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Ustica chiama Argo16
Massacrati

Beppe Niccolai

 

Ustica ha un illustre precedente, anche se quasi ignorato. I fatti risalgono al 23 novembre 1973. Era in atto la guerra del Kippur.

Cinque terroristi arabi vengono sorpresi in un albergo di Ostia intenti, con un missile portatile, ad organizzare l'abbattimento di un aereo di linea israeliano in partenza dal vicino aeroporto di Fiumicino.

Arrestati, processati, condannati.

Pochi giorni dopo, con un aereo dell'Aeronautica militare, Argo16 (DC 3), i terroristi vengono portati in territorio arabo e liberati. Secondo ciò che si sa, sarebbe stato Aldo Moro a patrocinare quella soluzione.

Una settimana dopo questa missione, Argo16, e precisamente il 23 novembre 1973, con a bordo il colonnello pilota Anano Borreo, capo equipaggio; il tenente colonnello pilota Mario Grande, secondo pilota; il maresciallo Francesco Bernardini, marconista e il maresciallo di seconda classe Aldo Schiavone, motorista, precipita al suolo, schiantandosi, in località Tessera Venezia. Non c'è un superstite.

Gli organismi militari, la stampa, la Commissione permanente presso lo Stato maggiore Aeronautica per l'esame ed il parere sulle responsabilità conseguenti ad incidenti di aereomobili militari, sentenziano all'unisono: puro incidente di volo, il caso è chiuso.

Chi scrive, allora membro della Commissione Difesa della Camera dei Deputati, in data 10 agosto 1974, cioè a nove mesi di distanza dall'accaduto, presenta al Ministro della Difesa una interrogazione, con la quale si avanza l'ipotesi che quell'aereo, che aveva riportato in Libano i cinque terroristi, non era caduto per «incidente», ma perché sabotato.

Da allora (10 agosto 1974 - 28 marzo 1979, ultima risposta del Ministro, allora Ruffini) il sottoscritto, in prima persona, o attraverso altri colleghi, non ha dato pace. Agli Atti parlamentari, presentati reiteratamente, risposte dapprima evasive, addirittura offensive, poi una parziale ammissione; cioè dalla negazione che un incidente del genere fosse mai avvenuto, alla ammissione che, in effetti, l'incidente era avvenuto a Venezia ma che, insomma, «dagli esami di laboratorio del relitto», non si era in grado di precisare la causa dell'incidente, però si escludeva, tassativamente, il sabotaggio.

Si doveva aspettare il 18 agosto 1986 per saperne di più. Infatti il generale Ambrogio Viviani, capo del controspionaggio militare dal 1970 al 1974, in una intervista concessa al settimanale "Panorama", veniva a confermare ciò che l'umile sottoscritto diceva da anni: quell'aereo militare che per ordine del Governo italiano aveva riportato a Beirut i terroristi, di poi, a missione compiuta, era stato fatto saltare in aria, per vendetta, dai servizi segreti israeliani (Mossad).

Davanti a questa dichiarazione, la mia denuncia alla Procura della Repubblica di Venezia, il mio interrogatorio avvenuto nel giugno 1986, l'arresto del generale, Viviani per reticenza nell'agosto del 1986; l'avviso di reato inviato al generale Vito Miceli, allora capo del SID, al generale Adelio Maletti e al colonnello Viezzer dell'Ufficio D dei Servizi segreti. Il tutto deciso dal giudice istruttore Carlo Mastelloni che, proprio in questi giorni ("la Repubblica", 9.11.1988), ha formalizzato l'accusa di favoreggiamento nei riguardi dei «personaggi» sunnominati. La motivazione: occultamento di prove dell'abbattimento di Argo16, da parte degli israeliani.

La morale potete trarla voi. La tragedia di Ustica (81 morti) aiuta a capire, fino in fondo, come stanno le cose. Otto anni ci sono voluti per capire che cosa era accaduto nei cieli di Ustica, ma 15 ce ne sono occorsi per capire che cosa era accaduto, nel novembre 1973, nel cielo di Venezia. Ma poi, ecco la domanda di fondo, siamo certi che arriveremo, in tutti e due i casi, alla verità?

Dunque gli Italiani, militari o civili che siano, possono essere tranquillamente massacrati. Chi resta ha un dovere solo: se cittadino, parente delle vittime, tacere e prendersi per verità anche le menzogne più plateali; se militare occultare le prove, su ordine del «grande alleato».

È una storia che si ripete. Da quando l'Italia repubblicana prese vita, dopo lo sbarco alleato, con il primo massacro (o strage) di Portella delle Ginestre (1 maggio 1947), di cui, insieme alla morte del bandito Giuliano (fatto fuori dalla mafia mobilitata dallo Stato perché Giuliano non parlasse più), nulla più si è saputo, se non una serie incredibile di silenzi, complicità, connivenze, delitti di sangue che si sono verificati (Italicus, Bologna, Brescia, ecc.) portano le caratteristiche illustrate e praticate in Sicilia. Poi si meravigliano se la mafia è vincente!

È la sorte che, in genere, tocca ai servi. Bocca chiusa, sangue, morte, beffa. Sì, saremo anche la 5ª potenza industriale del mondo, ma sul piano della indipendenza nazionale il nostro posto, nella classifica mondiale, è al di sotto dei Paesi del Terzo Mondo. Questi almeno la propria dignità di nazione, pur fra stenti indicibili, fame, carestie, cercano di conservarla e difenderla.

Noi, no. Noi, tutte le mattine indossiamo la livrea del servo.

Un'ultima riflessione: la vicenda di cui si parla fu dal sottoscritto denunciata, più volte, in Comitato centrale.

Nessuno l'annotò sul proprio taccuino di nazionalista. Nemmeno coloro che, responsabili degli Organismi addetti a queste faccende, hanno coniato lo slogan: «alleati si, servi no», e ne vanno fieri, con il petto in fuori (nei consessi atlantici, allestiti per ubbidire, non per decidere).

Al colonnello Borreo, al tenente colonnello Grande, ai marescialli Bernardini e Schiavone, Caduti per avere eseguito l'ordine di un governo servo, il nostro ricordo, il nostro commosso, rinnovato addio. Si può morire in tanti modi, ma ciò che è capitato ai nostri Aviatori nel cielo di Venezia, è una sorte da «disperati». Senza sapere perché, si salta in aria, e per mano di chi da noi aveva, in fondo, ricevuto il gesto, non piccolo, di salvare la vita ai passeggeri di un aereo di linea diretto a Tel Aviv. Ci hanno ripagati. Massacrando i nostri Soldati.

C'è da augurarsi che almeno i parlamentari del MSI, nessuno escluso, compiano tutti gli atti che finora non hanno avvertito di dover compiere: perché i Caduti e le loro famiglie, gratificate fino ad oggi dalle menzogne le più spudorate sulla fine dei loro Cari e -fatto davvero ignobile- da chi portava una divisa (oh! che vergogna!), e ciò per 15 lunghi anni, abbiano giustizia, ristabilendo la verità.

Per Argo16, per Ustica.

Giuseppe Niccolai