Rosso e Nero
(prima serie)

Rubrica curata da Beppe Niccolai sulle pagine del "Secolo d'Italia"
organo del
Movimento Sociale - Destra Nazionale

 

 

Marzo 1982

 

2 marzo 1982

5 marzo 1982 7 marzo 1982
11 marzo 1982 14 marzo 1982 18 marzo 1982
20 marzo 1982 28 marzo 1982

31 marzo 1983

 

2 marzo 1982

 

«Uno degli uomini più interessanti del secolo, il finanziere americano Armand Hammer, ha preannunciato ieri mattina nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, di fronte al presidente della Repubblica, Sandro Pertini, di voler disporre per testamento che il codice di Leonardo Da Vinci su «le acque, la terra, l'universo», da lui acquistato per sei miliardi di lire all'asta londinese della Christies del 12 dicembre 1980 e adesso esposto per tre mesi nella Sala de' Gigli di Palazzo Vecchio, torni ogni cinque anni a Firenze». ("Corriere della Sera", 15.2.1982).

«Dal pubblico che l’ascoltava si son levati applausi. Il sindaco, Elio Gabbuggiani, che gli sedeva a lato, appariva commosso. Hammer è presidente dell'Occidental Petroleum Corporation, che ha concluso un accordo finanziario con l'Ente Nazionale Idrocarburi (ENI), formando -raro esempio di stretta cooperazione fra un'impresa privata ed un gruppo industriale a partecipazione statale- la società di capitale Enoxy, che si propone d'aiutare l'Italia a conquistare l'indipendenza nel settore energetico e a contribuire al risollevamento della nostra industria chimica». ("Corriere della Sera", 15.2.1982).

L'agenzia giornalistica "la Repubblica", più volte salita agli onori della cronaca, nel suo numero 8 del 13.1.1982, anno 3°, riporta il testo di un documento distribuito a Milano, davanti alla sede dell'ENI, a cura del Partito europeo operaio, un gruppo di pressione collegato con ambienti politici degli Stati Uniti d'America.

Il documento contiene accuse pesanti. Infatti si afferma che l'accordo tra l'ENI e la Occidental Petroleum, dal quale è nata la società mista Enoxy, sotto la presidenza di Lorenzo Necci del PRI, è stato pilotato dal miliardario americano Armand Hammer, sul conto del quale si raccontano cose non del tutto ... piane.

Infatti si accusa, a chiare lettere. Armand Hammer, partner dell'ENI, non solo di avere legami con Gheddafi, tanto da controllare (fin dal 1966) i 3/4 del petrolio libico, ma di avere le mani in pasta nel traffico della droga e del terrorismo.

Dopo avere denunciato che Hammer è vissuto in URSS per 10 anni, che ha commerciato, fin dai tempi di Lenin, con l'URSS, il documento viene a descrivere gli amici del petroliere, fra i quali cita il mafioso Max Fisher e la famiglia Bronfman che siedono nel Consiglio di amministrazione «della potente anonima assassini chiamata Permindex».

«La Permindex» è detto nel documento riportato dalla agenzia "la Repubblica" (12.1.1982), «fu cacciata dalla Francia dietro l'accusa di avere organizzato 23 attentati contro De Gaulle. La Permindex è stata indiziata dal giudice Garrison dell'assassinio di John Kennedy ed è anche dietro all’assassinio di Enrico Mattei (già presidente dell'ENI, N.d.R.).

«Che vergogna (è detto nel documento) avere nella dirigenza dell'ENI i mandanti degli assassini di Mattei!».

La denuncia non finisce qui. «Hammer», recita sempre il documento, «non deve essere cacciato dall’ENI solo perché ci sta rifilando un bidone (sgangherate miniere di carbone in cambio del fior fiore della nostra chimica), ma perché è uno dei capi di quella rete di potenti che controlla terrorismo e traffico della droga e che, solo nel corso dell'anno, ha assassinato il presidente Sadat e ha cercato di assassinare Reagan e Papa Woityla».

Questo è scritto nel documento di una agenzia ("la Repubblica", 12.1.1982) che viene distribuita alla Presidenza del Consiglio dei ministri, a ministri, a sottosegretari, a parlamentari, a tutti i quotidiani, alle gerarchie militari, compresi i servizi segreti, al Comando generale dell'Arma dei Carabinieri, al capo della polizia, alle ambasciate.

Ebbene: quello che si riporta risponde a verità? O è calunnia?

Una delle due. Quello che però non può essere tollerato è il silenzio che si fa su quanto è scritto e descritto. Perché il silenzio è davvero inquietante. Significa complicità. Con persone che, al vertice della società più prestigiosa delle partecipazioni statali, sono accusate di essere dei volgari assassini che, fra l'altro, metterebbero in pericolo la pace mondiale. O, non si scappa dal dilemma, complicità con persone che, come arma, adoperano la più volgare delle calunnie.

 

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5 marzo 1982

 

«Nel corso della guerra di liberazione io ero, a tutti gli effetti, un soldato italiano, e facevo parte di un reparto militare (GAP centrali) che derivava la sua qualifica di corpo combattente dal legittimo Governo d'Italia, e che, in particolare, dipendeva dalla Giunta militare del CLN, di cui erano responsabili Amendola, Bauer e Pertini. Nell’azione di guerra di Via Rasella io ebbi senza dubbio una parte preponderante. Quel fatto d’arme fu organizzato con il consenso della Giunta militare del CLN e ad esso presero parte 15 partigiani». (Dalla lettera di Rosario Bentivegna al quotidiano "Il Tempo" di Roma del 16 febbraio 1982).

Dunque, per mano del protagonista del massacro di Via Rasella, si viene a confermare la notizia che solo il "Secolo" ha dato (tutti gli altri hanno taciuto) subito dopo il conferimento dei brevetti delle medaglie a Rosario Bentivegna da parte del ministro della Difesa Lagorio: l'azione terroristica del 23 marzo 1944, che costò la vita a 33 riservisti tedeschi e a tre civili (fra cui un bambino), e che provocò la terribile rappresaglia delle Fosse Ardeatine (un massacro di 335 persone), venne ordinata e approvata dalla Giunta militare del CLN, di cui facevano parte Pertini, Amendola e Bauer.

D'altra parte il silenzio del Quirinale, lungo tutto l'arco delle polemiche suscitate dai conferiti attestati al terrorista Bentivegna, rappresentava già una conferma della notizia.

Ora c'è qualcosa di più. Come è stato scritto e documentato anche su queste pagine, Rosario Bentívegna, il giorno dopo l'arrivo delle truppe americane in Roma (ore 14,30 del 5.6.1944), assassinava a sangue freddo il sottotenente della Guardia di Finanza Giorgio Barbarisi, partigiano combattente, reo di avere strappato un manifesto del PCI.

Il 27 marzo 1945 il comandante della 5ª Armata americana, il generale Mark Clark, conferiva, alla memoria del sottotenente Barbarisi, la Bronze Star Medal e, un anno dopo, l'università di Roma concedeva allo stesso la laurea in legge "honoris causa" alla memoria.

Non ci si fermava qui. Nel 1949, solennemente, una caserma della Guardia di Finanza in Bologna (Piazza De Marchi, 2) veniva intitolata all'eroico sottotenente Giorgio Barbarisi.

Solo in un paese come l'Italia si poteva verificare il caso di un ministro della Difesa che, per rinfrescare la memoria a Sandro Pertini, di cui non si è gradita l'intransigenza P2, viene a decorare l'assassino di un patriota, la cui memoria le stesse FF. AA. ricordano sul frontone di una delle loro Caserme. Si può essere più sciagurati di così?

 

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«Non credo che il suo giornale se la senta di accusare il colonnello Montezemolo che, prima di essere fatto prigioniero dalla SS, ci fornì di armi ed esplosivi per le azioni partigiane condotte in Roma. Di tali armi ci servimmo anche per l'azione di Via Rasella». (Dalla lettera al quotidiano "Il Tempo" di Roma di Rosario Bentivegna, 16.2.1982).

Qui Rosario Bentivegna bara. Lui sa bene da dove proveniva il tritolo (unica arma usata dai terroristi in quella circostanza) adoperato in Via Rasella il 24 marzo 1944.

Dai magazzini della "Bomprini Parodi Delfino" a cui poteva attingere, disinvoltamente e senza rendere conto a nessuno, Paolo Bonomi, all'epoca non ancora potentissimo «signore» della Coltivatori diretti e della Federconsorzi. Fu lui a fornire l'esplosivo per Via Rasella. La notizia non è di oggi. Basta leggere "Corvi in poltrona" di Vincenzo Cavallaro, edizioni Arnia. Risale a più di venti anni fa. E l'onorevole Bonomi si è ben guardato dallo smentirla. Dunque, Via Rasella: ordine di Pertini, tritolo di Bonomi, esecutore Bentivegna. Una bella miscela davvero.

 

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L'onorevole Antonello Trombadori, già consulente artistico dei quadri di proprietà Caltagirone, su "l'Unità" del 21.2.1982, esaltando la risposta del Governo, data in Senato, sul fatto di Via Rasella, cioè essere ingiurioso l'accostamento dei partigiani di Via Rasella ai terroristi di oggi e che i protagonisti dell'eccidio del 24.3.1944 «altro non sono che soldati dell'Esercito di liberazione», invita le autorità a diffondere e a commentare tale risposta in tutte le caserme e in tutte le scuole militari.

«È dovere del Governo», scrive Trombadori, «sollecitare e organizzare tale dibattito. Come è dovere del Governo passare alla denuncia penale contro chiunque continui ad oltraggiare nei partigiani di Via Rasella, le FF. AA. della Repubblica italiana».

Ora si dà il caso -come abbiamo scritto sopra- che una caserma sia intitolata al nome del sottotenente Giorgio Barbarisi, assassinato dal Bentivegna.

Ecco, ci vuole l'on. Trombadori, nonché Antonello, spiegare come si fa ad organizzare in tale Caserma, l'esaltazione, da parte del Governo, del partigiano Rosario Bentivegna, eroe in Via Rasella, ma assassino in Via Tre Cannelle dell'ufficiale a cui la caserma di Bologna è intitolata? Se c'è qualcuno che oltraggia (e pesantemente) le FF. AA. italiane, questi è proprio Rosario Bentivegna.

 

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7 marzo 1982

 

«Se si vuole evitare l'aberrazione di vincolare la non punibilità e l'attenuazione della pena ad intangibili condizioni interiori dei reo, non resta che la strada, già prevista dal Codice Rocco (in ciò erede di una normativa liberale) dell'ancoraggio della dissociazione a comportamenti oggettivì e oggettivamente controllabili, senza alcun rapporto con la collaborazione con attività di polizia. È possibile che una simile strada, ovvia e perfino obbligata alla luce dei fondamenti stessi di un diritto liberale, non venga fatta propria dai nostri legislatori? Purtroppo è assai difficile che avvenga». (Adriano Sofri, "Lotta Continua", 10.2.1982).

Anche questa dovevamo vedere: "Lotta Continua" fare l'apologia del fascistissimo Codice Rocco...

 

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I detenuti per fatti eversivi sono 3.200 con una larghissima maggioranza di laureati e di diplomati. La stampa parla di 10.000 persone legate al terrorismo e cioè del 50 per cento del quadro politico di una generazione». (Raffaello Lombardi, senatore, relatore sulla legge dei pentiti per il governo).

 

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«Non vi è mai stato un regime politico in Italia, neppure quello fascista, che abbia contato un così alto numero di detenuti politici come oggi». (Marco Boato, deputato radicale, collaboratore di "Lotta Continua", Camera dei Deputati, 24.2.1982).

 

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«Ebbene, pensate che applicando ad un pluriomicida confesso o responsabile il meccanismo previsto da questo provvedimento sui pentiti, in luogo dell'ergastolo, arrivo a otto anni di pena base. Se agli otto anni di pena base applico le attenuanti generiche, riduco ulteriormente la pena; se poi prendo il combinato disposto dal secondo comma dell'articolo 3 e del secondo comma dell'articolo 8, si può arrivare a zero, si può arrivare ad una condizione di non punibilità o di impunità». (Luigi Dino Felisetti, socialista, presidente della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, 24.2.1982).

 

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Le vedove e le madri dei Caduti possono ritenersi soddisfatte: giustizia sarebbe fatta. I pluriomicidi Antonio Savasta, Michele Viscardi, Marco Barbone saranno messi in libertà. Per gli altri terroristi, non ancora pentiti, la legge concede tempo per farlo. Tranquillizzatevi: presto tutti, omicidi, rapine e sequestri a parte, torneranno liberi.

Chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto.

 

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È stato chiesto all'on. Ciso Gitti, membro della Commissione Giustizia della Camera dei deputati, perché la legge sui pentiti suscita tante perplessità ed obiezioni, sia tra i giuristi e i parlamentari che tra i cittadini.

L'on. Gitti ha così risposto: «Perché sicuramente rappresenta uno strappo, sia rispetto alle regole e al sistema giuridico e costituzionale, sia rispetto al modo comune e corretto di sentire dei cittadini che può essere sintetizzato nell'interrogativo: perché le agevolazioni solo e proprio di terroristi? Perché la libertà al terrorista pluriomicida e non all'ergastolano comune, al rapinatore, al ricettatore, al borseggiatore?». ("Il Popolo", 24.2.1982).

«La discussione generale sulla legge dei terroristi pentiti è cominciata alla Camera dei Deputati. Contro la pregiudiziale di costituzionalità, presentata dal MSI-DN, ha parlato l'on. Ciso Gitti, che ha sostenuto la piena corrispondenza del provvedimento alle norme fondamentali della Carta Costituzionale». ("Il Popolo", 24.2.1982).

Domanda: l'on. Gitti, nonchè Ciso, ci fa o c'è? Lo stabilisca il lettore.

 

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Carlo Fioroni, già luogotenente dei bombarolo miliardario Gian Giacomo Feltrinelli, fu l'ideatore del sequestro dell'ing. Carlo Saronio. La vittima era suo amico e compagno di fede politica.

Il rapimento fu consumato insieme ad elementi della malavita comune. Saronio venne assassinato. Malgrado ciò le trattative con la famiglia dei Saronio continuarono. 470 milioni estorti.

Condannato in primo grado a 27 anni di carcere, ora Carlo Fioroni, grazie all'art. 4 della legge Cossiga sui pentiti, è tornato in libertà. Presto altri pluriomicidi lo seguiranno.

Resteranno invece in carcere giovanissimi che, per fame, hanno rubato qualche arancia.

La giustizia democratica è davvero esemplare.

 

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11 marzo 1982

 

Dario Cappellini, insegnante, medaglia d'argento della resistenza, assessore alla cultura al Comune di La Spezia, comunista, fece parte, dopo l'8 settembre 1943, delle SS italiane affiancate ai tedeschi che combattevano in Piemonte.

Lo pubblica "Storia Illustrata" in un servizio intitolato: "Le SS Italiane, l'organizzazione, e tutti i nomi".

A La Spezia e a Cuneo, dove il tenente Cappellini avrebbe fatto il partigiano, è scoppiato il finimondo. Le parole si sprecano: è una menzogna, è un valoroso partigiano, è un democratico purissimo, è un autentico antifascista, su Dario mettiamo tutti le mani sul fuoco.

Bene, ma quell'elenco? Già quell'elenco scotta. Anche perché, parliamoci chiaro signori antifascisti, il caso Cappellini è tutt'altro che unico. Infatti le mani, in fatto di «partigiani alla Cappellini», se le sono bruciate già in tanti.

Non ultimo il celebre mimo Dario Fo.

 

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Sono stati arrestati il sindaco e un assessore di Guardia dei Lombardi, comune terremotato dell'alta Irpinia. Entrambi sono socialdemocratici.

Sono accusati di truffa e peculato, reati che sarebbero stati commessi subito dopo il terremoto. Per far ottenere i contributi per la coabitazione e per la sistemazione autonoma a membri della famiglia, il sindaco Damiano Pietro avrebbe falsificato anche i dati anagrafici dei figli.

Tanassi fa scuola.

 

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A migliaia di disoccupati, alla vigilia delle elezioni (1981), viene promesso un posto sicuro presso la Regione Campania. Però devono sottostare ad una condizione: iscriversi ad una delle 18 Cooperative a cui la Regione Campania ha affidato il servizio del trasporto degli infermi e dei pronto soccorso autostradale. La quota da pagare per essere iscritti: dai 3 ai 7 milioni.

Più di 6000 disoccupati vengono reclutati. L'incasso: 50 miliardi, più altri 8 sborsati direttamente dalla Regione.

C'è ' una truffa. Il servizio non esiste. Le autoambulanze nemmeno. Resta, in piedi, solo l'affare. Di miliardi.

Sono scattate le manette. Per il democristiano Pezzullo, ex-segretario particolare di Antonio Gava, ex-consigliere di amministrazione delle Tramvie provinciali, ex-presidente dell'Ospedale di Frattamaggiore, attualmente al vertice dell'IFI, Istituto Farmaceutico Italiano di Napoli.

Altro arresto: Pasquale Cuofano, docente di scienze politiche all'Università di Salerno, già candidato DC alla Camera, secondo dei non eletti al Consiglio regionale con 30.000 preferenze, ex-consigliere di amministrazione dell'Università, ex-presidente provinciale del movimento giovanile DC a Salerno e delegato nazionale.

Nella truffa, dentro «fino al collo», la Giunta regionale della Campania, con il suo presidente Emilio De Feo e l'assessore Mario Sena.

Evviva: la DC si rinnova.

 

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Il disegno di legge 3082, approvato dal Senato il 13.1.1982 e trasmesso alla Camera il 19.2.1982, relativo ad interventi straordinari a favore delle attività dello spettacolo, è stato approvato in Commissione Interni (in sede legislativa) il 3.2.1982. Si è opposto, in termini duri, Franchi. Niente da fare. I giochi erano fatti. In pochi minuti il provvedimento è stato varato.

Si distribuiscono così 269 miliardi di lire.

C'è stato l'entusiastico appoggio della DC e del PCI. Bisognava approvare, hanno detto, anche se le riforme organiche previste per i vari settori dello spettacolo (musica, prosa e cinema), da tempo all'esame del Parlamento, aspettano di essere approvate. Cioè: i settori dello spettacolo sono allo sfascio. Noi (DC e PCI) non riusciamo a trovare formule per il loro salvataggio. Comunque i miliardi diamoli. Poi si vedrà.

È uno scandalo. C'è stato qualcuno della maggioranza che ha avuto vergogna ad approvare. E se ne è andato. Fra questi l'onorevole Zolla.

 

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«Adesso che ho finito questa esperienza a Montecitorio, molti mi dicono: ti servirà per scrivere. A dire la verità non mi è venuta alcuna idea per un romanzo. Una volta sola mi sono appuntata l'idea per un giallo. Era successo che in Commissione ad un democristiano era sparito l'accendino d'oro. Ecco si potrebbe ambientare a Montecitorio una storia in cui un personaggio sparisce, non si trova più». (Leonardo Sciascia, "Lotta Continua", 13.2.1982).

Comunque a Montecitorio, per il momento, continuano a sparire oggetti e non persone.

 

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Roma, febbraio. Fino a qualche settimana fa era assiduo frequentatore del "Tartarughino" e del "Bella Blu", il locale di Marina Lante della Rovere: oggi, seguendo la moda indicata dagli autorevoli esponenti dei jet set, il ministro Renato Altissimo ha aggiunto nel suo itinerario notturno il privé del "Jackie 'O" sempre affollato da attrici, indossatrici e donne affascinanti. Fuori della discoteca il suo autista conversa per ore coi posteggiatore e con i tre agenti di scorta assonnati. Con l'Italia che crolla a pezzi, il governo continuamente sull'orlo della crisi, il terrorismo, la droga, l'inflazione e i mille altri problemi che sommergono il Paese, ogni sera, allo scoccare della mezzanotte, ora in cui Cenerentola se ne andava, il ministro della Sanità arriva puntualmente al piano-bar e sempre attorniato da belle ragazze. La sigaretta in mano, il bicchiere nell'altra: «Con tutti i soldi che ho speso in whisky da quando frequento i locali notturni potrei essere il maggiore azionista delle industrie scozzesi» è la sua battuta preferita. Solo i camerieri lo chiamano «signor ministro», per tutti gli altri habitués, persino per i due pianisti, Antonio e Marcello, è semplicemente «Renato». ("Gente", n° 7 del 12 febbraio 1982).

C'è stata, al riguardo, una smentita che ... smentita non è. Il ministro Altissimo ha precisato che ai nights ci va, ma senza scorta.

È un po' pochino.

«Sono interessi privati», scrive il ministro della Sanità.

No, signor ministro, non sono interessi privati. Un ministro ha il dovere di comportarsi con decoro, diremo rigoroso. Se no, faccia un altro mestiere. Specie quando si ha fra le mani un dicastero come quello della Sanità che, facendo acqua da tutte le parti, esigerebbe che alla sua testa vi fosse persona dedita allo studio dei problemi, e non solo a quelli del l'alcoolismo.

 

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14 marzo 1982

 

Indro Montanelli, su "il Giornale" (3.3.1982), ha preso, in verità troppo vigorosamente, le difese di Giovanni Spadolini (e altri), accusato, da un lettore di Milano, di spendere fior di miliardi dei contribuente in viaggi, spesso inutili, per il mondo.

Appunto ingiusto, ha scritto Montanelli, in quanto tutti gli uomini di governo viaggiano in continuazione e Spadolini non è «fuori dalla norma».

Fuori dalla norma Spadolini, in verità, ci va. Anche di recente. Quando si è recato, insieme al ministro Giorgio La Malfa, in Sardegna onde partecipare al banchetto nuziale del figlio di Armando Corona, uno dei candidati di spicco all'elezione di Gran Maestro della massoneria, elezione che si svolgerà mercoledì 24 marzo all'Hótel Hilton in Roma.

Spadolini e La Malfa, per questo viaggio, si sono serviti di un aereo dello Stato Maggiore (cinque milioni di lire l'ora).

Questi aerei ormai vengono chiamati le ali di Spadolini. E da quando il segretario del PRI è divenuto presidente del Consiglio dei ministri, il reparto volo dello Stato Maggiore, da cui dipendono gli aerei che di solito sono usati dal presidente del Consiglio e dai ministri, registra, a carico dell'erario, una spesa di oltre un miliardo di lire.

Queste cose Montanelli non le sa. Gliele riferiamo perché eviti, per l'avvenire, di incappare in difese insostenibili.

Sicché il presidente del Consiglio dei ministri vola in Sardegna in omaggio al capo massonico Armando Corona e, guarda caso, proprio alla vigilia di una campagna elettorale (massonica) vivacissima.

Alla chiusura delle liste, 46 massoni si sono presentati per le nuove cariche, cinque per quella di Gran Maestro e addirittura otto per quella di Gran Segretario, i due ruoli chiave dell'organizzazione.

Per le diverse cariche si sono formate cinque liste e la prima fa capo ad Armando Corona, intimo di Giovanni Spadolini e da sempre dirigente nazionale del PRI.

La lista di Corona è molto forte, ed è per questo motivo che si trova nell'occhio del ciclone delle polemiche elettorali.

Infatti Corona, non solo è accusato di farsi appoggiare nella elezione dal presidente del Consiglio e dai partiti laici (PRI, PSI, PLI), ma addirittura di avere preso contatti con Gelli per essere segretamente appoggiato nel ballottaggio finale. Ultimamente, una velina scandalistica contro di lui è stata messa in circolazione: vi si accenna a vendite di palazzi, a evasioni fiscali, a cliniche private.

Comunque i pronostici lo danno sicuro vincitore, anche se uno dei suoi concorrenti gode della fiducia del presidente della Repubblica, Sandro Pertini: Giulio Masson, loggia "Scienza e Umanità" di Roma, segretario nazionale dell'ANPI (partigiani).

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Torniamo ai viaggi. Scrive Montanelli: «Tutti i Capi di Stato viaggiano. A volte lo fanno per precisi impegni politici, a volte lo fanno nel programma delle visite ricevute e ricambiate. Alcune fra esse, lo so, rappresentano soltanto minuetti protocollari, senza alcun peso sostanziale».

Infatti, oltre che da Corona, Giovanni Spadolini si è recato (in aereo fino a Pisa e poi in elicottero) a Viareggio, per assistere al corso di chiusura del carnevale (e ricevere un premio).

I giornali hanno scritto che il presidente del Consiglio dei ministri, la cui immagine figura su tre carri rnascherati, ha dimostrato «coraggio» nel venire (in aereo ed elicottero) a Viareggio.

D'accordo, ma quanto è costato questo minuetto (non protocollare) al contribuente?

 

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«Erano le 21 e mentre mi trovavo ad un incrocio nelle viuzze dei centro, dallo specchietto retrovisore una macchina dei carabinieri con fari, clacson, luci blu, mi ingiungeva perentoriamente di fare largo. Obbedisco e accosto. A quella dei carabinieri seguono altre 3 o 4 macchine blindate, con dentro uomini armati di mitragliette tenute bene in vista e, in una di esse, il Presidente Spadolini. Si infilano tutte insensatamente contro mano in una piccola stradina. A questo punto, visto che il corteo era bloccato a causa dell'astuta manovra, gli uomini della DIGOS, in borghese, balzavano fuori dalle macchine e con atteggiamenti degni della liberazione del generale Dozier, corrono in avanti, armi alla mano. La gente, me compresa, è terrorizzata, si rifugia nei portoni, corre via. Sarebbe bastato un gesto falso per far partire un colpo. Qualche secondo e tutti gli agenti freneticamente, tra segnali concitati, ritornano alle macchine che ripartono rombando, strombazzando, sgommando. Una scena da regime sudamericano. Ho pensato, per trovare una spiegazione, che Spadolini avesse ricevuto qualche minaccia o quanto metto che avesse un appuntamento di enorme importanza. Niente affatto. Pochi istanti più tardi lo vedo davanti al Teatro Quirino (dove c'era la prima dell'Otello), mentre chiacchiera amabilmente con sua nipote e altri sconosciuti. Le macchine della scorta intasano completamente una strada laterale e il traffico è deviato. Spadolini saluta, si inchina, fa centri ammiccanti a chi lo riconosce: è molto allegro. Credimi, direttore, io ero davvero depressa e gli amici che erano con me addirittura furiosi. Vorrei domandare a Spadolini: può il Presidente del Consiglio evitare in futuro simili gradassate?». (Costanza Pera, "L'Opinione", 18.2.1982).

 

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18 marzo 1982

 

Quattro anni dalla morte di Aldo Moro. Il "Corriere della Sera" (6.3.1982) titola a tutta pagina: «Così abbiamo ucciso Moro. Antonio Savasta confessa gli ultimi particolari della tragedia che si concluse con l'assassinio dello statista».

L'emozione, non spenta, di quella morte mi ha portato a rileggere le lettere, e il memoriale, che Aldo Moro scrisse dal carcere delle Brigate rosse. Ormai, nemmeno Benigno Zaccagnini, dubita più della veridicità di quelle note vergate in punto di morte dall'uomo politico pugliese. E non hanno torto coloro che affermano che, secondo l'interpretazione che si dà a quelle lettere, la politica italiana dei prossimi anni camminerà in un senso o nel senso diametralmente opposto.

Sarà, infatti, anche l'interpretazione di quelle lettere a decidere se il PCI sarà, prossimamente, forza di governo oppure no.

Per il momento ascoltiamone, insieme, alcuni stralci, attualissimi e di forte significanza politica.

24 aprile 1978: la lettera è indirizzata a Zaccagnini, segretario della DC. Alla esecuzione mancano quindici giorni. Moro si è accorto che non gli danno altro che parole. E lo Stato, a pezzi, inefficienza. E scrive: «Non creda la DC di avere chiuso il problema liquidando Moro. Io ci sarò ancora come punto irriducibile di contestazione e di alternativa, per impedire che nella DC si faccia quello che se ne fa oggi. Per questa ragione, per una evidente incompatibilità, chiedo che ai miei funerali noti partecipino né Autorità dello Stato, né uomini di partito. Chiedo di essere seguito dai pochi che mi hanno veramente voluto bene e sono degni perciò di accompagnarmi con la loro preghiera e il loro amore».

Non ci sono dubbi. Aldo Moro, dalla prigione, si rese perfettamente conto che la DC di vertice, reputando di riscattarsi sulla sua pelle, lo voleva morto. Non diverso, ad esecuzione avvenuta, il pensiero dei suoi familiari.

Questa che riportiamo è la preghiera scritta da Eleonora Moro, preghiera che venne letta nella chiesa di Cristo Re in Roma il 16.5.1978, alle ore 19, alla presenza di Amintore Fanfani, durante una messa in suffragio di Aldo Moro, assassinato il 9.5.1978: «Per i mandanti, gli esecutori, e i fiancheggiatori dell'orribile delitto, preghiamo. Per quelli che per gelosia, per viltà, per paura o per stupidità hanno ratificato la condanna a morte, preghiamo. Per me per i miei figli, perché il senso di disperazione e di rabbia che ora proviamo si tramuti in lacrime di perdono, preghiamo».

Se ci fate caso, Eleonora Moro, scrivendo quella preghiera, ha più serenità per gli esecutori dell'orribile delitto di coloro che «per gelosia, viltà, paura, stupidità ratificarono la condanna a morte». Gelosia, viltà, paura, stupidità: è un campionario che ha facce, volti ben precisi nella DC e dintorni.

Già Aldo Moro questi volti, dalla prigione delle BR, aveva avuto modo di pennellarli. Stupendamente.

Qui l'uomo dal linguaggio involuto, sfumato, a doppio senso, è di una precisione implacabile. I suoi termini sono intelligibili a colpo d'occhio. Ecco Andreotti.

«Tornando poi a lei, onorevole Andreotti, per nostra disgrazia e per disgrazia del Paese (che non tarderà ad accorgersene) a capo dei governo, non è mia intenzione rievocare la grigia carriera. Non è questa una colpa. Si può essere grigi ma onesti, grigi ma buoni, grigi ma pieni di fervore. Ebbene, onorevole Andreotti, è proprio questo che le manca. Se ha potuto disinvoltamente navigare tra Zaccagnini e Fanfani, imitando un De Gasperi inimitabile che è a milioni di anni luce lontano da lei. Ma le manca proprio il fervore umano. Le manca quell'insieme di bontà, saggezza, flessibilità, limpidità, che fanno senza riserve, i pochi democristiani che ci sono al mondo. Lei non è di questi. Durerà un po' di più, ma passerà senza lasciare traccia ...»

 

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Ed ecco Berlinguer. «... E molti auguri anche all'onorevole Berlinguer che avrà un partner versatile in ogni misura e di grande valore. Si può dire, dunque, che Berlinguer sia entrato con lo sguardo benevolo del detentore del potere. Ma se si guardano le cose che stanno accadendo e la durezza senza compromessi (come per scansare un sospetto) della posizione di Berlinguer sull'odierna vicenda delle BR è difficile scacciare il sospetto che tanto rigore serva al nuovo inquilino dei potere in Italia per dire che esso ha tutte le carte in regola, che noti c'è da temere defezioni, che la linea sarà inflessibile e che l’Italia e i paesi europei, nel loro complesso, hanno più da guadagnare che da perdere da una presenza comunista al potere. E la DC, consacrando il governo in modo così rigoroso e senza un attimo di ripensamento, dice che con il PCI sta bene e che esso è il suo alleato degli anni ‘80».

 

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«È naturale che un momento di attenzione sia dedicato all'austero regista di questa operazione di restaurazione della dignità e del potere costituzionale dello Stato e di assoluta indifferenza per quei valori umanitari, i quali fanno tutt’uno con i valori umani. Un regista freddo, imperscrutabile, senza dubbi, senza palpiti, senza mai un momento di pietà umana. È questi l'onorevole Andreotti, del quale gli altri sono stati tutti gli obbedienti esecutori di ordini. Il che non vuol dire che li reputi capaci di pietà. Erano portaordini e al tempo stesso incapaci di capire, di soffrire, di avere pietà. Andreotti è restato indifferente, livido, assente, chiuso nel suo sogno di gloria».

«... Che significava, in presenza di tutto questo, il dolore insanabile di una vecchia sposa, lo sfascio di una famiglia, la reazione, una volta passate le elezioni, irresistibile della DC? Che significava tutto questo per Andreotti, una volta conquistato il potere per fare il male, come sempre ha fatto il male nella sua vita? Tutto questo non significa niente. Bastava che Berlinguer stesse al gioco con incredibile leggerezza. Andreotti sarebbe stato il padrone della DC, anzi padrone della vita e della morte di democristiani e no, con la pallida ombra di Zaccagnini, indolente senza dolore, preoccupato senza preoccupazioni, appassito senza passioni, il peggior segretario che abbia avuto la DC ...».

Così Aldo Moro dalla prigione delle BR. Si sentiva in trappola. Ahimé di una trappola che aveva, con le sue stesse mani, cooperato a fabbricare ...

Di ciò Moro doveva soffrirne. Di più del pensiero che andava a morire.

 

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20 marzo 1982

 

Sandro Pertini ama trasformarsi spesso in propagandista dei PCI. Lo fa volentieri. Lo si sente lontano un miglio. Fa parte della sua indubbia furbizia. E lo fa, specie, quando si trova in mezzo alla gente.

Ultimamente, in tema di terrorismo. «Lei non può immaginare», disse all'interlocutore, «quanto il PCI sia sincero quando afferma di essere contro l'eversione». «In fatto di terrorismo», disse il presidente, «la fermezza del PCI è fuori discussione».

Nel suo ultimo viaggio in Calabria, decorando di Medaglia d'oro alla memoria un Caduto per mano mafiosa, ha avuto modo di ricordare, e di sottolineare, che quel Caduto era un iscritto al PCI. Come se il PCI, in Calabria, fosse il baluardo della lotta antimafiosa.

Dissentiamo. In Calabria (come in Sicilia, del resto) il PCI non ha le carte in regola per alzare la bandiera della lotta alla mafia. Come, del resto, tutta la sinistra politica. E meno che mai il PSI, che è il partito del presidente della Repubblica.

Andiamo per ordine. "l'Unità" del 13.9.1980, per la penna di Fortebraccio, faceva dell'ironia perché la stampa, riportando la notizia dell'arresto in Calabria di 15 mafiosi, aveva sottolineato che fra gli arrestati c'era un consigliere comunale del PCI di Mammola, un piccolo centro della provincia di Reggio Calabria.

«Il nostro partito», scriveva Fortebraccio, «non è lontano da contare due milioni di tesserati. È possibile che non vi sia nelle sue file qualcuno che traligna? È possibile che non annoveri, trai suoi militanti, qualche disonesto?».

Le cose sembravano dare ragione a "l'Unità", quando l'11.6.1980, a colpi di lupara, veniva assassinato a Rosarno, Giuseppe Valarioti, segretario della locale sezione del PCI, perché, secondo voci, voleva impedire alla mafia di impadronirsi della cooperativa "Rinascita", che opera nei settori della raccolta, commercializzazione e trasformazione degli agrumi.

Ahimé, il 2.11.1980, per l'omicidio dei Valarioti vanno in galera cinque persone, fra le quali Michele La Rosa, di 43 anni, socio della cooperativa "Rinascita", iscritto al PCI, accusato di essere uno dei mandanti dell'assassinio.

Allora Fabio Mussi, segretario regionale del PCI, usa diversa tattica da quella messa in opera da Fortebraccio. La sicurezza, sulla onestà dei compagni, viene abbandonata. Non parla di mosche bianche (i mafiosi) nel PCI, ma comincia ad ammettere che nel PCI calabrese potevano esserci degli «infiltrati». Questo il 2.11.1980.

Ma il 4.11.1980, appena 48 ore dopo, la vicenda prende contorni più netti e più chiari. Il procuratore capo di Palmi, Giuseppe Tuccio, spicca, sempre nell'ambito dell'assassinio del Valarioti, nove ordini di comparizione. E tre sono per iscritti al PCI, e, fra di essi, Domenico Spataro e Domenico Giovinazzo, rispettivamente presidente e vice presidente della cooperativa "Rinascita". L'accusa: avere omesso di fornire notizie per scoprire gli assassini del Valarioti. Cioè, i comunisti della cooperativa «sapevano», ma (mafiosamente) facevano silenzio, perché d'accordo nel continuare la truffa che la cooperativa aveva messo in essere e che il Valarioti non approvava e che per questo era stato ucciso.

Fortebraccio su "l'Unità", si guarda bene dal commentare le notizie. È una frana. Per il PCI.

«Avvieremo una riflessione politica perché le cose sono complesse. Ci deve essere stato un processo degenerativo, l'attività cooperativa deve avere ceduto, mettendosi al centro di uno scambio in cui il regolatore era il clan mafioso dei Pesce (grandi elettori del PSI - N.d.R.). È una responsabilità politica grave, che noi accerteremo fino in fondo». Sono dichiarazioni ("la Repubblica", 9.11.1980) di Fabio Mussi, ex-direttore di "Rinascita", prestigiosa rivista culturale del PCI, segretario regionale ora del PCI in Calabria.

Dalla fase del respingere tutto perché offensivo, il PCI passa, in tema di mafia in Calabria, alla riflessione. E comincia a parlare di responsabilità da accertare. Dal «non siamo mafiosi» al «può essere che anche noi ...».

 

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Febbraio 1981. Tribunale di Locri. Cominciano a sfilare davanti ai giudici, nel più grosso processo di mafia mai tenuto sinora, 133 imputali. E si ascoltano, come testimoni, i 22 sindaci della Locride. Sono democristiani, socialisti, comunisti.

«La mafia? Non esiste. E se esiste lo sanno solo i giornali che cosa è. Noi non lo sappiamo». È il ritornello che i 22 primi cittadini della Locride ripetono. Estorsioni, sequestri, rapine, omicidi non sono attribuibili alla mafia. La mafia non esiste.

Francesco Logozzo, sindaco del PSI di Gioiosa Jonica (il paese del mugnaio Rocco Gatto, assassinato dalla mafia, e alla cui memoria Sandro Pertini ha concesso la medaglia d'oro al valore civile) afferma: «Non ho mai sentito dire che i fatti del mercato di Gioiosa Jonica (commercianti terrorizzati dal clan Ursino, poi denunciato da Rocco Gatto - N.d.R.) siano stati organizzati da Francesco Ursino. Di lui nessuno si è lamentato. Ursino ha sempre manifestato rispetto verso l'autorità comunale».

Meno male che la cerimonia del conferimento della Medaglia alla memoria di Rocco Gatto si è svolta nella Prefettura di Reggio Calabria. Perché se si fosse svolta nel Municipio di Gioiosa Jonica, Sandro Pertini, socialista, avrebbe avuto al suo fianco, con tanto di fascia tricolore, il sindaco, socialista anche lui, ma, ahimé, difensore nel Tribunale di Locri, degli assassini di colui che lo stesso presidente della Repubblica decora di Medaglia d'oro alla memoria. È una Italia pirandelliana, per dirla con parole garbate. È una Italia in sfascio, per dirla con parole più appropriate.

Francesco Franconesi, sindaco comunista di Canolo. Tribunale di Locri. Deve testimoniare se tre dei 133 reclusi sono mafiosi. Si tratta di Nicola, Vincenzo, e Domenico D'Agostino. Testuale: «Nicola D’Agostino, e i suoi due figli Vincenzo e Domenico, sono dei perfetti galantuomini». Per chi non lo sapesse, Nicola, il vecchio capo clan, e Domenico, accusati della strage dei carabinieri a Razzà, sono stati sindaci di Canolo. Tutti e due con tessera del PCI.

In questo contesto come può meravigliare che la mafia calabrese abbia sostenuto alla piena luce del sole, nelle politiche dei 1976, la campagna elettorale del socialista Aldo Aniasi, avvalendosi di infiltrati nella vasta comunità calabrese emigrata a Milano?

Totò Trichilo, massimo esponente della famiglia socialista di Macrì di Siderno, condannato per associazione a delinquere (cosca di Platì) dalla Corte di Assise di Roma (3.12.1981), era al servizio dello staff elettorale dell'allora sindaco di Milano, Aniasi, che nel 1976 si presentava, per la prima volta, alla Camera. Tanto che Aniasi, appella eletto, va in Calabria, in visita organizzata a Siderno, dai suoi padrini elettorali.

Questa è la sinistra che, in Calabria, dovrebbe nelle intenzioni del presidente della Repubblica, lottare contro la mafia con le opere e con l'esempio. Ma ahimé, le opere e l'esempio mancano.

C'è da chiedersi perché la Medaglia d'oro alla memoria è andata al mugnaio di Gioiosa Jonica che, pur iscritto al PCI, resta un semplice militante, mentre nulla si è fatto per la memoria di Giuseppe Valarioti, anche lui assassinato dalla mafia, e segretario della sezione del PCI di Rosarno. Perché onori a Rocco Gatto e silenzio per Giuseppe Valarioti?

Perché questa disparità? Forse perché -è duro scriverlo ma la verità va detta- se si fosse data la medaglia anche a Giuseppe Valarioti, sarebbe venuto fuori che ad assassinarlo erano stati i suoi compagni di partito? E come avrebbe fatto, in questo caso, Sandro Pertini a tessere l'elogio del PCI? Perché, "l'Unità" non prova a rispondere?

 

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28 marzo 1982

 

La musica divide socialisti e comunisti. L'amministrazione comunale di Firenze è andata in crisi sulla scelta del nuovo sovrintendente al Teatro Comunale; a Bologna la guerra della musica, fra PSI e PCI è in pieno svolgimento per la gestione dei Teatro Comunale; a Milano lo scontro riguarda La Scala. I comunisti si sono opposti decisamente che Craxi usasse, come proscenio, la Scala per la programmata commemorazione di Filippo Turati, a 50 anni dalla morte.

 

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Il personaggio Filippo Turati. La sua immagine, il suo messaggio sono dispute che dividono PSI e PCI.

Contrasti autentici o pretesti futili? Vedremo. Comunque di Filippo Turati vogliamo dare, ai lettori del "Secolo", il ritratto che di lui fece un grande giornalista, Alberto Giannini, in un libro introvabile, "Le memorie di un fesso".

Alberto Giannini dirigeva, agli albori del fascismo, "il Becco Giallo". È di Mussolini la frase: «O noi sopprimiamo il Becco Giallo, o il Becco Giallo sopprime noi».

La vicenda umana e giornalistica di Giannini è tutta da raccontare. Quando Matteotti è assassinato, è accanto a Matteotti; quando Mussolini è trucidato, è accanto a Mussolini; quando i suoi compagni antifascisti di esilio sono contro la Patria, egli è contro di loro, e quando i suoi nemici fascisti sono perseguitati, soprattutto per aver servito la Patria, Giannini è con loro. Questa volta con "il Merlo Giallo".

E tutto ciò pagando sempre di persona, con la spada (innumerevoli i suoi duelli) o con la fame, alla continua ricerca di torti da vendicare, di oppressi da difendere. Questo fu Alberto Giannini: grande giornalista, grande patriota. Ora ascoltiamolo, nella sua prosa scanzonata, raccontare il suo incontro, a Parigi, con Filippo Turati.

«La preparazione delle valigie aveva per Filippo Turati -uomo d'azione- una grande importanza. Diceva: è sempre facile dimenticare qualcosa di cui si può avere bisogno. Era una delle sue manie, quella di avere sempre con sé tutto quanto potesse occorrere per gli urgenti bisogni imprevisti. Così i suoi abiti avevano un numero infinito di tasche grandi e piccole, interne ed esterne, visibili ed invisibili, ed ogni tasca, come un armadio farmaceutico, aveva il suo corredo. Il portafoglio stava nella tasca interna del gilè, al sicuro dai ladri; il portamonete, più esposto, perché in una tasca esterna, era assicurato ai pantaloni con una robusta catenella di acciaio; l'orologio era provvisto di un complicato sistema di attaccatura di sicurezza ed alloggiava in un taschino ovattato per attenuare gli urti; un piccolo registro, dove venivano segnate le spese fatte fuori casa, aveva riservata una tasca posteriore dei pantaloni; e la penna stilografica faceva capolino da un taschino stretto e lungo come una guaina aperto nella parte superiore del gilè a sinistra».

«Ogni spesa, piovesse o nevicasse, provocava una fermata in mezzo alla via per l'estrazione della penna, del registro e per l'annotazione dei franchi e centesimi sborsati. Disseminati nelle altre tasche, c'erano poi lacci per le scarpe, piccoli gomitoli di spago, aghi, spilli, cotone bianco e nero, bottoni, steccadenti, la guida di Parigi, l'orario ferroviario, il calendario con le fasi della luna, le feste di precetto e le tariffe dei mezzi di trasporto, occhiali da vedere da vicino, occhiali per vedere lontano, occhiali da sole ed una piccola pelle di camoscio per pulire le lenti compresa quella d'ingrandimento chiusa in un astuccio di cuoio giallo. Non mancavano un metro arrotolato, uno spazzolino, un pettine, un cavatappi ed infine tutto un vasto assortimento di oggetti misteriosi nascosti un po’ dappertutto. Se questo era il corredo per circolare in città, a poca distanza dalla base di rifornimento, immaginate che cosa gli occorresse per imbottire due valigie per un viaggio all'estero».

«Fu così che, entrato nella sua camera, lo trovai in piedi di affianco ad un enorme baule aperto, dal quale, come da un cratere di un vulcano in eruzione, erano venuti fuori lava, cenere e lapilli che avevano sotto forma di pacchi, pacchetti e pacchettini, coperto il letto, il tavolo, il cassettone, si erano sparpagliati sul pavimento, arrampicati sul marmo del lavabo, spinti fin sul davanzale della finestra. Al centro di questo bazar sconvolto come un terremoto, stava lui, il leader socialista, il capo dell'antifascismo, il condottiero della rivoluzione di domani, il presidente della futura repubblica democratica italiana, colui che da Parigi avrebbe dovuto rovesciare il fascismo, battere Mussolini, conquistare il potere. Io, lo confesso con malinconia, ho pochissimi capelli sul cranio, perché la maggioranza ha preferito abbandonare la... casa paterna ed andarsene per il suo destino, ma quei pochissimi superstiti, alla vista di tale impensato spettacolo, si erano tutti rizzati sulla testa, sbalorditi e sgomenti».

«Turati faceva gesti desolati, come per dire: Vedete che lavoro per servire la causa! Io sorridevo con quell'espressione cretina che si assume nei momenti solenni, quando si vuol mascherare la propria commozione.

«Presi a caso un pacchettino: erano tutti accuratamente incartati col sistema che usano i farmacisti per le cartine del chinino e del solfato di sodio (una dose ogni due ore) erano legati con uno spaghetto rosso, rosso come la bandiera del partito, come il garofano del primo maggio alla bicchierata fuori porta con discorso inno dei lavoratori e sbornia ed avevano un cartellino con la spiegazione. Quello che mi era capitato in mano recava scritto: "Orologio di nichel mancante della sfera dei minuti e senza vetro: rotto il 15 giugno 1924 in viaggio da Milano a Roma scendendo dal treno a Bologna"».

«Le grandi sorprese, come i grandi dolori, sono mute. Posai il pacchetto senza dire motto. Ne presi un altro, molto più voluminoso. Il cartellino avvertiva: "mutande di lana con fondelli da rifare", e la data: "6 marzo 1925". Detti uno sguardo desolato ad un terzo che conteneva "un paio di calze di filo nero con un buco al tallone": il buco, il 14 aprile 1924. Un quarto, un quinto, un centesimo... tutti contenevano un oggetto smesso, rotto o da riparare: era un piccolo Campo dei Fori il mercoledì, raccolto nella stanza di un albergo di Parigi, non da un maniaco metodico e straccione, ma dal capo dell'antifascismo, dal Leader del socialismo italiano».

«Quando finalmente potei articolare qualche parola, fu per domandare: e tutta questa roba come è qui? Mi rispose Turati con tranquillità: me la son fatta spedire da Milano subito dopo il mio arrivo a Parigi. E dopo una pausa: è tutta roba che mi può servire. Domandai ancora: e i pacchetti chi li ha fatti? Turati ebbe un lieve sorriso di soddisfazione, e rispose come Napoleone dopo Austerlitz: Io! Se quel giorno non divenni omicida non fu per cattiva volontà, ma per l'abitudine che ho di circolare senza armi da fuoco. Lo spettacolo valeva ben cinque colpi di rivoltella sparati a bruciapelo. Uscii dalla stanza che non ero più un uomo. Avrebbe potuto, Filippo Turati, far benissimo di me un pacchetto con lo spago rosso e il cartellino: "Involucro umano di antifascista vuoto di fede e sgonfiato come un pneumatico bucato". E la data: "21 gennaio 1927"».

(Alberto Giannini, "Le memorie di un fesso", parla Gennarino «fuoruscito» con l'amaro in bocca, Ed. Corbaccio).

 

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31 marzo 1983

 

Sotto il significativo titolo: "Siamo ai materassi", il sen. Cesare Zappulli, nel fondo de "Il Giornale", (6.3.1982) scrive: «In questa corsa allo sputtanamento, non si risparmiano colpi. La Roma, ignobile, della politica si confida di bocca in bocca il passo delle bobine d'intercettazione telefonica, in cui un ministro socialista in carica, abbandonandosi a un momento, diciamo così, di tenerezza, ricorda alla congiunta di un "grand commis" dello Stato le dolci morsicature (nel testo: «i morsetti») inflittele in siiti corporei che sembrano offrirsi meglio degli altri all'amorosa crudeltà».

Di che si tratta? Si tratta che dagli antri della Procura del Tribunale di Roma e dalla Commissione P2 sono usciti passi di bobine che i giudici di Milano e di Roma hanno confezionato e, fra questi, le intercettazioni telefoniche intorno a certi personaggi (e affari) ENI.

Spiccano, su tutte, quelle del «ministro socialista» che, anziché preoccuparsi delle aziende di Stato (in sfascio), in ore stabilite («è uscito il becco?», nel testo), telefona alle consorti dei dirigenti di vertice delle aziende, di cui è supervisore, per appuntamenti galanti.

C'è qualcosa di più. Il ministro va oltre. Le aziende statali sono alla bancarotta. L'ENI rimette cinque miliardi al giorno, ventimila miliardi di debito alla fine del 1982. «Tutti a casa!», grida il ministro. E si capisce subito che tutti devono andare a casa, tranne... uno. E quell'uno (ma guarda il caso!) è il consorte della «signora» con cui il ministro ha teneri rapporti telefonici, tanto da apparire un consolatore, una specie di stregone delle ansie, delle fantasie, delle evasioni che tormentano «Mimma».

 

* * *

Si dirà: ma sono cose che accadono da che mondo è mondo. Chi noti ricorda, tanto per citare un caso che fu clamorosamente nelle aule parlamentari, Filornena Barbagallo, Donna Lina, la moglie imprudente di Francesco Crispi?

La «privacy» è sacra, anche quella di un ministro. D'accordo. Ma quando la «privacy» di un ministro si riverbera pesantemente sull'andamento delle aziende a partecipazione statale che prosciugano denaro pubblico fino all'inverosimile, come si fa a dire che la «privacy» del ministro non interessa?

 

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In breve: non la competenza, non la probità, non l'onestà contano nelle Aziende a partecipazione statale. Ma conta e vale (per il ministro) il poter dare «morsetti» alle consorti, dei «grand commis».

E così che si fa carriera? Nemmeno la tessera (che deve essere simile a quella del ministro) basta più.

Occorre anche fornire la moglie?

L'interrogativo non è retorico.

 

* * *

Settimanalmente "L'Espresso", a firma di Tullio Pericoli, pubblica, a tutta pagina, una vignetta dal titolo: "Sorrida, prego".

Da una parte c'è Giovanni Spadolini, dall'altra Sandro Pertini.

Spadolini, rivolgendosi al Presidente della Repubblica, indica un misuratore di livello e dice: «Oggi siamo nella merda fino a qua». E la merda, settimanalmente, sale.

L'ultima volta era già arrivata al collo di Spadolini. Riteniamo che, con gli ultimi avvenimenti di queste settimane, la prossima volta, troveremo Spadolini completamente sommerso. E con lui, ahimé, la Repubblica italiana.

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