DICONO

da "Plus Ultra", 14 settembre 2010

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Uno squarcio su un'altra destra:

esce "Beppe Niccolai, il missino, l'eretico"

 

Luca De Netto   

 

Esiste una destra sconosciuta, una destra per cosi dire "minore", che non ha avuto la fortuna di essere al posto giusto al momento giusto, ma che ha contribuito, in maniera determinante, non solo a gettare le basi dell'attuale centrodestra, ma a far maturare l'intero panorama politico italiano.
È la destra di Mimmo Mennitti e Beppe Niccolai, di Pino Rauti e Adriano Romualdi, di Marco Tarchi e Umberto Croppi: destre molto differenti tra loro, espresse nel corso del tempo da personalità eccezionali, a volte molto scomode, qualcuna persino inorridita oggi al sol pensiero di essere collocata "a destra", o ieri di definirsi tale.
Eppure la vulgata ufficiale vuole che i grandi della destra italiana siano stati Giorgio Almirante e Pinuccio Tatarella, pilastri del Movimento Sociale Italiano e della sua modernizzazione democratica, ma anche artefici della nascita e crescita politica di Gianfranco Fini…
La storia che racconta invece Alessandro Amorese nel suo saggio "Beppe Niccolai: il missino e l'eretico" è una storia differente, non solo perché dedicata ad una personalità che l'ufficialità mediatica ha voluto considerare "di secondo piano", ma anche perché apre un varco verso una visione nuova su fatti, eventi e personaggi relativi ad una Prima Repubblica che ancora ha tanto da dire ed insegnare.
Giuseppe Niccolai, classe 1920, volontario nella seconda guerra mondiale, dirigente toscano del MSI, durissimo nei consigli comunali, si scaglia da deputato soprattutto contro il potere democristiano.
Missino di ferro, vecchio stampo, a volte insopportabile, incarna nella prima fase della sua vita quel modo di essere tipico della galassia degli uomini di Almirante: fedelissimi del Capo, intolleranti con qualsiasi movimentismo autonomo sul territorio, fortemente timorosi di essere superati da qualche giovane brillante, capace di esprimersi ed in grado di aggregare.
Ma la parabola umana e politica di Niccolai lo porta presto a posizioni avanguardiste, di rottura, eretiche: sogna di ricucire la frattura con il mondo social-comunista che si era avuta con la fuoriuscita di Benito Mussolini da "l'Avanti!", critica Almirante e le posizioni nostalgiche del partito.
Incontra così negli anni '80 Mimmo Mennitti, l'esponente più modernista del MSI, con cui da vita a riuscitissimi fermenti culturali. I ragazzi del Fronte, sia pur vicini a Rauti, capo della sinistra interna, simpatizzano fortemente per questo parlamentare che ricordava tanto Nicolino Bombacci -dirigente di primo piano del partito comunista che sceglie di morire accanto al Duce in nome dell'Italia e del Socialismo- e che incantava sognando un'inedita alleanza tra rossi e neri.
Niccolai intuisce, insieme a Giano Accame e Mimmo Mennitti, che il craxismo rappresentava una novità politica fondamentale per l'Italia, e si sforza perché si arrivi ad un dialogo con le componenti socialiste in nome di un nuovo socialismo tricolore.
Ma un partito appiattito sulle posizioni di retroguardia, incapace di aprirsi alla cultura -tanto che si era preferito ricorrere all'ex marxista Armando Plebe per stabilire le politiche culturali missine degli anni '70, invece di guardare con attenzione ai fermenti che, pur tra mille difficoltà, fiorivano nell'area-, anziché valorizzare le teste pensanti che dal MSI erano passate, tacciava di "tradimento" ogni ipotesi di dialogo.
Era eretica, infatti, già l'idea stessa di parlare con chiunque non fosse missino, figuriamoci il sacrilegio che significava ipotizzare un'alleanza elettorale con il partito socialista.
Eppure era cosi naturale agli occhi di Niccolai quel percorso in un partito che avrebbe dovuto rivendicare le proprie radici partendo da una visione del mondo, e non dal folklore di retroguardia tipico della grigia nomenklatura missina, contro cui si batte, a viso aperto, il deputato toscano che da vita alla storica mozione congressuale "segnali di vita".
Sportivo, tagliente, goliardico, ma anche rude, deciso e testardo, non riesce a vedere la svolta di Rimini del 1990, quando un'inedita alleanza tra Rauti e Mennitti riesce a battere Fini e portare la sinistra interna alla segreteria, regalando il sogno -breve e destinato a prendere altre strade del tempo- della costruzione di qualcosa di nuovo in un partito ormai sclerotizzato: muore infatti qualche mese prima, lasciando un vuoto politico, ma, come ogni grande, anche prospettive sul futuro.
Tra gli scritti inediti, infatti, lasciati agli amici, si leggono chiavi di lettura del presente di una modernità impressionante: la crisi del liberismo capitalista, la necessità di un nuovo modello socio-economico, il valore della bellezza al centro del rispetto dell'ambiente, la caduta dei valori autentici a vantaggio dei falsi bisogni, l'inseminazione artificiale, l'eutanasia, l'edonismo, le nuovi fonti di energia rinnovabile.
Apparentemente scritti nel terzo millennio, risalgono in realtà all'elaborazione ideale e politica di un deputato missino negli anni '80. Missino si, ma fortemente eretico, tanto che il superamento del "missinismo", quel modo di essere, pensare ed agire così limitato e limitante, potrebbe insegnare tanto ancora anche ai nostalgici di oggi, molti dei quali quelle vicende non le hanno neanche vissute.
Un lavoro ottimo, edito da Eclettica, quello di Amorese dunque, ben documentato e incredibilmente lontano da ogni apologia del personaggio Niccolai.
Una lettura consigliata non solo a destra, ma anche ad una sinistra che, se vuole tornare a rappresentare qualcosa, necessita di riscoprirsi sociale e nazionale: solo così la frattura della Patria potrà dirsi ricomposta, e Niccolai potrà sorridere al suo Paese e al suo Popolo ritrovatosi unito, proprio cosi come lo aveva sempre sognato.

Luca De Netto     

Ringraziamo Ghiss per il materiale di questa pagina.