio Pannella, si abbassi a un livello di questo genere. È un episodio di malcostume politico». (Marco Boato, "la Repubblica", 2.4.1982)

«Marco Boato, oggi come ieri, resta nell'operare politico intollerante, fazioso, violento. Non è la prima volta che mi riversa addosso valanghe di ingiurie, falsità, menzogne. Egli è uso ad ergersi a giudice delle altrui coerenze e moralità, a distribuire, lui, scomuniche e anatemi. Mai come per lui la tendenza a trasferire nel demone dell'altro le proprie vicende e storie interiori e di tentare così di esorcizzarle, diventa regola. Oggi come ieri egli si situa così, culturalmente, civilmente, politicamente nel complesso, tormentato e pericoloso mondo della violenza. Oggi come ieri io sono per questo in un mondo opposto. Per questo querelerò Marco Boato per diffamazione». (Marco Pannella, "Lotta Continua", 3.4.1982).

«Nelle dichiarazioni e nei metodi di Marco Pannella traspare una sorta di terribile cupio dissolvi, una volontà di autodistruzione e autodisgregazione che è assolutamente impressionante, anche perché rischia di travolgere irresponsabilmente con sé anche tutti i valori positivi dell'esperienza radicale. Debolezza politica, fragilità culturale". (Marco Boato, "Lotta Continua", 3.4.1982)

«La decisione di Pannella di querelare Boato è incredibile. Quando si ricorre all'insulto e alla minaccia, contraddicendo le regole che fanno migliore la propria convivenza, si dà segno di smarrimento e di debolezza». (on. Aldo Ajello, radicale, "Lotta Continua", 4.4.1982)

«Ajello sembra con qualche garbo evocare da parte mia minacce e insulti. Egli sa perché non dice il vero: io non ancora. Ormai non resta che lasciare parlare il futuro: vedremo se sono io ad essere cambiato, o altri a essere restati uguali a sé stessi». (Marco Pannella, "Il Tempo", 4.4.1982)

 

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Fuori tre, anche per Aldo Ajello? È quello che staremo a vedere. Per il momento, in casa radicale, siamo arrivati agli insulti, agli anatemi, alle querele.

Questo è il Partito radicale che pur accese, anni fa, tante speranze.

Voleva lottare per la libertà di tutti. E non era, ahimé, capace di garantirla in casa propria.

Che melanconia.

 

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22 maggio 1982

 

Questa volta il bidone a Sandro Pertini (che non se lo meritava) glielo ha tirato Giovanni Spadolini. E dire che Pertini stravede per Spadolini!

Anche se l'episodio può apparire marginale, resta utile per dimostrare come il Presidente del Consiglio dei Ministri sia, in effetti, spregiudicatissimo nelle sue manovre di potere. Andreatta, in fondo, nell'accusare Spadolini di andare a caccia di voti, dovunque essi siano, non ha poi tutti i torti.

Ecco di che si tratta. Il "Corriere della Sera" (23.4.1982) titola: "Donate a Pertini le opere (16 volumi) di Carlo Cattaneo, edito da Le Monnier" E scrive: «Nella mattina di ieri, giovedì, il Presidente della Repubblica Sandro Pertini ha ricevuto l'avvocato Mario Boneschi e il dott. Marziano Brignoli, rispettivamente presidente e direttore del comitato italo-svizzero per le pubblicazioni delle opere di Carlo Cattaneo, insieme al prof. Piero Treves dell'Università di Venezia e al dott. Enrico Paoletti, consigliere delegato della Casa Editrice le Monnier di Firenze».

L'incontro su descritto è stato preparato meticolosamente da Giovanni Spadolini in persona. Mi chiederete il perché.

Presto detto: su "Rosso e Nero" del 12.6.1981, cioè quasi un anno fa, sta scritto: «Giovanni Spadolini, che ieri ha ricevuto l'incarico di formare il nuovo governo, è grande parte dell'Azienda Editoriale Felice Le Monnier di Firenze. Direttore de "La Nuova Antologia", della collana storica, Spadolini è stato, fino ad oggi, della editrice Le Monnier, oltre lo storico più pubblicato e più coccolato (vedi il volume "Spadolini storico", bibliografia degli scritti di storia moderna e contemporanea 1948-1980, mille titoli spadoliniani), anche colui che ne ha curato, insieme ad Enrico Paoletti, le pubbliche relazioni. Si può senz'altro dire che il consigliere delegato della Editrice Le Monnier, Enrico Paolettì, Presidente della Unione Industriali di Firenze, è l'uomo di Giovanni Spadolini, colui che ha curato la notorietà, o meglio l'immagine del neo Presidente del Consiglio».

Così su "Rosso e Nero" un anno fa. Si spiega quindi l'attenzione con la quale il Presidente del Consiglio ha preparato la visita, di cui il "Corriere della Sera" ci dà notizia.

Ora, nella vicenda, un particolare, non dico di poco conto. Il dott. Enrico Paoletti, consigliere delegato della Editrice Le Monnier, presente al Quirinale, è non solo comparso nelle liste della P2 di Licio Gelli ma, dimettendosi da presidente della Unione Industriali di Firenze, ha ammesso pubblicamente di aver fatto parte della discussa Loggia massonica. Cioè il Paoletti è uno dei pochi -e di questa sincerità gli va dato atto- a dire: «Sì, io c'ero. E Spadolini te lo manda al Quirinale! In quel Quirinale di cui Pertini ha sempre difeso l'immagine, cacciandone i piduisti e impedendo loro di salirne le scale.

Ultima nota di colore. Al Presidente del Consiglio qualcuno aveva detto: «Presidente, stiamo attenti. Che si farà mandandoci Paoletti? Non sarà bene avvertire Maccanico? Se il Presidente della Repubblica si accorge dell'intruso, scoppia un ...casino». Al che Spadolini avrebbe replicato: «Ma cosa volete che Pertini ricordi! È passato tanto tempo. Paoletti al Quirinale».

 

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E così è stato.

«Gelli era potentissimo, tanto che il Presidente della Repubblica Saragat era stato più volte suo ospite nella sua riserva di caccia. Gelli aveva quasi libero accesso alla Presidenza della Repubblica». (prof. Lino Salvini, già Gran Maestro della massoneria di Palazzo Giustiniani, "Corriere della Sera", 4.3.1982)

 

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L'on. Giuseppe D'Alema del PCI, membro della Commissione Sindona, ha ricevuto una comunicazione giudiziaria dalla Procura della Repubblica di Roma, con la quale viene indiziato di furto aggravato dei documenti, in possesso della Commissione, riguardanti i verbali degli interrogatori che l'avv. Rodolfo Guzzi, ex-legale di Sindona, aveva reso ai magistrati milanesi. Guzzi rivolgeva, in quegli interrogatori, pesantissime accuse a Giulio Andreotti, all'epoca Presidente del Consiglio, per i tentativi di salvare le banche di Sindona. Il fascicolo scomparve misteriosamente il pomeriggio del 14.10.1981 negli Uffici di S. Macuto, dove ha sede la Commissione Sindona.

Nei giorni successivi il clamoroso furto giunsero, in busta chiusa, alle redazioni di alcuni giornali le fotocopie di tre cartelle del fascicolo. Ora del furto viene accusato il parlamentare dei PCI, Giuseppe D'Alema.

«Si possono fare tre ipotesi del furto», dichiarò subito il Presidente della Commissione Francesco De Martino, «La prima è che qualcuno si proponga di distribuire a mano a mano il documento per scopi scandalistici. E allora il fatto si potrebbe inquadrare in una guerra fra bande. La seconda congettura è quella di far sapere d'essere in possesso del testo per poi venderlo. Ma non ci credo. La terza congettura, personale, è che si voglia esercitare una intimidazione personale nei confronti dell'avvocato Rodolfo Guzzi».

Così Francesco De Martino. L'aveva azzeccata: guerra fra bande. L'onorevole Giuseppe D'Alema non si è dimesso da parlamentare. Dimenticavamo: il PCI è ... diverso.

Indice 1982