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"Secolo d'Italia", 7 luglio 1987

 

«carta bianca»
Dove la coscienza ci dice di andare

Beppe Niccolai



Caro Mantovani, leggo il tuo «Carta bianca» ("Secolo", 30.6), specie là dove -per me giustamente-, nel dibattito testé aperto in vista del prossimo Congresso nazionale, invochi il fermento culturale, «con l'esempio, la predicazione, la provocazione».
Mi fermo sulla provocazione. Intanto scrivi che il tuo avversario, al momento, non è colui che vuole rinnovare in modo diverso dal tuo, ma colui che non vuole rinnovare. Io intendo rinnovare. E la prova sta nel fatto che, isolatissimo, per rinnovare, io, un tempo almirantiano di ferro, mi metto a fare analisi su che cosa sia stato, e che cosa sia oggi, in mezzo a noi, l'almirantismo; terreno questo -ne vorrai convenire- per chi ci si mette, nella nostra comunità, difficile, impervio, e sul quale si corre il rischio di bruciarsi. In modo definitivo. Ma è tanta la voglia del cambiamento che io sul quel terreno ci scendo.


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E scrivo subito che se l'almirantismo è stato, ieri, lo scudo necessario, dietro il quale e con il quale, il MSI ha passato il deserto della ghettizzazione, ora non serve più, anzi è d'impedimento a vedere oltre.
Infatti che cosa è l'almirantismo alle soglie del 2000?
L'impossibilità di aprirsi al dialogo con gli altri. Dialogo, non intrallazzo. Idee, non favori o posti. Confronto, non combinazioni sotto banco.
Cosa intendo dire? Gli indiscussi meriti di Giorgio Almirante: aver saputo tenere in piedi una comunità perseguitata, attraverso una propaganda costruita di volta in volta sulle occasioni che, da attore politico nato, pesca e recita: i bottegai, i bassi napoletani, la pena di morte, l'abusivismo edilizio, il generale degrado dei servizi, la rivolta fiscale, lo sfascio istituzionale.
Il suo limite: l'incapacità di costruire un grande disegno, un programma di largo respiro di conciliazione e di ripresa nazionale. Grande propagandista, grande oratore, grande parlamentare, navigatore eccelso nelle infide acque dei bassifondi di Palazzo Montecitorio, ma timorosissimo nell'intraprendere viaggi nei mari aperti della grande politica.


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Le occasioni «storiche», quelle di spessore culturale robusto, che gli sono passate davanti e che ha lasciato cadere, addirittura snobbato. Il revival culturale «Anni Trenta», messo su dal Comune di Milano; la Mostra organizzata al Colosseo, sempre dai partiti di sinistra, su «l'Economia italiana fra le due guerre»; il fiorire di iniziative, sempre da sinistra, che studiano il ventennio fascista con una passione, con una obiettività, una apertura mentale da levarsi di cappello e lui, nel timore che il ghetto si sfaldi nel mare aperto del confronto, ricorrere ad illustrare il fascismo negli aspetti della rissa, della divisione, dell'odio. «Io solo ho ragione, tutto il resto è torto». Non si costruisce un'Italia migliore su questa strada. Non si costruisce la diversità su questa strada. La si costruisce nel confronto civile delle idee, e dei propositi.
Quale MSI costruire? Quale ruolo, quale identità, quale volto portare avanti?
Il secolo delle rivoluzioni è dietro le nostre spalle. C'è da ricucire, nella sua storia, l'Italia scissa, frantumata, per ridare all'Italia, rassegnata e senza più bandiere, speranze, sogni, destino. Ha vinto, per ora, il dio denaro, l'economia come destino. La DC di Guido Carli, il governatore della Banca d'Italia; il PCI di Guido Rossi, il commercialista esperto di borsa, plurimiliardario.
Assurdo demonizzare l'economia, ma mostruoso ritenere che l'economia abbia la prevalenza sull'Uomo e sui suoi valori. Ci sono i deboli, gli indifesi da difendere, l'Uomo in testa. Contro uno sviluppo selvaggio, barbaro. E ciò, a parere mio, lo può fare solo un grande schieramento che sancisca l'incontro fra i valori della Nazione e della Tradizione con il Popolo. Al di là della destra e della sinistra; non c'è ordine italiano valido a meno che nessun italiano ne sia escluso, non c'è società forte se non quando dei suoi beni tutti possono usufruire.
Hanno scritto: il MSI si avvia, per vecchiaia, ad un lento degrado. Così come il PCI.
È così? No, non è così: c'è il Mussolini eretico che è in mezzo a noi (e a loro).
Mussolini cade a Dongo fucilato, per conto della V Armata americana, dai comunisti. Poco più in là Nicolino Bombacci, fondatore del PCI nel 1921 al teatro Goldoni di Livorno, colpito dallo stesso piombo comunista, grida: «Viva l'Italia, viva il socialismo».
Contro i tedeschi e gli industriali, Mussolini, al Nord, porta i lavoratori nei consigli di amministrazione delle aziende, statuisce il controllo popolare della produzione. Quando la RSI sta morendo, Mussolini tenta, disperatamente, di lasciare ai socialisti l'unico esperimento rivoluzionario che, nell'Italia unita, sia diventato, piaccia o no, Stato e governo.
Tutto viene travolto, anche l'istituto della socializzazione. Sinistra politica e sindacale, gli industriali, concordi nel cancellarla.


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Sono passati, da allora, 40 anni. Il PCI non è riuscito a realizzare la sua rivoluzione. Le idee di Gramsci e di Togliatti non si sono fatte né Stato né Governo. La funzione del PCI, dopo avere aiutato a spegnere nel sangue la rivoluzione che tornò ad accumunare Mussolini e Bombacci, si è risolta oggi in una forza ausiliaria del neocapitalismo americano.
Allora ha vinto il capitalismo? Sul PCI senz'altro sì. Sull'altro versante, così tanto studiato dall'intellettualità di sinistra, in testa gli studiosi di Gerusalemme, l'esperimento che vide insieme proletariato e borghesia, come risposta ai drammi della modernità senza freno, i fermenti per un mondo migliore, dell'Uomo e non del denaro, restano vivi.
C'è il Mussolini in mezzo a noi (e a loro). Non quello delle divise e degli orpelli. Quello «eretico».
L'Italia, che ha fatto i conti con il Mussolini in orbace, è mia convinzione, li debba ancora fare con il Mussolini «eretico», al di là della sinistra e della destra.


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«In noi partigiani», ha scritto Giorgio Bocca, «c'era nei confronti di Mussolini, odio e amore insieme».
Non è forse vero che i convertiti all'antifascismo cercarono in esso ciò che non avevano avuto dal fascismo? Non siamo stati noi a tradire, è il fascismo che ha promesso senza mantenere. C'è una matrice fascista in buona parte dell'antifascismo.
Comunque, andare oltre le vecchie divisioni.
Antisovietismo? Antiamericanismo? Non basta. Occorre costruire un modello italiano in cui tutti, dico tutti, ci si riconosca, occorre ridare un destino all'Italia, in modo che il destino dei suoi giovani non sia la droga o il partito armato.
Occorre costruire il nuovo patriottismo, non aggressivo, non soprafattore; il patriottismo delle identità minacciate.
Da chi e da che cosa minacciate? Dal colonialismo culturale dei vincitori; da minoranze sopraffattrici; dalla perdita della memoria storica che, con l'urbanesimo miserabile, distrugge i centri storici delle nostre incomparabili città, le cattedrali rinascimentali, Venezia, tanto per fare un esempio; dal dio denaro che inquina l'aria, l'acqua, il mare, massacra il territorio, il paesaggio; dall'omogeinizzazione robotica che ci vuole tutti eguali, polli in batteria, tutti bastardi, ed invece occorre, patriotticamente, difendere i colori, le tradizioni, i dialetti, le feste, le fiabe del popolo, costruite in millenni di storia. Il conformismo crea infelicità.
Non vivere solo di urne (elettorali) e di cipressi (i ricordi del passato, magari commercializzati). Vivere il proprio tempo intensamente, salvando il sapore, il sale della vita.
C'è già chi si è arreso e va dove il mondo va. II PCI si è arreso. Va dove il capitalismo dice di andare.
Un sommesso, umile suggerimento in casa nostra: per non arrendersi, è necessario andare dove la propria coscienza ci dice di andare! Fuori e dentro la comunità. Soprattutto per costruire classi dirigenti diverse e un poco più robuste nel carattere. Ve ne è bisogno.
Sì, per finire, c'è quel Mussolini «eretico». Più importante, di gran lunga, di Garibaldi.

Giuseppe Niccolai

Inviato da Andrea Biscàro - http://www.ricercando.info